Recensione di Oltre la meraviglia di Lewis Carroll

Torna Carroll nelle librerie d’Italia. In questo periodo dove, ad esclusione dei suoi romanzi si trovano sempre meno lavori a lui correlati (le sue lettere, la sua biografia, finanche la sua Alice Sottoterra sono ormai fuori catalogo), accolgo con gioia questo volumetto “Oltre la meraviglia” perché, anche se piccola, una fiamma può far scaturire un incendio nei lettori che ormai considerano questo autore solo il padre di Alice, ed è invece molto di più.

Attenzione questo libro è stato offerto da L’Orma Editore.

Questa edizione fa parte di una delle collane più uniche che L’orma Edizioni potesse creare. Il nome è quasi retorico: “I pacchetti”, infatti è composta da libri che è possibile spedire comodamente. Dotati di una sovracoperta che diventa busta, può essere affrancata e inviata tramite posta in maniera veloce e furba. Così ci troviamo tra le mani con un volume di lettere di Carroll che possiamo decidere di spedire a chi vogliamo. Oserei dire un regalo natalizio davvero molto carrolliano.
Torniamo però al volume che raccoglie appunto alcune delle corrispondenze di questo scrittore, fotografo e matematico. Delle autentiche chicche che persino io (che ben conosco le sue produzioni), sono rimasta sbalordita nello scoprire qualcosa di nuovo e mai visto. Forse anche grazie al lavoro di traduzione di Anna Scalpelli che rende la dialettica di Carroll alla portata di tutti. Tra le più originali rivelazioni c’è il “Portafrancobolli delle Meraviglie”, una autopubblicazione di Carroll che nasconde illustrazioni inedite e tutta la semplicità di quest’uomo che cerca la serenità nel suo quotidiano, trovandola grazie ad un oggetto che, nonostante abbia solo la funziona di contenere i francobolli, gli semplifica radicalmente la vita. Tra queste pagine traspare il racconto della vita vittoriana epistolare, in forte contrasto con il nostro quotidiano dove ormai, un messaggio è istantaneo, e una lettera è vista come una cosa troppo lenta. Impensabile gestire una conversazione scritta in maniera analogica quando, con un click, le nostre missive sono in grado ormai di arrivare in ogni parte del globo istantaneamente. Eppure fa piacere vedere quando un indirizzo scritto male, oppure omesso su una missiva, potesse causare il mancato recapito. Oggi ci spaventa solo che le nostre mail potrebbero finire nello spam, o che un messaggio visualizzato non sia ricambiato da una risposta. Un tempo le lettere erano oggetti dell’avventura, che dovevano passarne tante prima di arrivare a un destinatario. Forse con la semplicità, abbiamo perso quel lato rocambolesco che un nostro messaggio poteva vivere.
Chi non ha mai letto le lettere di Carroll, si è perso irrimediabilmente la sua ironia e tutto il gioco che metteva nei suoi scritti. I libri di Alice sono un esempio più maturo, in cui non compare così apertamente la gioia dell’immaginazione: Lewis Carroll, viveva e raccontava il mondo come lo fa un sognatore. I suoi scritti, soprattutto quelli rivolti ai piccoli amici con cui corrispondeva, danno vita a situazioni irreali, comiche.
Il volume riporta anche un falso storico legato a Carroll. Questo non rovina la lettura, conferma però che di questo autore c’è ancora molto da studiare e, la mancanza di fonti in italiano, rende la produzione di questi volumi difficoltosa. Non è quindi mio intento puntare l’indice accusatore verso l’editore e l’opera, perchè la smentita dell’aneddoto è possibile trovarla in un libro di Carroll assolutamente impensabile. Soprattutto per il tema dello stesso, molto lontano dalla narrativa.
In tutta l’opera traspare quanto sia magico il modo di raccontare il quotidiano di Carroll: nessun episodio che lo riguardi è minimamente reale, semmai è portato all’estremo del nonsense con la fantasia che solo i bambini (almeno un tempo, perchè temo che le nuove generazioni non abbiamo più quell’innocenza) possono capire, e che certamente avrà loro strappato un sorriso. A questo poi si aggiungono la moltitudine di sperimentazioni: lettere scritte a spirale, alcune specchiate (che si possono leggere solo con uno specchio), a cui si aggiungono anche i suoi giochi e i modi in cui sono nati.
Ma chi è, veramente, il mittente di queste missive ironiche e surreali? Ci sono stati studi, che snocciolano le corrispondenze di Carroll, e puntano il dito su una possibile mania, quasi pedofila. Altri che lo vogliono un Peter Pan (prima ancora della sua nascita e di Barrie stesso!). Io credo invece che le sue lettere (e questa selezione lo fa vedere bene) raccontino un uomo che sogna anche da sveglio, che gioca e non ha paura di usare la fantasia per parlare ai bambini.

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    Attenzione il libro è stato offerto dall’autrice, Rebecca Moro.

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    Inutile dire che non vedo l’ora di iniziare il secondo volume.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Rizzoli.

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    Conosco bene i fatti che portarono in Svizzera Mary e il marito, oltre che ai retroscena di quella vacanza dove nacquero non solo il romanzo che fece la fama di questa autrice, ma anche “Il Vampiro” di Polidori da cui Bram Stoker trarrà ispirazione per il suo “Dracula”. Devo dire che l’adattamento per un giovanissimo lettore è ben fatto e non lascia nulla al caso; certo sono omessi i lutti subiti da Mary, i litigi, ma del resto la sua storia diventa una favola per bambini dove ognuna, coltivando la propria fantasia, può arrivare a scrivere una storia unica.

    Sono molto legata a questa scrittrice, mi piacerebbe poter raccontare questa vita fatta di testardaggine e unicità ai miei figli; questo credo sia il volume migliore per mostrare che a volte, avere la testa nelle nuvole, potrebbe portarli ben oltre ciò che riescono a immaginare.

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    Attenzione questi albi sono stati forniti da Renoir Comics.

    Che il fumetto francese vanti una delle maggiori tradizione a livello europeo non lo possiamo negare, eppure devo confessarvi di non averne letti molti. È l’ennesima delle mie carenze ma, ammettiamolo, non è così facile sapere tutto di tutti. Se però mi viene data la possibilità di colmare questi gap, non mi tiro indietro, e anzi con piacere vi pongo rimedio.

    La serie di cui vi parlo oggi (ho letto i primi tre volumi, che equivalgono a 6 dell’edizione originale) ha dei toni molto particolari: è facile ricondurla ai mondi immaginati da Miyazaki. In alcuni punti vi confesso di aver sentito l’ispirazione a opere come Ponyo, mi è sembrato quasi un omaggio al lungometraggio. An altri si può scorgere anche “The boy and the beast”. Non saprei dirvi se sono i colori o l’ambientazione, ma l’impressione è che potrebbe aver in qualche modo influenzato la realizzazione dell’opera. Il disegno non è manga, ma potrebbe passare tranquillamente per un made in Japan: una via di mezzo tra Mohiro Kitō e appunto Hayao Miyazaki. Le tavole hanno colorazioni molto tenue, che spesso quasi contrastano con le onomatopee, particolari scene d’azione o le grida dei protagonisti che non sono ben amalgamate al disegno. Questo forse è un tratto che ci riporta più in europa, abbandonando la chiara componente nipponica, che però sembra urlare nelle tavole degli sketch contenuti alla fine di ogni volume.

    La storia è un susseguirsi di avventura e magia, dove l’altra sponda del fiume si rivela un mondo che si ama da subito rimanendovi piacevolmente immersi, scoprendo le gioie e le difficoltà che coinvolgeranno a Milo. L’unica pecca è che siamo al terzo volume e certamente ne saranno previsti altri tre. Odio le serie in corso, perché vorrei leggere tutta la storia d’un fiato e doversi fermare, in attesa dei prossimi volumi, è un dispiacere.

    Il mondo di Milo é consigliato a chi cerca una serie che sta tra il fumetto e la graphic novel. Una storia ideale per ragazzi, ma che fa sognare anche gli adulti. Ideale per chi ha bisogno di qualcosa di diverso e, per quanto vicino nello stile, molto lontano come provenienza dal Giappone.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    La tematica della cecità in epoca regency, o vittoria, mi ha sempre affascinato. Questo amore è scattato grazie a Roberta Ciuffi e il suo “Un segno nelle tenebre”. Dopo la sua lettura ho sempre cercato protagonisti (sia maschili che femminili) che avessero questa caratteristica: ci troviamo in epoche in cui la disabilità a volte veniva vista come vergogna o doveva essere nascosta oppure trattata con pietà. Ed è forse anche per questo che la serie “Survivors’ Club” da una visione di questo aspetto piuttosto completa. L’Inghilterra era uscita vincente dalla guerra napoleonica, ma questo non significava che non avesse avuto perdite o reduci che portavano non solo nell’anima i segni delle battaglie. Se ne trovano tanti di romanzi ambientati in quegli anni, ma è difficile che gli uomini, protagonisti di queste storie, siano andati in guerra o che ne portino in maniera invalidante i segni sulla loro pelle.

    Vincent è forse l’esempio più classico di un reduce giovane e che si è visto strappare dalla guerra qualcosa che lo può rendere indipendente: la vista. Sebbene ormai sia comunque in grado di gestire la cecità, la famiglia vuole che trovi moglie, così che non resti solo. Anche quando è sposato la moglie, dovrà persino dimostrare che non è un’opportunista che si approfitta di lui. Anzi dovrà cercherà un modo per farlo sentire il più libero, adattando la casa in cui vivono e i terreni circostanti, perché possa goderli in piena indipendenza.

    Ogni nuovo libro di questa autrice conferma il piacere di conoscere una vita spezzata dalla guerra e il modo in cui sopravvive al mondo che non riesce più a vedere in lui un uomo completo. Allo stesso tempo la passione e l’amore fanno sognare i lettori. Non vedo l’ora di leggere il prossimo volume.

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    Lisa è un’adolescente che però non ha ancora abbandonato il gioco infantile: ama raccogliere teschi e ossa o dilettarsi con le sue bambole o il suo elmo. Spinta dall’ennesimo gioco si ritrova, senza accorgersene, in un mondo parallelo dove trafuga i denti di un demone, e torna nel mondo reale ignara di aver irritato un diavolo che ora pretende giustizia.

    Attenzione questo albo è stato offerto da Tunué.

    Sono anni che faccio il filo a Tony Sandoval, tutta colpa di Tunué, e infatti per il mio compleanno mi sono regalata “Echi in tempesta”. La fortuna ha voluto che l’editore mi omaggiasse di quest’opera e di un’altra. Ho deciso di partire da questa (di recente pubblicazione) perché mi ispirava di più da subito, e non ho fatto male.

    La storia è raccontata con semplicità alternando il mondo reale con quello fantastico, oltre il portale attraversato da Lisa. Però più che la storia in sé è il tratto dell’artista a colpire. I disegni di Tony Sandoval è qualcosa di unico: i ragazzi hanno corpi filiformi e teste sproporzionate, si contrappongono agli adulti che sono molto più proporzionati, ad accezione di alcuni (come alcuni anziani) dove i dettagli del viso sono enfatizzati fino a farli sembrare caricature di loro stessi. I demoni e le presenze fantastiche hanno forme insolite, a volte minimali e armoniosi, altre grottesche come se fossero brutte versioni di loro stessi.

    Le tavole sono in parte un trionfo di acquarelli, in altre di quasi asettico inchiostro e colore, infatti dove la storia racconta è l’ordine di linee nette e spazi a fare da padrone, mentre dove ci troviamo davanti alle emozioni dei personaggi, i confini si annullano e saranno le sfumature che sembrano ancora bagnate a dare forma alle sensazioni.

    L’unica pecca di questo volume è il formato molto piccolo: l’opera è godibile anche se piccina, ma avrei apprezzato maggiormente in una dimensione più vicina a quella di un A4.

    Una lettura davvero particolare e interessante, dove i disegni sono i veri protagonisti. E’ un albo che non può mancare al vostro scaffale dedicato alle Graphic Novel.

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