2020 – L’anno di letture della Chimera (prima parte)

Anno di letture

Tirando le somme sono arrivata a leggere ben 63 volumi. Non è un cattivo risultato, ma vi confesso che potevo fare di più. C’è da dire che ci sono stati periodi di magra, come a inizio anno, dove mi ero presa i miei tempi per leggere, ma anche la situazione che stavo vivendo non mi permetteva di godere della lettura appieno. Anche tra fine ottobre e novembre, per colpa del Covid, ho preso la distanza da molti libri perché ero nauseata dalle storie, per un attimo ho iniziato a odiare tutti i libri che avevo in casa. Questa pandemia mi aveva fatto perdere il baricentro della mia vita, arrivando in un momento che volevo dedicare a me stessa, portandomi via la libertà di scrivere, perché per un mese, a parte l’isolamento, ho vissuto senza stimoli e forze.

Cominciamo dagli editori. Il meglio di questo 2020 secondo me arriva da due molto diversi e di cui ho letto poco, eppure quel tanto che basta a farmi capire che vanno consigliati a tutti. Il primo è Carbonio Editore con cui ho collaborato, ma di cui sto puntando altri due o tre titoli da comprare per leggerli nel 2021. Non è un catalogo frivolo il loro, i testi che ho letto mi hanno dato una chiara visione sulla profonda ricerca e cura dei loro testi, facendomi scoprire anche autrici che meriterebbero molto più spazio nelle librerie italiane, come Jill Dawson. Se cercate qualcosa di serio con cui aprire il 2021, guardate i loro libri, se comincerete con Carbonio sono sicura che l’anno partirà con la marcia giusta.

Il secondo editore è Tunué: non ho letto libri, mi sono soffermata sulle loro graphic novel e vi confesso che probabilmente tenterò anche la parte letteraria delle loro pubblicazioni. Mi sono dedicata unicamente ai lavori di Tony Sandoval, ma non me ne vogliate, amo troppo questo artista. Lo avrete capito dalle mie recensioni sulle sue opere. Il plauso è da condividere anche con l’editore che, non solo lo ha portato in Italia, ma ha anche saputo fornirgli il formato e i materiali più adatti per esaltare le sue opere.

Stranamente ho letto anche libri per ragazzi e giovani lettori. L’ho fatto principalmente perché era uscito “La signora Frisby e il segreto del Nimh”, che ha dato una nuova sfaccettatura a una delle storia più importanti legate alla mia infanzia e, sempre per rimanere in tema topolini, ho letto (e vi consiglio) “Factory”. La narrativa per piccoli mi è sempre apparsa come scialba e priva di spessore, eppure questi due libri mi hanno dimostrato che può essere anche profonda e concreta. Forse è il caso di dare una seconda possibilità a quel lato delle librerie che sembrano essere ben rifornite, ma che gli adulti non leggono.

Passiamo a parlare di generi. Guardando le mie letture spicca il romance. Grazie a questo genere ho ripreso a leggere durante il covid e lo devo a “Un’estate da ricordare”, un romance storico prequel di una serie che sto leggendo senza troppo impegno, recuperando ogni tanto i volumi che la compongono. Tra le eccellenze del genere però abbiamo anche “Condannati” di Jane Harvey Berrick, che finalmente è tradotta al meglio per i lettori italiani, e che emoziona con le sue storie uniche e che parlano di rivincita e rinascita. Altro titolo da citare “Come petali di Ciliegio”, un caso editoriale che da self è arrivato alla grande editoria dimostrando, ancora una volta, che se scrivi bene prima o poi un buon editore verrà a bussare alla tua porta. Infine il meglio di questo genere, “Pâtisserie Française – Macarons in cerca d’amore” di Margherita Fray. Si è rivelata la lettura migliore in questo genere: frizzante, ironico, spensierato, è stata la lettura che ho consigliato di più, tanto da farlo leggere anche alle mie colleghe in ufficio durante gli ultimi mesi di lockdown questa primavera. Se (sul serio?) non lo avete ancora letto, vi consiglio di recuperarlo; questa autrice ha la stoffa per scrivere e mi auguro di leggere molto altro nel 2021!

Altro genere di cui non avevo mai parlato sul blog sono le graphic novel e fumetti. Mi sembra giusto dare spazio anche al meglio di questa categoria. Il meglio è formato da un trittico molto vario eppure armonioso. Partiamo con “Heartstopper”. C’era bisogno di questa storia, servivano le sue vignette ironiche e eppure ricche di emozioni. “Watersnakes” è il secondo titolo, ci porta la delicatezza di un tratto unico con la spensieratezza di storie che sembrano rivolte a un giovane pubblico, ma con tematiche forti a volte splatter. Infine quello che per me è stato il meglio per questa categoria: “Cheshier Crossing“… ok forse sono un filino di parte perché c’è Alice, ma mi è piaciuta moltissimo e mi sento di consigliarla a chi ama i crossover, e se ve lo dice una che non ne leggerebbe, fidatevi significa che merita.

Mi sono dilungata abbastanza direi che teniamo per la seconda parte il Fantasy, la Distopia e soprattutto il meglio del meglio.

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  • Recensione Chiodi di Antonio Schiena

    Marco Torre non è come gli altri. Non riesce a essere come gli altri. Per questo entrare nel cimitero di notte a sfidare l’Avvinto (la leggendaria figura che lo abita) è l’unico modo che ha affinché tutto cambi. Una prova che fa diventare adulti chi la supera. Il mondo però, sarà davvero pronto ad accettare il Marco adulto? Smetterà di chiamarlo pisciasotto? Smetterà di vederlo come quello sbagliato?

    Ci sono poche certezze nella vita, una di queste è che se Antonio Schiena scrive un libro io devo leggerlo. So già a priori che sarà una lettura che mi lascerà qualcosa. Di libri così, in libreria, se ne vedono sempre meno, quindi è il caso di comprarli, leggerli e ovviamente recensirli.

    Questa volta però, è successo qualcosa che mai avrei pensato accadesse: dopo alcuni capitoli mi sono domandata “dove vuole portarmi l’autore?”. Da lì il panico: vuoi vedere che questo è il primo volume, firmato Schiena, che non mi piacerà?

    Proseguo con la lettura, lascio che la storia mi prenda e poi, a pochi capitoli dalla fine, succede: arriva la violenta doccia fredda! Mi rendo improvvisamente conto che Antonio ce l’ha fatta (di nuovo!). Ha scritto qualcosa che ti lascia con tanti dubbi e poi … poi ti stravolge, ti fa crollare addosso tutti i capitoli letti, perché non hai capito nulla! Ad ogni pagina, come un ragno spietato, ha tessuto una tela complessa di cui ha offerto solo piccoli dettagli. E quando succede, ecco che ti allontana, ti fa capire l’intero disegno.

    Hai passato l’intera lettura a contemplare il complicato castello di carte che stava creando, quella complessa costruzione che ti si sgretola davanti; tutti i capitoli, come tessere di un mosaico, sparse a caso sul tavolo della tua mente, con la tremenda certezza che dovrai ricominciare la lettura. Perché non hai davvero letto, non hai davvero visto la sua storia.

    Questo è un libro che va certamente letto almeno due volte, forse anche tre, prima che si possa cogliere appieno la storia. Posso dire che finalmente c’è un libro che ha il coraggio di rompere gli schemi e di non raccontare la solita storia con la solita struttura. Un testo che prende sul serio il lettore e gli pone una sfida davanti. Leggerlo e essere costretti a rileggerlo per capire la sottile genialità dei piccoli tocchi dello scrittore, arguti sotterfugi per portarci fuori strada senza nemmeno farlo per davvero. Non mi permetto di dire altro perché lo spoiler scorrerebbe prepotente, ma posso anticiparvi che un solo altro scrittore mi aveva sconvolto così e sto parlando di Chuck Palianiuk.

    Potrei dirvi che all’interno di questo volume potete trovare tematiche eterne: il bullismo, il complicato rapporto genitore-figlio, la solitudine che in troppi vivono durante l’adolescenza, ma la realtà è che, da amante dei cimiteri, mi sono innamorata dell’Avvinto e della poesia di un paese come tanti. Parliamo della favola nera che “infesta” il cimitero, che magistralmente è in contrasto con il nome storpiato del camposanto “Bello”. Una storia popolare come ce ne sono tante nel folklore del nostro paese, che non ha mai voluto prendere distanze nonostante il cattolicesimo. Ebbene quest’uomo, che rimane “legato” al cimitero, maledetto dalla morte, è un storia semplice eppure così ben studiata sul personaggio del becchino. Certo aggiunge una dimensione dark alla narrazione, ma la realtà è che, anche questo come molto altro, non è un caso, non è solo una storia o una prova di coraggio.

    Parlando del paese in cui si svolgono i fatti, della sua scuola, delle persone che lo abitano è semplice riconoscere uno, nessuno e centomila luoghi d’Italia. Vorrei tanto che questo genere di situazioni di emarginazione e bullismo fossero una cosa degli anni ’90, come se nel 2000 qualcuno avesse deciso di spegnere un interruttore e le cose fossero cambiate. Ebbene i Pinocchio saranno stati sostituiti da altro di meno vintage, forse il problema oggi non è una felpa, ma un cellulare; la cattiveria del branco c’era ieri e c’è anche oggi, magari meno palese nel mondo reale, ma si nasconde in chat dove si insultano e ridicolizzano i compagni di classe. Il paese creato da Antonio è il nostro paese, così poeticamente sbagliato, così fissato nel restarlo. Come se crollasse il mondo, se un giorno, si decidesse di smetterla di cambiare davvero qualcosa. Perché di chiodi piantati ce ne sono davvero troppi, ma è sempre più difficile notarli sulla superficie del nostro quotidiano.

    Un libro che consiglio a mani basse. Forse non la lettura immediata che potreste volere, quindi vi consiglio di dare tempo al libro perché sia il suo momento. Siate certi che, alla parola fine, non resterete delusi e saprete solo che è giunta l’ora di rileggerlo. E lo farete con piacere.

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    Se penso ai grandi libri distopici, vengono fuori sempre tre titoli abbastanza noti: “Fahrenheut 451”, “1984” e “Mondo nuovo”. Il più vecchio è quest’ultimo, la cui lettura avevo fino ad ora evitato, un po’ perché spaventata dalla sua età (parliamo di un libro del 1932) e anche perché del trittico ho letto solo Ray Bradbury e pensavo che prima avrei affrontato George Orwell; invece con questa nuova edizione ne ho approfittato per studiare questo primo grande distopico.

    Attenzione questo libro è stato fornito da Mondadori.

    Per quanto questo volume sia datato, c’è una cosa che mi ha sconvolto con la lettura delle prime pagine: la predestinazione dei feti. Nel “Mondo nuovo” i figli non nascono, vengono travasati e prodotti in laboratorio, dove a seconda della qualità degli ovuli fecondati, esso avrà una posizione sociale ben definita. I migliori resteranno unici, gli altri arriveranno a una mitosi infinita fino ad avere migliaia di copie. Abbiamo quindi bambini che nasceranno in serie e saranno condizionati per fare lavori umili, e altri che invece saranno destinati a occupare importanti posizioni nella società.

    Perché tutto questo? A quale scopo una società che vive imprigionata dal condizionamento subito sin dalla nascita? In questo mondo ideale le libertà negate sono la fonte primaria della felicità. Il mondo rialzatosi da profondi sconvolgimenti, ha rinunciato al concetto di famiglia, di sessualità monogama, alle aspirazioni del singolo, ricevendo in cambio una società autosufficiente che si consola a colpi di pillole allucinogene.

    A tutto questo si contrappone un mondo selvaggio, quello della riserva nel Nuovo Messico, dove gli uomini posso ancora nascere naturalmente senza condizionamento. Una contrapposizione in cui troviamo un ibrido, una via di mezzo, il selvaggio John, nato da una donna che non avrebbe dovuto o potuto partorirlo (pratica che per i personaggi ha del ridicolo, pornografico e proibito), sarà questo Selvaggio, che ha letto le opere di Shakespeare,  a scontrarsi con il Nuovo Mondo, quello da cui viene davvero, ma la durezza di una cultura dove non esiste una libertà e tutto è condizionato lo porteranno a odiarla.

    Non è un distopico che richiama i canoni che ormai sono alla base dei molti libri che escono oggi. La società del Mondo Nuovo è felice della mancanza di libertà, è stata lei stessa a chiedere queste privazioni perché sembrano essere l’unico modo di vivere, un equilibrio di consumismo e soppressione di identità indipendente. Non esistono delle repressioni vere e proprie, questo ci porta a domandare quanto saremmo in grado di odiare davvero un mondo come questo.

    Il saggio a conclusione del volume “Ritorno al Mondo nuovo” analizza la storia dell’uomo e sulla struttura delle società, con un occhio più maturo al romanzo e dove nel 1950 l’autore era certo che saremmo arrivati a viverlo sulla nostra pelle il Mondo nuovo. Più leggo questo genere di romanzo e più mi domando quanto l’uomo stia facendo per farmi credere che la distopia sia solo nei romanzi…

    Un volume che ha fatto la storia della fantascienza che ha aperto la porta a una nuova visione del futuro, meno roseo, meno irreale di quanto si possa pensare per i nostri tempi.

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    Pubblicare in self… quindi ho fallito?

    Dopo Infelici e Scontenti, sta per arrivare l’edizione self di Delicato è L’equilibrio in una nuova veste grafica. Visto che sono libera da decisioni editoriali, da posizionamenti di mercato, e soprattutto ci voglio investire dei soldi (perché credo molto in questo libro), non solo avrà una copertina creata da A.C. Graphics (grafico che vince non si cambia): ho pensato di realizzare un prodotto curato in ogni dettaglio e, per questo, sarà pure illustrato internamente da Sara, illustratrice nota sui social come _SaturnoContro (di cui potete vedere un’immagine già nella copertina di questo post). Ah e non dimentichiamo l’editing di un certo livello della bravissima Gioia de Bonis.

    Proprio ora che piccole e grandi Case Editrici usano la IA, mi sento di investire in artisti reali; avrei potuto prendere anche io questa strada. Ho due libri editi che nessuno pubblicherà più. Quindi, perché investire altro denaro che non è detto possa tornare? Beh potevo lasciarli all’oblio, potevo scrivere un prompt e cavarmela aggratis, invece ho scelto dargli una nuova occasione nel self credendo non solo in me stessa, ma anche in altri professionisti.
    Scrivere per me ha sempre avuto più una connotazione artistica che qualcosa dettato da un “spendo X e devo avere indietro 2X”. In alcune occasioni mi è stato detto “bello ma non è abbastanza commerciale”. Le prime volte ero rimasta molto turbata da questo concetto “brava ma non venderebbe”, anche perché mi è sempre sembrato un controsenso. Come se, qualcosa di qualità, non garantisse l’apprezzamento del pubblico per una storia. Una specie di handicap.
    Ho un libro pronto nel cassetto. Ha fatto qualche giro, per ora non ha trovato un editore. Ma non credo cercherò di pubblicarlo in self. Si tratta di un romanzo per il quale vorrei qualcosa in più, e sto cercando di trovargli una casa. Perché sono sicura che, prima o poi, uscirà dall’ombra di questo essere bello ma non commerciale.

    Non posso negare che ci siano settori del mercato editoriale che spostano veramente cifre importanti grazie alla piccantezza di alcune pagine, o per il nome dell’autor* che spesso è indicato in caratteri cubitali, tanto da nascondere il titolo del libro.
    Mi sembra strano ribadirlo, eppure non scrivo per vendere. Scrivo le storie che mancano nella mia libreria. Perché, prima di tutto, sono una lettrice. Scrivo perché mi emoziona, mi ha fatto tirare fuori tutto il peggio che il mondo aveva messo nella mia anima. Vorrei tanto che, chi ancora sostiene la becera equazione “romanzo spicy =vendita” (il discorso vale anche per qualsivoglia genere che tira in un determinato momento storico), dovrebbe ripensare a queste parole dell’Attimo Fuggente (liberamente riadattate): “Non leggiamo e scriviamo poesie/[e storie perché è carino/vende (ndAlice): noi leggiamo e scriviamo poesie/storie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione.”

    Molti di voi mi potrebbero dire che, se un romanzo non è vendibile o apprezzato da un editore, potrebbe comunque arrivare ai lettori in self. Eppure se si pensa a questa opzione, ecco che in molti sentono e vedono altro. Probabilmente in molti si saranno sentiti dire  “Va in self”, quasi fosse una canzonatura: “se non lo pubblichi con noi, allora l’unica strada è buttarlo nel self”. Come se, l’autopubblicazione, fosse una lettera scarlatta. Come se uno scrittore non avesse altre strade. Un romanzo e un autore perduti che meritano solo di prostituirsi per i vicoli più oscuri del web. Un luogo che per molti è una discarica da cui emergono solo i migliori a vendersi. E dove spesso gli editori pescano a piene mani, nella speranza di rimpolpare le casse. Non neghiamolo, dai, ora lo fanno con Wattpad…

    Chissà quanti con l’autopubblicarsi vedono automaticamente il proprio fallimento. Per molti è al pari di una macchia sul Curriculum editoriale. Vorremmo tutti che, prima o poi, un editore mettesse sotto contratto una o più opere da noi create. Siamo troppo ambiziosi o ingenui nel pensare che il mondo editoriale non sia solo un’industria; forse crediamo all’ideale di un mondo di libri che dovrebbe fare cultura, raccontare i nostri tempi e quelli passati attraverso le storie che scriviamo, di qualsivoglia genere sia. Vi sento già dire che gli editori non sono onlus e devono fare impresa, ma da qui a costringere tutte le mucche a fare latte al peperoncino, perché è il preferito dai consumatori, è ben diverso. Anche perché un mercato che poi si riempie dello stesso prodotto con diverse etichette, prima o poi smette di interessare. Non dimentichiamo che non è iniziata oggi con il Romance (genere che amo leggere se scritto bene), che non ha nessuna colpa. Forse dimenticate i tempi in cui all’uscita de “Il signore degli Anelli” le librerie abbondavano di Fantasy nostrani (vi dice niente Licia Troisi?). E si potrebbero fare decine di esempi. Notiamo questo genere perché ormai sono anni che tira la carretta, ma presto o tardi qualcos’altro potrebbe prendere il suo posto.
    Potreste pensare che esistono piccole realtà indipendenti votate a qualità e che non seguono le leggi delle classifiche. Questo è vero, ma sono sempre meno.
    La realtà è che si stampa tantissimo, si legge poco e troppi editori promuovono solo quello che certamente potrebbe vendere. Inevitabilmente qualcuno resta in ombra o disperso in questo mare di carta.

    Ho scelto di pubblicare anche “Delicato è L’equilibrio” in una nuova edizione autopubblicata in quanto non credo sia possibile trovargli un nuovo editore come già era accaduto a “Infelici e Scontenti”.  Soprattutto non ho più l’ambizione di essere una scrittrice così come i social dipingono questa professione. Ho un bellissimo lavoro, mi ci pago quasi tutto. Scrivere non è per me un punto di arrivo monetario, magari lo è per la parte professionale. Non perdo la speranza che questo un giorno mi paghi il pane, ma non posso vivere le pene per questo (c’è una velata citazione a Elio e le storie tese in questa frase). Mi sembra di vedere sempre le solite storie in libreria, perchè italiane o non italiane, quello vuole il mercato: un tempo entrare in libreria era una scoperta, c’erano forse meno generi, ma molto spesso tornavo a casa con qualcosa di nuovo ed entusiasmante. Le librerie di catena hanno perso del tutto il concetto di varietà: escludiamo il genere rosa, avete contato quanti libri con protagonisti i gatti (nel titolo o nella trama) sono usciti nell’ultimo anno? Ci sono gatti in libreria, gatti che abitano cafè, e recentemente ne ho trovati pure piovere dal cielo…
    Molti libri non arrivano nelle librerie; tutto questo non è sempre e solo colpa dei testi, di una copertina sbagliata o dell’editore o di una distribuzione malata, o semplicemente la massa non vuole leggerli, non è colpa dei lettori se abbiamo abituato l’editoria a questo flusso continuo di mode e libri fotocopia.

    Capiamoci, mi piace quello che scrivo, perché cerco sempre di creare un libro che non si troverebbe normalmente nelle librerie dei lettori. E penso che là fuori ci siano altri che amerebbero come me trovare nuove storie, ma non voglio nemmeno vivere male se l’editoria punta alla parte imprenditoriale.
    Ci sono davvero tantissimi costi che un lettore non vede (editing, promozione, ecc…). E il ricavo, soprattutto quello per lo scrittore, è quasi sempre misero.
    Decidere di non scrivere solo perché una o più storie non ci posso pagare l’affitto, le bollette e le vacanze, è spesso dettato dalla deviata visione della professione definita come “scrittore”: in questo paese le scrittrici e gli scrittori che vivono di sola scrittura sono mosche bianchissime, quasi trasparenti. Sono tantissimi gli scrittori che vivono mescolando alla professione di scrittore, quella di editor, impaginatore, coach, giornalista, influencer. traduttore ecc… e questo dimostra inequivocabilmente che sono pochi quelli che ci vivono (con “vivono” intendo che non solo ci pagano il costo della vita, ma possono concedersi il lusso di fare solo quello di lavoro).
    Rimane uno stereotipo malato, soprattutto se sei in self e vuoi lavorare bene: perché il costo di un buon editing è sui 700 euro (libro da 350 pagine). Una copertina costa dai 100 ai 200 euro. Poi ci possono essere anche i costi di impaginazione; e ci sono anche la promozione, le copie omaggio mandate a bookblogger o ai neo booktoker (che spesso chiedono anche loro un compenso). Insomma alla fine ti trovi a spendere più di 1000 euro e, se guadagni in pagine sfogliate o e-book, ecco che recuperare questa cifra è un’impresa titanica per chi non scrive generi commerciali.
    Non dimentichiamoci che, se si lavora con un editore, tanta grazia se si prende il 10% del prezzo di copertina. Ricordandoci sempre che, le tirature sopra le 1000 (e le relative vendite totali), sono appannaggio di pochissimi. Un autore dovrebbe come minimo vendere 1000 copie al mese di un volume che costi 20 euro e, pagando le tasse, non so se gli resterebbe abbastanza per vivere. Andate ad analizzare quanto vendono mediamente gli autori italiani (di generi poco commerciali) pubblicati da editori. Poi ne riparliamo.

    Ci dobbiamo discostare dal modello estero in cui scrittori di medio successo lo fanno come professione. Non dimentichiamo che scrivono in inglese, una lingua che leggiamo anche noi italiani. Ebbene, quanti nel mondo leggono e conoscono l’italiano? L’Italia è un paese in cui l’editoria è malata (non lo dico solo io eh) da tempo. E non sta facendo nulla per guarire. Restano pochissimi editori indipendenti che davvero lavorano a testi e promozione, gli altri sopravvivono incrociando le dita di aver messo sotto contratto il romanzo che potrebbe fargli fare la svolta. Altri pescano nelle classifiche self/wattpad, o tra gli influencer, per favorire le vendite facili.

    Quindi non ho fallito. Non hanno fallito i miei libri. Semplicemente ha fallito l’ideale di scrittore in questo paese in cui, lavorare con l’arte, è qualcosa ad appannaggio di pochi. Un qualcosa che delle somme autorità devono definire tale, sennò è solo narrativa di genere. Insomma non sarà mai una professione per professionisti, semmai un traguardo concesso a pochi.
    Vorrei tanto che riconoscessimo tutti l’elefante nella stanza. Il problema non è lo spicy, i lettori che vogliono solo scene hot e storie simili, non sono gli autori che hanno successo su wattpad. Forse il problema è che, troppi editori, hanno perso la voglia di scommettere su qualcosa di nuovo, di unico, di sconosciuto. Non smetto di sperare, chissà che un giorno qualcuno non guardi verso ciò che ho scritto. Nel frattempo continuiamo a leggere quello che ci piace, a creare nuove storie che vorremmo vedere in libreria. Chissà che un giorno non ci arrivino davvero. E per una volta gioco a fare l’imprenditrice autopubblicando un libro su cui ho lavorato per tanti anni. Un volume che spero arrivi a nuovi e vecchi lettori in questa veste tutta speciale.

  • Blog tour Cheshire Crossing di Andy Weir e Sarah Andersen

    La location, che secondo me risulta la meglio trasposta, devo confessarvi che non è quella di Alice, bensì quella del Mondo del mago di OZ. Del resto è anche la prima in cui ci troviamo catapultati dal mondo reale, quella che ha elementi così semplici, eppure così caratteristici da farci capire subito che si tratta di OZ. I papaveri, come anche la strada di mattoni gialli, sono un chiarissimo richiamo al mondo fantastico scritto da L. Frank Baum, e da subito risalta maggiormente rispetto all’Isola che non c’è e al Paese delle Meraviglie. Credo che questo sia dovuto anche da altri fattori, per esempio di OZ non ci sono così tanti re-telling e graphicnovel (o almeno non sono arrivate nel mercato italiano), di conseguenza si hanno molti meno termini di paragone. Se consideriamo che di OZ abbiamo solo due grandi film, mentre per le altre troviamo tantissimo materiale: hanno infatti la sfortuna di essere state riadattate in molteplici modi (potete nominarne 5 versioni senza nemmeno sforzarvi troppo, provate!) e si fa più fatica ad apprezzare con questo stile di disegno molto semplice. Sì perché su molti elementi il disegno è ottimo, in altri a mio parere rimane sciapo. La stessa nave di Uncino me l’aspettavo più rococò, meno stilizzata (dopo Hook, Capitan Uncino, non ci sarà nave meglio azzeccata!). Anche il Paese delle Meraviglie appare troppo semplificato e, visto che per Alice è un luogo da incubo, mi aspettavo elementi più forti a definirlo.

    Il mondo reale (che ha poco spazio) invece ha una sua colorazione molto chiara e dominante: i toni ocra, senape, danno un tono accogliente e, non a caso, per quanto lo si percepisca come “manicomio” è un luogo che ha il sapore di casa. Il colore caldo (che anima anche Oz) si contrappone invece ai mondi di Alice e Wendy che appaiono molto più freddi.

    Sì, lo confesso, tutti quei papaveri rossi hanno fatto breccia nel mio cuore, tanto da farmi lasciare in secondo piano le altre due location fantastiche di questa graphicnovel. La mia speranza è che se sarà prodotto un secondo volume, magari, lo stesso lavoro di risalto potrebbe essere fatto sulle altre ambientazioni.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Quanto fanno male questi volumi! Anche il quarto non è da meno, non si può fare altro che rendersi conto di quanto ogni singolo passo di Nick,Charlie e tutta la combriccola di amici racconti le nostre storie, vissute magari con sfumature diverse, ma che abbiamo provato sulla nostra pelle. Vedere che c’è una speranza per affrontare la propria adolescenza in maniera da non doverne pagare le conseguenze nel quotidiano da adulti  è una splendida morale. Come anche l’importante messaggio legato al supporto psicologico e al fatto che, curare disturbi alimentari e del comportamento, è sì possibile ma è anche un processo lungo fatto di  tanti momenti bui che porteranno a un nuovo giorno felice.

    Forse il dettaglio più importante che ha dato quasi un sentore di italianità è stato vedere quando, ammesso il bisogno di aiuto medico, la possibilità di avere una visita fosse rimandata di parecchi mesi, perché non neghiamolo, ci sono servizi che non sono accessibili subito, e spesso questa mancanza di aiuto peggiora solo le cose.

    Spero che nelle nostre scuole questa serie venga fatta leggere, che sia fatta conoscere ai genitori. Queste storie sono in grado di salvare vite e di migliorare quelle che rischiano di deragliare da un momento all’altro.

    Inutile dire che aspetto il prossimo volume con ansia e spero che la serie continui per molto, molto tempo.

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