Recensione Chiodi di Antonio Schiena

Chiodi
Marco Torre non è come gli altri. Non riesce a essere come gli altri. Per questo entrare nel cimitero di notte a sfidare l’Avvinto (la leggendaria figura che lo abita) è l’unico modo che ha affinché tutto cambi. Una prova che fa diventare adulti chi la supera. Il mondo però, sarà davvero pronto ad accettare il Marco adulto? Smetterà di chiamarlo pisciasotto? Smetterà di vederlo come quello sbagliato?
Ci sono poche certezze nella vita, una di queste è che se Antonio Schiena scrive un libro io devo leggerlo. So già a priori che sarà una lettura che mi lascerà qualcosa. Di libri così, in libreria, se ne vedono sempre meno, quindi è il caso di comprarli, leggerli e ovviamente recensirli.
Questa volta però, è successo qualcosa che mai avrei pensato accadesse: dopo alcuni capitoli mi sono domandata “dove vuole portarmi l’autore?”. Da lì il panico: vuoi vedere che questo è il primo volume, firmato Schiena, che non mi piacerà?
Proseguo con la lettura, lascio che la storia mi prenda e poi, a pochi capitoli dalla fine, succede: arriva la violenta doccia fredda! Mi rendo improvvisamente conto che Antonio ce l’ha fatta (di nuovo!). Ha scritto qualcosa che ti lascia con tanti dubbi e poi … poi ti stravolge, ti fa crollare addosso tutti i capitoli letti, perché non hai capito nulla! Ad ogni pagina, come un ragno spietato, ha tessuto una tela complessa di cui ha offerto solo piccoli dettagli. E quando succede, ecco che ti allontana, ti fa capire l’intero disegno.
Hai passato l’intera lettura a contemplare il complicato castello di carte che stava creando, quella complessa costruzione che ti si sgretola davanti; tutti i capitoli, come tessere di un mosaico, sparse a caso sul tavolo della tua mente, con la tremenda certezza che dovrai ricominciare la lettura. Perché non hai davvero letto, non hai davvero visto la sua storia.
Questo è un libro che va certamente letto almeno due volte, forse anche tre, prima che si possa cogliere appieno la storia. Posso dire che finalmente c’è un libro che ha il coraggio di rompere gli schemi e di non raccontare la solita storia con la solita struttura. Un testo che prende sul serio il lettore e gli pone una sfida davanti. Leggerlo e essere costretti a rileggerlo per capire la sottile genialità dei piccoli tocchi dello scrittore, arguti sotterfugi per portarci fuori strada senza nemmeno farlo per davvero. Non mi permetto di dire altro perché lo spoiler scorrerebbe prepotente, ma posso anticiparvi che un solo altro scrittore mi aveva sconvolto così e sto parlando di Chuck Palianiuk.
Potrei dirvi che all’interno di questo volume potete trovare tematiche eterne: il bullismo, il complicato rapporto genitore-figlio, la solitudine che in troppi vivono durante l’adolescenza, ma la realtà è che, da amante dei cimiteri, mi sono innamorata dell’Avvinto e della poesia di un paese come tanti. Parliamo della favola nera che “infesta” il cimitero, che magistralmente è in contrasto con il nome storpiato del camposanto “Bello”. Una storia popolare come ce ne sono tante nel folklore del nostro paese, che non ha mai voluto prendere distanze nonostante il cattolicesimo. Ebbene quest’uomo, che rimane “legato” al cimitero, maledetto dalla morte, è un storia semplice eppure così ben studiata sul personaggio del becchino. Certo aggiunge una dimensione dark alla narrazione, ma la realtà è che, anche questo come molto altro, non è un caso, non è solo una storia o una prova di coraggio.
Parlando del paese in cui si svolgono i fatti, della sua scuola, delle persone che lo abitano è semplice riconoscere uno, nessuno e centomila luoghi d’Italia. Vorrei tanto che questo genere di situazioni di emarginazione e bullismo fossero una cosa degli anni ’90, come se nel 2000 qualcuno avesse deciso di spegnere un interruttore e le cose fossero cambiate. Ebbene i Pinocchio saranno stati sostituiti da altro di meno vintage, forse il problema oggi non è una felpa, ma un cellulare; la cattiveria del branco c’era ieri e c’è anche oggi, magari meno palese nel mondo reale, ma si nasconde in chat dove si insultano e ridicolizzano i compagni di classe. Il paese creato da Antonio è il nostro paese, così poeticamente sbagliato, così fissato nel restarlo. Come se crollasse il mondo, se un giorno, si decidesse di smetterla, di cambiare davvero qualcosa e iniziare ad essere migliori. Perché di chiodi piantati ce ne sono davvero troppi, ma è sempre più difficile notarli sulla superficie del nostro quotidiano.
Un libro che consiglio a mani basse. Forse non la lettura immediata che potreste volere, quindi vi consiglio di dare tempo al libro perché sia il suo momento. Siate certi che, alla parola fine, non resterete delusi e saprete solo che è giunta l’ora di rileggerlo. E lo farete con piacere.

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    Attenzione questo libro è stato fornito da I.D.E.A. – Immagina Di Essere Altro.

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    In questo momento in cui la nostra vita trova il tempo che è sempre mancato per dedicarlo a se stessi e alle nostre case, sopraggiungono tantissime riflessioni. In particolare, mentre cerco di usare instagram come valvola di sfogo e contatto con il mondo esterno mi chiedo: è giusto parlare di libri mentre la gente muore? I libri e l’intrattenimento letterario sono necessari? E poi ci sono le questioni catastrofiche legata al mercato dei libri che il covid-19 ha ormai scoperchiato: ci sarà ancora un mercato editoriale? La bolla economica di Messaggerie sopravvivrà dopo tutto questo?
    La realtà è che non possiamo prevedere cosa succederà e nemmeno giudicare l’etica di chi parla di libri. Non condanno quelle bookfluencer che hanno preferito dare spazio ad altro. Il terrore però di ciò che resterà dopo questa quarantena non è da sottovalutare: i libri non scompariranno mai, al massimo gli ebook avranno la meglio, ma siamo sicuri che tutti quei marchi editoriali ci saranno ancora?
    In molti in questi giorni stanno parlando di come questa crisi potrebbe far saltare il complesso sistema di “salvataggio economico” che negli anni distributori come Messaggerie libri, hanno messo in atto per far sopravvivere alcuni nomi (a volte uccidendone altri) e togliendo quel non equo ma sano senso di competizione alla pari, dove chi vende ha i soldi e chi rimane in giacenza dovrebbe evitare di stampare altro. Mi fermo perché non voglio fare retorica spiccia, anche se ora dobbiamo ammettere che il sistema di stampa continua è diventato bulimico: ci sono troppi libri e pochissimi lettori.
    Quello che ci aspetta sarà molto simile, ma comunque imparagonabile, a quanto accadde con la crisi finanziaria di inizio 2000: i beni che non saranno di prima necessità e quindi beni superflui saranno i primi a non essere acquistati dall’Italiano medio, e questo porterà alla chiusura di molte realtà, non solo editoriali.
    Per questo a mio parere è un bene parlare di libri, comprare, quando possibile, per sostenere quelle realtà che potrebbero uscire davvero a fatica da questo stallo; il tutto aggravato da fiere e librerie che potrebbero restare chiuse per ancona molto tempo.
    Non sono una persona cinica, ho persone accanto che stanno perdendo dei parenti e vi confesso che lavorando ancora in ufficio, la paura di portare il virus a casa, le ambulanze che sfrecciano giorno e notte, non rendono i miei pensieri completamente tranquilli, spensierati e puntati su pagine e pagine da leggere e scrivere. Eppure devo riconoscere quanto i libri siano stati importanti nella mia vita e farò quanto possibile per aiutarli ora nel momento del bisogno, così come sostengo altre attività locali comprando prodotti che mi vengono consegnati a casa. Parlarne e comprarli sono le scuse con cui mi distraggo in queste giornate a casa, anche se non leggo, scoprire nove storie mi fa scattare la voglia di comprare, di fingere che tutto sta andando bene; potrebbe essere semplice compensazione e buonismo, ma mi fa stare bene, mi fa credere che anche se uno di voi, guardando le mie stories su instagram o leggendo il mio blog, avrà voglia di comprare e leggere qualcosa di nuovo, penserà per qualche minuto a un libro, lasciando in pausa tutto quello che sta succedendo intorno a noi; forse avrò fatto la mia parte, forse avrò aiutato anche un editore che come me ha famiglia dei dipendenti, ha paura di cosa succederà dopo tutto questo.

  • Recensione Kilmeny del Frutteto di Lucy Maud Montgomery

    Eric Marshall è pronto per prendere il suo posto nel mondo ma, per aiutare un amico, si trasferisce momentaneamente a Lindsay sostituendolo nell’insegnamento della scuola locale. È per caso, durante una passeggiata, che Eric incontra Kilmeny. Lei sta suonando il violino, ma quando  Eric la avvicina, fugge spaventata.

    Ignora infatti che la ragazza che ha visto, è la figlia di un tremendo peccato, segnata da esso anche nel corpo.

    I libri di Lucy M. Montgomery sono sempre una rivelazione. Leggerla in questo libro è scoprire una nuova sfaccettatura di questa donna che, troppo spesso, viene relegata solo ai libri dedicati ad “Anna dai capelli rossi”. Certo il libro non è invecchiato bene. Si sente la struttura di inizio novecento e anche alcune tematiche segno dell’epoca. Il mutismo della protagonista omonima per esempio, viene ritenuto un elemento così invalidante, sia dai personaggi che dalla stessa Kilmeny, tanto da non meritare una vita come gli altri. Nel suo insieme però è una lettura godibile.

    È un libro tradotto con molta cura, anche se vi confesso che al posto di molte note che segnalavano la forma originale del testo, avrei preferito un’introduzione che parlasse del registro scelto dall’autrice, permettendo di godere l’opera tradotta a tutto tondo. Di pregio è la scelta di inserire anche le stampe della pubblicazione originale, che avrei visto bene anche associandole alle scene nel testo, non relegate solo a fondo volume.

    Lo si legge davvero in poche ore. E’ un piacere farlo, anche perché la Montgomery amava il Canada, e anche qui tira fuori la poesia dell’Isola del principe e la fonde con la storia romantica. Questo è un volume adatto a chi cerca la delicatezza dei romanzi di fine ottocento o inizio novecento. Una lettura perfetta per la primavera da poter assaporare all’aria aperta.

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