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Recensione Tolkien – Rischiarare le tenebre di Willy Duraffourg e Giancarlo Caracuzzo
Un giovane amante delle lingue e delle ballate epiche fonda un club con gli amici con lo scopo di condividere l’amore per la poesia e la scrittura. Quel giovane uomo è J. R. R. Tolkien, l’uomo che segnerà in maniera indelebile il fantasy contemporaneo.
Attenzione questo albo è stato offerto da Renoir Comics.
Empatizzare con questo Tolkien è stato facilissimo. Dalle prime pagine ho sentito l’odore della pipa, i suoni delle poesie in Quenya, fino anche toccare con mano il verde della campagna inglese che tanto ha amato. Questa graphic novel non è qualcosa che va semplicemente ad arricchire i nostri scaffali già pieni di biografie e testi del professore. Al suo interno troviamo una dimensione nuova in cui Tolkien è semplicemente un giovane uomo che davanti alle sfortune, ma anche le difficoltà, è emerso grazie anche al circolo di amicizie vere che aveva trovato.
Lo stile di disegno è quanto di più lontano si possa associare a lui, eppure è l’unico giusto. Staccandosi dagli stili della terra di mezzo, racconta chiaramente la sua vita, soprattutto i momenti più interessanti come l’infanzia e la sua esperienza sul fronte durante la grande guerra. La copertina mi trasmetteva una storia incentrata solo su quest’ultimo punto, invece quasi metà del volume racconta bene la sua giovinezza e gli studi. Una parte di me avrebbe voluto leggere di più della grande guerra, ma è più una questione di fissazioni. Ultimamente i grandi conflitti mondiali mi suscitano un bisogno di leggere e informarmi di più, non ho mai amato la storia come ora. Non divaghiamo torniamo all’albo. Credo sia inutile dire che questo volume ha materiali e formato perfetti, ma per chi non conoscesse questo editore è il caso di ribadirlo (sul serio non lo conoscere? Urge recuperare!): è così perfetto che quasi avevo il terrore di rovinarlo perché, nelle mie mani, è un autentico gioiello.
Una volume che è un “must have” per tutti coloro che hanno amato le sue opere. Un albo davvero bello per conoscere la speranza inglese dei primi del novecento che si scontrò con il primo conflitto mondiale. Qualcosa di unico e irrinunciabile per chi, come me, al professore deve davvero molto.
Recensione Cambieremo prima dell’alba di Clara Sanchez
Sonia è una di noi. Non ha una vita da sogno, ha molti debiti, non ha un futuro d’oro che la attende. Ha solo una possibilità: vivere la vita di Karen in sua assenza, e farlo quando ci saranno le grasse mance della famiglia reale saudita. La sua vicinanza con la seconda moglie del re, Amina, la porterà in una spirale di avvenimenti in cui, una singola scelta, potrebbe distruggere la sua vita per sempre.
Attenzione, questo libro è stato offerto da Garzanti.
In casa ho molti libri di Clara Sanchez. Molti arrivano da regali, uno in particolare è arrivato dalla mia migliore amica. Sono lì, in libreria, aspettano però.di essere letti. Non saprei spiegare perché ho deciso di cominciare a scoprire questa autrice proprio da questo volume. Non so nemmeno se è stata una scelta giusta; l’unica cosa certa è che in tre giorni lo avevo finito. Il dolce amaro che mi ha lasciato è come una ferita fresca. Qui, mentre vi scrivo queste parole, cerco quelle giuste E’ stata una lettura inaspettata, che ha portato il sole dell’estate in questo grigio autunno.
Dai primissimi capitoli è palese che si trova davanti a un libro complesso. Più scorrevano le pagine, più in me cresceva l’ansia: dove mi voleva portare l’autrice? Vorrei darvi la risposta, ma in se il libro ne ha in.seno molteplici. Ognuno potrebbe infatti trovare la chiave di lettura che più lo rappresenta. Non è un solo libro, è un’esperienza che porta a riflettere: sulla cultura araba del niqab, sulla libertà, su quale vita sia davvero migliore della nostra e sul concetto “soldi”.
I soldi che, a inizio libro sembrano lo scopo di tutto, diventano poi così tanti e così inutili da perdere il loro valore intrinseco. Vedere come vengono spesi, quasi gettati al volgo, perché tutti siano contenti della super ricchezza del singolo, è quasi un pugno allo stomaco. Non so se avrei mantenuto la compostezza di Sonia, eppure accumulare denaro credo faccia davvero perdere senso al suo valore.
È un libro che parla di libertà, di donne libere solo quando sono in un recinto, di lutto. Non mi soffermerò sulle donne arabe, perché credo che la morte sia un aspetto che, per quanto rimanga in secondo piano, mi ha scosso. La sua ombra segna subito le prime pagine (Sonia ha perso il padre quando era piccola). Si tiene in disparte per molto tempo, per poi colpire quando e come più fa male: ripetutamente.
Dietro a tutto questo ci sono personaggi e ambientazioni. Sono due aspetti importantissimi, eppure sono sempre rimasti in secondo piano mentre leggevo. Scorrendo di nuovo le pagine, cercando le parole per far arrivare a voi i pensieri, che sono nati da questo libro, mi devo soffermare almeno un poco sulla maestria di questa autrice. Le sue descrizioni sono semplici e dirette. Le ci vuole davvero poco a tratteggiare una scena. Per i personaggi, invece, si prende tutto il tempo che le serve per farli muovere nella storia. Non mostra nessun colpo di scena che ha in mano di calare a ogni nuovo capitolo. Si gioca a una lunga e sofferta partita a scacchi con Clara Sanchez. Ogni contromossa del lettore, che già pensa di sapere come tutto evolverà, viene stoppata dall’ennesimo “scacco”. Non c’è modo di scoprire come andrà a finire, e nemmeno davanti allo scacco matto si percepirà il sottile percorso che l’ha causato. Di solito i libri riempiono i vuoti. Questo no, questo scava! Sono certa che porterà a galla molti pensieri ed emozioni dentro di voi.
Recensione Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio di Caitlin Doughty
Il rapporto che l’essere umano ha nei confronti della morte è solitamente dettato dalla paura: non sappiamo cosa ci attende dopo, come sarà e quando avverrà. Per questo affrontare la morte come una professione può far storcere il naso a chi vive ogni giorno relegandola a un evento che non lo toccherà mai, o comunque “not today”, come direbbe Arya Stark. Caitlin ha però un rapporto difficile con la morte ed è proprio passando le sue giornate con i cadaveri che imparerà a convivere con essa.
Attenzione questo libro è stato offerto da Carbonio Editore.
Vi svelo un piccolo segreto. Nel mio piccolo anche io lavoro con i morti. La mia professione a tempo pieno è quello di gestire le spedizioni di aziende italiane verso varie parti del mondo, ma tra questo che ne sono anche alcune davvero particolari: il rimpatrio di salme. Per quanto non possiate capirlo è la parte più bella e unica del mio lavoro. Il mio rapporto con la morte non è semplicemente lavorativo, lo confesso, è una questione morbosa che ha un’origine complicata e molto diversa da quella che porterà l’autrice di questo libro a lavorare in un crematorio. Eppure in lei mi riconosco.
La morte è un tabù. Eppure Caitlin, protagonista e autrice di quello che trovo sia una via di mezzo tra un saggio e un romanzo, racconta bene come, entrarci in contatto per lavoro, dia grandi possibilità per conoscere la natura umana, fornendo alcuni approfondimenti davvero ben studiati per raccontare l’evoluzione della morte nelle culture. Quando si lavora con la morte si conoscono più persone di quanto si potrebbe pensare. L’ultima strada di corpi ormai vuoti che sanno raccontare e far vivere nuovi momenti, non solo alla protagonista ma anche al lettore. Forse è per questo che chi non ne è mai entrato in contatto, se non attraverso il lutto, non può capire quanto si possa imparare da una salma.
Nasciamo con un’unica via diretta verso la morte. Che sia lontana o meno, quella è la direzione che tutti intraprendiamo. Eppure parlarne, prepararsi o anche solo celebrarla, è ancora molto difficile anche oggi che siamo nel 2021 e stiamo cercando di lasciarci alle spalle una pandemia che in qualche modo ha toccato le nostre vite e ci ha privato anche di alcune persone. Non so come spiegare quanto sia importante accettare l’inevitabile, e allo stesso modo imparare a sopravvivere alla paura dettata dal fatto che in qualsiasi momento si potrebbe morire. Di certo tra queste pagine potrete vedere con attenzione tutti quegli aspetti fumosi che si nascondono dietro il nostro preferire l’ignoranza, perché le risposte comunque non ci allontanano dalla realtà che moriremo comunque. Eppure arrivare preparati al nostro ultimo saluto al mondo potrebbe aiutare noi stessi, ma anche la nostra famiglia.
Un “must have” per tutti coloro che passeggiano nei cimiteri e ci vedono arte e mille storie intrappolate nella pietra dei monumenti, a chi la morte non spaventa e anche per chi ne è terrorizzato. Ideale per i curiosi, per coloro che hanno bisogno di leggere qualcosa di davvero unico e particolare.
Recensione: Palazzo di sangue di June Hur
Nella Corea settecentesca essere donna, e pure figlia illegittima. è difficile. Ma del resto è questo il pane quotidiano di Hyeon: si impegna al massimo per elevare la sua condizione, fino a quando una serie di brutali omicidi sconvolge tutto e mette in dubbio, non solo le sue convinzioni, ma rischia di mettere in pericolo la vita della sua mentore.
Attenzione questo libro è stato offerto da De Agostini Libri.
Ve lo confesso, io e la Corea non abbiamo un grande rapporto. Sono una fan sfegatata del Giappone, amo la sua lingua i suoi drama, film e live in action, eppure non sono così amante dei medesimi lavori della penisola asiatica che sta appassionando l’occidente. Ho amato tantissimo manhwa come Gung (ogni mattina rivolgo una preghiera al Dio dei drama perchè mi faccia trovare un portale che ha la sua serie tv disponibile), ma non sono mai stata convinta delle produzioni coreane che mi sembravano a volte una copia di quelle giapponesi. Negli anni la Corea del Sud ha creato un suo stile che ben si discosta da quello nipponico e io, forse un po’ boomer, forse un po’ troppo legata alla terra del sol levante, non ho mai provato a investire davvero tempo nelle produzioni di questo paese: tutta questa super premessona solo per dire che non ho grandissime competenze sulla Corea e, per tale motiv, questa lettura è stato un volermi mettere alla prova.
Comincio con il dire che, per chi come me non ha una conoscenza ferrata sulla storia e sulla cultura su cui poggia questo romanzo, c’è stata una curiosa aspettativa su come sarebbe stato raccontato. Avrei potuto cogliere appieno il testo? La risposta è stata Ni. Diciamo che senza un minimo di background sul passato della Corea e della sua tradizione, il libro risulta un poco semplicistico: ci sono poche spiegazioni legate alla struttura della società, o delle sue città, e tutte legate a doppiofilo con i protagonisti, lasciando per scontato quelle che non li riguardano; certo ai fini della trama è perfetto, ma per chi non ha basi come me all’inizio è rischia di rimanere un poco disorientato.
Lasciando quindi da parte questo aspetto il libro si è lasciato divorare. Scorrevole, avvincente e soprattutto basato su una storia vera, elemento che si scopre solo leggendo a fine libro gli approfondimenti dell’autrice. Fin dalle prime pagine mi aspettavo un giallo storico senza troppe pretese, scoprire invece che fosse tratto dalla realtà, e che nonostante le licenze narrative abbia preso forma un così bel romanzo, mi ha spiazzato. Ammetto che ultimamente le uscite di molti editori mi stanno deludendo. Sono sempre libri fotocopia di altri; questo invece ha una sua voce e per quanto lo abbia letto da profana devo dire che lo consiglieri non solo a giovani lettori ma anche a chi vuole avvicinarsi alla storia delle Coree.
Analizzando storie e personaggi posso dirvi che questa è una di quelle storie che vi possono tenere incollati alle loro pagine fino alla parola fine. Ho rischiato di fare orari folli con il classico “ancora una pagina e poi vado a dormire”. Hyeon è una protagonista ficcanaso e sinceramente votata a ripagare le cure che la sua mentore ha sempre avuto per lei. Eojin ho più volte pensato potesse essere il vero principe (non lo so, una parte di me voleva che fosse il principe pronto a salvarla e invece…).
Un libro davvero particolare. Una piacevole (finalmente!) scoperta tra le nuove uscite estere. Una storia che, più che cavalcare la scia dell’amore per la Corea, lascia una scia di sangue che siamo costretti a seguire fino alla parola fine.
Recensione Nessun Dove di Neil Gaiman
Richard vive a Londra da qualche anno, la sua quotidianità è scandita dal lavoro e dalla sua relazione con la fidanzata. L’incontro con una misteriosa ragazza lo catapulterà in una Londra nascosta che gli uomini non possono scorgere.
Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.
Questo fu il mio primissimo Gaiman, prima che litigammo con American Gods, un libro in cui lo amai moltissimo. Forse per questo non l’ho mai perdonato per quella storia che era bellissima, ma imparagonabile a questa. Inutile dire che rileggerla in questo formato illustrato è un piacere che non mi sono voluta togliere. Purtroppo non posso che riconfermare la sua lentezza nel portare avanti la storia. Capiamoci, il libro è bellissimo, ma scontrarsi con alcune scelte narrative di questo scrittore può essere uno scoglio abbastanza arduo da affrontare. Nessun dove è un libro diesel con uno di quei motori vecchi, ha bisogno di tempo per scaldarsi e ingranare alla grande. È un peccato perché potrebbe scoraggiare i lettori che invece tra le sue pagine potrebbero trovare qualcosa di davvero unico e speciale.
Passiamo a parlare dell’ambientazione: chi mi conosce sa che soffro da anni del mal di Londra e fu anche la prima motivazione che mi portò a leggerlo anni fa. Se amate anche voi la City, e volete visitarla, Nessun Dove vi porterà sul Tamigi e non solo, la Londra di sotto è un luogo intrigante con delle regole tutte sue, un Paese delle Meraviglie urbano.
I personaggi non sono a mio parere accattivanti, non capisco se sia dovuto alla scelta della terza persona o se proprio l’autore non abbia dato abbastanza. Richard rientra in un cliché che sin dall’inizio avevo capito dove volesse andar a parare. La vera chicca sono mister Croup e mister Vandemar, gli assassini che tutti vorremmo assoldare o, all’antitesi, da cui vorremmo essere uccisi.
A rendere perfetta questa edizione si aggiungono le illustrazioni che, non sono convenzionale decoro di alcune pagine, ma entrano nel testo dandogli ancora più forza, man mano che si legge la storia.
Immancabile per gli appassionati del vecchio maestro di questo genere, da scoprire se amate Londra, un must have per gli appassionati di Urban Fantasy.
Recensione La nave degli schiavi – La saga dei Pirati di James L. Nelson
Thomas ha ormai la vita che tutti potrebbero sognare, è inserito nella società a Williamsburg, fa fruttare la sua piantagione di tabacco, ma il mare continua a chiamarlo. Non è solo quello a farlo rivestire i panni del pirata, non può perdonare l’orribile nefandezza compiuta dal suo ex nostromo. Chi difenderà però gli schiavi che lui ha liberato mentre è lontano da casa?
Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.
A differenza del primo volume, l’avventura non aspetta a prendere la scena e, cosa ancora più gradita, Elizabeth ha più spazio; il suo punto di vista mi è piaciuto moltissimo. Leggere ciò che accadeva a casa, mentre Marlowe era lontano per mare, rende la storia più dinamica. È una scelta che in pochi prendono in considerazione, sottovalutando ciò che le donne rimaste sole dovevano affrontare, mentre i mariti partivano per mare (sia che fossero pirati o marinai).
La tematica centrare che questo romanzo porta alla luce è la verità storica della paura dei coloni: le rivolte degli schiavi. Sebbene sulle navi di pirati il razzismo fosse meno evidente, sulla terra i bianchi continuavano una lotta di razza, dove ogni libertà concessa agli schiavi liberi era mal vista. Il libro mostra anche le tremende condizioni delle navi negriere che in Africa catturano i futuri schiavi delle colonie. Una piaga che l’uomo impiegherà molto tempo ad abbandonare.
Difficile staccare gli occhi dalle pagine. A differenza del primo libro, non si può posarlo prima di averlo finito.
A questo punto non so cosa possa riservare il terzo libro e quindi devo correre a leggerlo subito.
