Recensione di Alice per Sempre di Dan Panosian, Fabiana Mascolo e Giorgio Spalletta

Alice per Sempre

Alice ha una vita complicata. L’unico rimedio comodo per stare bene, è tornare nel paese delle meraviglie. E solo l’oppio lo permette. Siamo nell’epoca vittoriana, una donna non può permettersi certe fughe senza rischiare che tutto questo metta in pericolo la sua reputazione. Per questo Alice decide di farsi ricoverare in un manicomio. Arriva in Italia il volume “Alice nerver after“, che Saldapress propone con il titolo “Alice per sempre“, una serie che in America era edita in 5 mini volumi e, che per il nostro paese, ci viene già proposta in una raccolta unica. Cosa aspettarci però da questo volumetto?

La premessa della trama è abbastanza semplice. Nell’insieme la storia ricorda abbastanza il film “Sucker Punch. Non che ciò sia un difetto, ma ammetto che avrei voluto una storia più fresca; il complicato e intrigante rapporto tra Alice e la psichedelia non è certo una novità, come anche includere l’ambientazione dei manicomi (si veda Alice: Madness Returns). Questo rende la trama come un mix che a volte sembra avere il retrogusto già sentito o visto altrove. Questo non significa che determinati elementi non possano essere riproposti con una nuova storia, ma qui a mio parere la narrazione sembra restare in una comfort zone. Nella trama quindi non ci sono grandi novità (sempre che abbiate visto “Sucker Punch”, giocato a “Alice in Madness” per citarne un paio). Interessanti sono però i parallelismi tra questa Alice e quella classica/storica: ecco che le sorelle che compaiono hanno i nomi delle corrispettive della vera Alice che ispirò Carroll. A ciò si aggiunge anche la scelta di portare alcuni elementi di Wonderland nel mondo reale: la direttrice Hulda richiama la spietatezza no-sense della regina di cuori, i due carcerieri Thomas e Theodore sembrano Pincopanco e Pancopinco e, controllando meglio, si trovano molti altri esempi. Una nota intrigante è anche la scelta di mettere il punto di vista nelle mani dei due gatti di Alice: Kitty e Bucaneve. Il tutto accompagnato anche dalle piccole avventure che si possono godere in parallelo sul lato superiore di alcune tavole.

Se quindi per la trama lascio una sufficienza, per i disegni magistralmente realizzati da Giorgio Spalletta e colorati da Fabiana Mascolo dietro il character design di  Dan Panosian, mi sento di dare l’eccellenza. Quasi mi spiace non sia stato proposto nel formato americano, (cinque volumi singoli), dove ci sono state proposte diverse variant cover davvero uniche e spettacolari.La domanda quindi è: vale la pena l’acquisto di questo volume, da parte degli amanti di Alice?

Come vi dicevo poco sopra, non si tratta di un volume con una storia nuova, le vibes sono abbastanza canoniche. Questo non significa che risulti essere un volume di bassa qualità: partiamo dal presupposto, che avendo letto e visto tantissimi retelling o adattamenti di Alice, sorprendermi è cosa alquanto difficile. Questo invece potrebbe succedere per altri che non masticano Wonderland ogni giorno, la trama a loro apparirebbe davvero originale. Infine la componente grafica è davvero intrigante e non richiama classicismi Disneyani, anzi è una Alice molto Americana. Certo ritroviamo i capelli biondi e l’abito azzurro, ma questa Alice non ha nulla in comune neanche con quella Burtoniana.

Un fumetto che attendevo da tempo (dovete sapere che avevo intercettato le uscite americane prima ancora di scoprire che Saldapress lo programmasse in Italia) e che un poco mi ha deluso perchè mi aspettavo altro, ma non si tratta di una proposta di serie B che sconsiglierei, anzi, grazie anche la formato medio si può godere di questa Alice. Se volete scoprirla (perché poco la conoscete) questo è un buon esempio di come si può trasformare un classico letterario in qualcosa di horror e psichedelico. Se però siete master & commander in cadute in tane del bianconiglio … ecco, non aspettatevi grandi stravolgimenti a strade che, molti, altri hanno già percorso nel paese delle meraviglie.

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    Dido Monica Monkford sembra ormai condannata a rimanere zitella, se non fosse che la famiglia decide di predisporre un accordo di matrimonio a distanza, a Ceylon, nelle colonie orientali: qualcuno sembra volerla come sposa. Peccato che al suo arrivo, dopo tre settimane di navigazione, il suo promesso sia ormai morto. A lei rimangono solo sei mesi per trovarsi marito, o dovrà tornarsene in Inghilterra.

    Tranne per un paio di volumi, ormai ho letto quasi tutto di Amalia Frontali. Avevo la copia digitale di questo, ma ho anche recuperato la splendida edizione cartacea che fa pendant con “La chioma di Berenice” perché, è inutile dirlo, amo moltissimo questa autrice, tanto da avere uno scaffale interamente dedicato a lei. Ora basta però con i convenevoli, parliamo di questa opera che è tra le sue prime produzioni.

    Lo stile è ancora un poco acerbo ma ha la finezza della ricerca storica e la creazione di una trama che non vada in contrasto con l’epoca. La sapiente penna, che poi arriverà a lavorare su titoli meglio strutturati, c’è però già tutta. Dai piccoli dettagli e le note storiche, si sente che non è solo una romanzo in abiti d’epoca e con tazze raffinate. Insomma scordatevi gli anacronismi alla Bridgerton. Qui perfino i passi di danza descritti potrebbero essere verificati e confermare la sua correttezza temporale. Questo differenzia i libri di Amalia dai romanzi fantasy-storici: perfino i soprammobili sono accurati!

    Bando alle ciance, veniamo al contenuto letterario. Come anticipavo è uno dei suoi libri più “giovani” e “precoci”, non lo si può negare. Nella parte centrale ho faticato un poco a trovare la spinta giusta per continuare la sua lettura. Il problema a mio dire è che, l’autrice semina molto bene alcuni elementi di trama, ma toglie al lettore i momenti di tensione che irrompono tutti insieme sul finale. Un peccato perché Ceylon (la moderna Sri Lanka) è sì una location molto romantica e selvaggia, ma a volte diventa troppo invadente, distogliendo l’attenzione del lettore dai dettagli che Amalia colloca sapientemente qua e là, pezzi che poi comporranno un complesso mosaico che apparirà nella sua interezza solo a fine libro.

    Ideale per chi cerca un Regency vero e autentico al 100%, con una punta di esoticità insolita per il genere ma che, fidatevi, vi incanterà.

  • 2020 – L’anno di letture della Chimera (prima parte)

    Tirando le somme sono arrivata a leggere ben 63 volumi. Non è un cattivo risultato, ma vi confesso che potevo fare di più. C’è da dire che ci sono stati periodi di magra, come a inizio anno, dove mi ero presa i miei tempi per leggere, ma anche la situazione che stavo vivendo non mi permetteva di godere della lettura appieno. Anche tra fine ottobre e novembre, per colpa del Covid, ho preso la distanza da molti libri perché ero nauseata dalle storie, per un attimo ho iniziato a odiare tutti i libri che avevo in casa. Questa pandemia mi aveva fatto perdere il baricentro della mia vita, arrivando in un momento che volevo dedicare a me stessa, portandomi via la libertà di scrivere, perché per un mese, a parte l’isolamento, ho vissuto senza stimoli e forze.

    Cominciamo dagli editori. Il meglio di questo 2020 secondo me arriva da due molto diversi e di cui ho letto poco, eppure quel tanto che basta a farmi capire che vanno consigliati a tutti. Il primo è Carbonio Editore con cui ho collaborato, ma di cui sto puntando altri due o tre titoli da comprare per leggerli nel 2021. Non è un catalogo frivolo il loro, i testi che ho letto mi hanno dato una chiara visione sulla profonda ricerca e cura dei loro testi, facendomi scoprire anche autrici che meriterebbero molto più spazio nelle librerie italiane, come Jill Dawson. Se cercate qualcosa di serio con cui aprire il 2021, guardate i loro libri, se comincerete con Carbonio sono sicura che l’anno partirà con la marcia giusta.

    Il secondo editore è Tunué: non ho letto libri, mi sono soffermata sulle loro graphic novel e vi confesso che probabilmente tenterò anche la parte letteraria delle loro pubblicazioni. Mi sono dedicata unicamente ai lavori di Tony Sandoval, ma non me ne vogliate, amo troppo questo artista. Lo avrete capito dalle mie recensioni sulle sue opere. Il plauso è da condividere anche con l’editore che, non solo lo ha portato in Italia, ma ha anche saputo fornirgli il formato e i materiali più adatti per esaltare le sue opere.

    Stranamente ho letto anche libri per ragazzi e giovani lettori. L’ho fatto principalmente perché era uscito “La signora Frisby e il segreto del Nimh”, che ha dato una nuova sfaccettatura a una delle storia più importanti legate alla mia infanzia e, sempre per rimanere in tema topolini, ho letto (e vi consiglio) “Factory”. La narrativa per piccoli mi è sempre apparsa come scialba e priva di spessore, eppure questi due libri mi hanno dimostrato che può essere anche profonda e concreta. Forse è il caso di dare una seconda possibilità a quel lato delle librerie che sembrano essere ben rifornite, ma che gli adulti non leggono.

    Passiamo a parlare di generi. Guardando le mie letture spicca il romance. Grazie a questo genere ho ripreso a leggere durante il covid e lo devo a “Un’estate da ricordare”, un romance storico prequel di una serie che sto leggendo senza troppo impegno, recuperando ogni tanto i volumi che la compongono. Tra le eccellenze del genere però abbiamo anche “Condannati” di Jane Harvey Berrick, che finalmente è tradotta al meglio per i lettori italiani, e che emoziona con le sue storie uniche e che parlano di rivincita e rinascita. Altro titolo da citare “Come petali di Ciliegio”, un caso editoriale che da self è arrivato alla grande editoria dimostrando, ancora una volta, che se scrivi bene prima o poi un buon editore verrà a bussare alla tua porta. Infine il meglio di questo genere, “Pâtisserie Française – Macarons in cerca d’amore” di Margherita Fray. Si è rivelata la lettura migliore in questo genere: frizzante, ironico, spensierato, è stata la lettura che ho consigliato di più, tanto da farlo leggere anche alle mie colleghe in ufficio durante gli ultimi mesi di lockdown questa primavera. Se (sul serio?) non lo avete ancora letto, vi consiglio di recuperarlo; questa autrice ha la stoffa per scrivere e mi auguro di leggere molto altro nel 2021!

    Altro genere di cui non avevo mai parlato sul blog sono le graphic novel e fumetti. Mi sembra giusto dare spazio anche al meglio di questa categoria. Il meglio è formato da un trittico molto vario eppure armonioso. Partiamo con “Heartstopper”. C’era bisogno di questa storia, servivano le sue vignette ironiche e eppure ricche di emozioni. “Watersnakes” è il secondo titolo, ci porta la delicatezza di un tratto unico con la spensieratezza di storie che sembrano rivolte a un giovane pubblico, ma con tematiche forti a volte splatter. Infine quello che per me è stato il meglio per questa categoria: “Cheshier Crossing”… ok forse sono un filino di parte perché c’è Alice, ma mi è piaciuta moltissimo e mi sento di consigliarla a chi ama i crossover, e se ve lo dice una che non ne leggerebbe, fidatevi significa che merita.

    Mi sono dilungata abbastanza direi che teniamo per la seconda parte il Fantasy, la Distopia e soprattutto il meglio del meglio.

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    Pubblicare in self… quindi ho fallito?

    Dopo Infelici e Scontenti, sta per arrivare l’edizione self di Delicato è L’equilibrio in una nuova veste grafica. Visto che sono libera da decisioni editoriali, da posizionamenti di mercato, e soprattutto ci voglio investire dei soldi (perché credo molto in questo libro), non solo avrà una copertina creata da A.C. Graphics (grafico che vince non si cambia): ho pensato di realizzare un prodotto curato in ogni dettaglio e, per questo, sarà pure illustrato internamente da Sara, illustratrice nota sui social come _SaturnoContro (di cui potete vedere un’immagine già nella copertina di questo post). Ah e non dimentichiamo l’editing di un certo livello della bravissima Gioia de Bonis.

    Proprio ora che piccole e grandi Case Editrici usano la IA, mi sento di investire in artisti reali; avrei potuto prendere anche io questa strada. Ho due libri editi che nessuno pubblicherà più. Quindi, perché investire altro denaro che non è detto possa tornare? Beh potevo lasciarli all’oblio, potevo scrivere un prompt e cavarmela aggratis, invece ho scelto dargli una nuova occasione nel self credendo non solo in me stessa, ma anche in altri professionisti.
    Scrivere per me ha sempre avuto più una connotazione artistica che qualcosa dettato da un “spendo X e devo avere indietro 2X”. In alcune occasioni mi è stato detto “bello ma non è abbastanza commerciale”. Le prime volte ero rimasta molto turbata da questo concetto “brava ma non venderebbe”, anche perché mi è sempre sembrato un controsenso. Come se, qualcosa di qualità, non garantisse l’apprezzamento del pubblico per una storia. Una specie di handicap.
    Ho un libro pronto nel cassetto. Ha fatto qualche giro, per ora non ha trovato un editore. Ma non credo cercherò di pubblicarlo in self. Si tratta di un romanzo per il quale vorrei qualcosa in più, e sto cercando di trovargli una casa. Perché sono sicura che, prima o poi, uscirà dall’ombra di questo essere bello ma non commerciale.

    Non posso negare che ci siano settori del mercato editoriale che spostano veramente cifre importanti grazie alla piccantezza di alcune pagine, o per il nome dell’autor* che spesso è indicato in caratteri cubitali, tanto da nascondere il titolo del libro.
    Mi sembra strano ribadirlo, eppure non scrivo per vendere. Scrivo le storie che mancano nella mia libreria. Perché, prima di tutto, sono una lettrice. Scrivo perché mi emoziona, mi ha fatto tirare fuori tutto il peggio che il mondo aveva messo nella mia anima. Vorrei tanto che, chi ancora sostiene la becera equazione “romanzo spicy =vendita” (il discorso vale anche per qualsivoglia genere che tira in un determinato momento storico), dovrebbe ripensare a queste parole dell’Attimo Fuggente (liberamente riadattate): “Non leggiamo e scriviamo poesie/[e storie perché è carino/vende (ndAlice): noi leggiamo e scriviamo poesie/storie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione.”

    Molti di voi mi potrebbero dire che, se un romanzo non è vendibile o apprezzato da un editore, potrebbe comunque arrivare ai lettori in self. Eppure se si pensa a questa opzione, ecco che in molti sentono e vedono altro. Probabilmente in molti si saranno sentiti dire  “Va in self”, quasi fosse una canzonatura: “se non lo pubblichi con noi, allora l’unica strada è buttarlo nel self”. Come se, l’autopubblicazione, fosse una lettera scarlatta. Come se uno scrittore non avesse altre strade. Un romanzo e un autore perduti che meritano solo di prostituirsi per i vicoli più oscuri del web. Un luogo che per molti è una discarica da cui emergono solo i migliori a vendersi. E dove spesso gli editori pescano a piene mani, nella speranza di rimpolpare le casse. Non neghiamolo, dai, ora lo fanno con Wattpad…

    Chissà quanti con l’autopubblicarsi vedono automaticamente il proprio fallimento. Per molti è al pari di una macchia sul Curriculum editoriale. Vorremmo tutti che, prima o poi, un editore mettesse sotto contratto una o più opere da noi create. Siamo troppo ambiziosi o ingenui nel pensare che il mondo editoriale non sia solo un’industria; forse crediamo all’ideale di un mondo di libri che dovrebbe fare cultura, raccontare i nostri tempi e quelli passati attraverso le storie che scriviamo, di qualsivoglia genere sia. Vi sento già dire che gli editori non sono onlus e devono fare impresa, ma da qui a costringere tutte le mucche a fare latte al peperoncino, perché è il preferito dai consumatori, è ben diverso. Anche perché un mercato che poi si riempie dello stesso prodotto con diverse etichette, prima o poi smette di interessare. Non dimentichiamo che non è iniziata oggi con il Romance (genere che amo leggere se scritto bene), che non ha nessuna colpa. Forse dimenticate i tempi in cui all’uscita de “Il signore degli Anelli” le librerie abbondavano di Fantasy nostrani (vi dice niente Licia Troisi?). E si potrebbero fare decine di esempi. Notiamo questo genere perché ormai sono anni che tira la carretta, ma presto o tardi qualcos’altro potrebbe prendere il suo posto.
    Potreste pensare che esistono piccole realtà indipendenti votate a qualità e che non seguono le leggi delle classifiche. Questo è vero, ma sono sempre meno.
    La realtà è che si stampa tantissimo, si legge poco e troppi editori promuovono solo quello che certamente potrebbe vendere. Inevitabilmente qualcuno resta in ombra o disperso in questo mare di carta.

    Ho scelto di pubblicare anche “Delicato è L’equilibrio” in una nuova edizione autopubblicata in quanto non credo sia possibile trovargli un nuovo editore come già era accaduto a “Infelici e Scontenti”.  Soprattutto non ho più l’ambizione di essere una scrittrice così come i social dipingono questa professione. Ho un bellissimo lavoro, mi ci pago quasi tutto. Scrivere non è per me un punto di arrivo monetario, magari lo è per la parte professionale. Non perdo la speranza che questo un giorno mi paghi il pane, ma non posso vivere le pene per questo (c’è una velata citazione a Elio e le storie tese in questa frase). Mi sembra di vedere sempre le solite storie in libreria, perchè italiane o non italiane, quello vuole il mercato: un tempo entrare in libreria era una scoperta, c’erano forse meno generi, ma molto spesso tornavo a casa con qualcosa di nuovo ed entusiasmante. Le librerie di catena hanno perso del tutto il concetto di varietà: escludiamo il genere rosa, avete contato quanti libri con protagonisti i gatti (nel titolo o nella trama) sono usciti nell’ultimo anno? Ci sono gatti in libreria, gatti che abitano cafè, e recentemente ne ho trovati pure piovere dal cielo…
    Molti libri non arrivano nelle librerie; tutto questo non è sempre e solo colpa dei testi, di una copertina sbagliata o dell’editore o di una distribuzione malata, o semplicemente la massa non vuole leggerli, non è colpa dei lettori se abbiamo abituato l’editoria a questo flusso continuo di mode e libri fotocopia.

    Capiamoci, mi piace quello che scrivo, perché cerco sempre di creare un libro che non si troverebbe normalmente nelle librerie dei lettori. E penso che là fuori ci siano altri che amerebbero come me trovare nuove storie, ma non voglio nemmeno vivere male se l’editoria punta alla parte imprenditoriale.
    Ci sono davvero tantissimi costi che un lettore non vede (editing, promozione, ecc…). E il ricavo, soprattutto quello per lo scrittore, è quasi sempre misero.
    Decidere di non scrivere solo perché una o più storie non ci posso pagare l’affitto, le bollette e le vacanze, è spesso dettato dalla deviata visione della professione definita come “scrittore”: in questo paese le scrittrici e gli scrittori che vivono di sola scrittura sono mosche bianchissime, quasi trasparenti. Sono tantissimi gli scrittori che vivono mescolando alla professione di scrittore, quella di editor, impaginatore, coach, giornalista, influencer. traduttore ecc… e questo dimostra inequivocabilmente che sono pochi quelli che ci vivono (con “vivono” intendo che non solo ci pagano il costo della vita, ma possono concedersi il lusso di fare solo quello di lavoro).
    Rimane uno stereotipo malato, soprattutto se sei in self e vuoi lavorare bene: perché il costo di un buon editing è sui 700 euro (libro da 350 pagine). Una copertina costa dai 100 ai 200 euro. Poi ci possono essere anche i costi di impaginazione; e ci sono anche la promozione, le copie omaggio mandate a bookblogger o ai neo booktoker (che spesso chiedono anche loro un compenso). Insomma alla fine ti trovi a spendere più di 1000 euro e, se guadagni in pagine sfogliate o e-book, ecco che recuperare questa cifra è un’impresa titanica per chi non scrive generi commerciali.
    Non dimentichiamoci che, se si lavora con un editore, tanta grazia se si prende il 10% del prezzo di copertina. Ricordandoci sempre che, le tirature sopra le 1000 (e le relative vendite totali), sono appannaggio di pochissimi. Un autore dovrebbe come minimo vendere 1000 copie al mese di un volume che costi 20 euro e, pagando le tasse, non so se gli resterebbe abbastanza per vivere. Andate ad analizzare quanto vendono mediamente gli autori italiani (di generi poco commerciali) pubblicati da editori. Poi ne riparliamo.

    Ci dobbiamo discostare dal modello estero in cui scrittori di medio successo lo fanno come professione. Non dimentichiamo che scrivono in inglese, una lingua che leggiamo anche noi italiani. Ebbene, quanti nel mondo leggono e conoscono l’italiano? L’Italia è un paese in cui l’editoria è malata (non lo dico solo io eh) da tempo. E non sta facendo nulla per guarire. Restano pochissimi editori indipendenti che davvero lavorano a testi e promozione, gli altri sopravvivono incrociando le dita di aver messo sotto contratto il romanzo che potrebbe fargli fare la svolta. Altri pescano nelle classifiche self/wattpad, o tra gli influencer, per favorire le vendite facili.

    Quindi non ho fallito. Non hanno fallito i miei libri. Semplicemente ha fallito l’ideale di scrittore in questo paese in cui, lavorare con l’arte, è qualcosa ad appannaggio di pochi. Un qualcosa che delle somme autorità devono definire tale, sennò è solo narrativa di genere. Insomma non sarà mai una professione per professionisti, semmai un traguardo concesso a pochi.
    Vorrei tanto che riconoscessimo tutti l’elefante nella stanza. Il problema non è lo spicy, i lettori che vogliono solo scene hot e storie simili, non sono gli autori che hanno successo su wattpad. Forse il problema è che, troppi editori, hanno perso la voglia di scommettere su qualcosa di nuovo, di unico, di sconosciuto. Non smetto di sperare, chissà che un giorno qualcuno non guardi verso ciò che ho scritto. Nel frattempo continuiamo a leggere quello che ci piace, a creare nuove storie che vorremmo vedere in libreria. Chissà che un giorno non ci arrivino davvero. E per una volta gioco a fare l’imprenditrice autopubblicando un libro su cui ho lavorato per tanti anni. Un volume che spero arrivi a nuovi e vecchi lettori in questa veste tutta speciale.

  • 2020 – L’anno di letture della Chimera (terza e ultima parte)

    Come dicevo in precedenza, del 2020 mi hanno colpito cinque volumi. Ognuno con caratteristiche diverse e con storie uniche. Partiamo dal fondo della classifica.

    Al quinto posto: “Pomodori verdi fritti al caffè di Whislte Stop”, un titolo sempreverde e che per quanto lo vedessi nelle librerie di altri lettori, ignoravo la sua storia, o anche solo che ci fosse un film tratto da esso. Pensavo fosse solo un libro di massa invece si è rivelato una sorpresa. L’ho letto con piacere, con calma, ci ho messo quasi un mese e non mi sono pentita, né del tempo passato insieme, né di aver aspettato per leggerlo. È arrivato quando serviva e sono certa che il prossimo Fannie Flagg che leggerò arriverà proprio come Gandalf, quando ne avrò bisogno.

    Al quarto posto: “L’ultima ricamatrice”. Letto perché ero attirata dalla trama, sono finita nell’intreccio dell’ordito che lo compone. È un libro che non ha una storia davvero speciale, eppure racconta di un mondo che sta scomparendo, quello delle sarte, delle ricamatrici, delle donne che con ago e filo hanno tenuto insieme la storia del nostro paese e che quasi nessuno ricorda. Ha risvegliato ricordi difficili, ha rievocato l’amore che avevo per il punto croce e l’uncinetto e mi ha fatto capire che stiamo abbandonando il tempo che dedicavamo a queste attività. Oggi sono relegate al poco tempo dei nostri hobbies e non a una attività necessaria anche per liberare la mente e creare qualcosa per noi, per la nostra casa o per il semplice piacere di farlo.

    “Gli inganni di Locke Lamora”. Primo volume di una trilogia che promette molto. Devo però metterlo al terzo posto, gli altri due volumi restanti non possono meritare di meno. Non ho voluto premiarlo nei migliori Fantasy perché era davvero molto di più. L’ambientazione, i personaggi, e nonostante la mole, si divora con piacere e mi sento di consigliarlo a tutti, ma proprio a tutti, anche a coloro che di solito non apprezzano la componente fantastica. Peccato che Nord non l’avesse valorizzato abbastanza nel 2011, peccato che nessuno prima di Mondadori avesse avuto il coraggio di pubblicarlo di nuovo, perché questo libro (e credo anche i successivi) merita il suo spazio in tutte le librerie.

    Mi hanno sempre detto che leggere e scrivere vanno di pari passo. Ecco, al secondo posto metto un volume che chiunque voglia scrivere un romanzo dovrebbe leggere: “Fiamme nella palude”. E’ così che si scrive un romanzo. Così si crea una trama (ok, il finale è po’ un’americanata). Si sente che è un libro che difficilmente si può attaccare in qualche modo; magari non amate il fantasy, ma il modo di raccontare una storia di dare vita a dei personaggi, non era mai stato fatto così bene. Questo libro è la messa in pratica di tutte le possibili lezioni di scrittura che si possano prendere. Se volete scrivere dovete leggerlo, studiarlo e poi scrivere come se non ci fosse un domani.

    Infine, il meglio del meglio. E’ un libro che non avevo richiesto e che mi è stato donato dall’editore. “Il talento del crimine”. Non so nemmeno cosa altro dire. Come spiegare quanto sia stato un sogno, come lettura, come storia, come scoperta? È stato uno dei pochi libri in vita mia che avrei voluto sottolineare (peccato mortale, degno della pena capitale, in casa Chimera). Le tematiche trattate sono varie e  snocciolate con una profondità che resta dentro. Prima di scrivere questo articolo ho riletto uno dei passaggi più belli. Sono passati mesi eppure anche così, estrapolato dal contesto, riletto per rievocare la sua lettura, ha lo stesso sapore della prima volta. Che dire se ancora non avete letto nulla di questa autrice provate, fidatevi non ve ne pentirete.

    Con i libri ho finito ma resta ancora una cosa di cui parlare… del mio anno come autrice. Quindi sì c’è altro da leggere sul 2020, ma ne parliamo in un altro articolo.

  • 2020 – L’anno di letture della Chimera (seconda parte)

    Riprendiamo da dove mi ero interrotta. È ora di parlare del meglio della Distopia. È un genere che dopo Hunger Games è scaduto nello young adult, dimenticando le vette raggiunte dai capolavori che gli avevano dato un peso importante. Attenzione amo gli YA, ma troppo spesso diventa quasi una caricatura di se stesso. Sono felice di averlo riscoperto attraverso romanzi che hanno lasciato altrove questa bruttura, e il meglio è segnato da “La tuffatrice”, “Catena Alimentare” e “L’ascesa di Senlin”. Questo trittico ha caratteristiche diverse: i primi due futuristici, il terzo più fantasy, ma sono pronti a togliere il velo di felicità dietro cui, una società perfetta, nasconde il marciume della sua essenza. “L’ascesa di Senlin” non è propriamente distopico, ma la torre e la favola che viene raccontata su di essa sono un ottimo spaccato del mondo moderno, dove siamo capaci di vedere e vivere l’irrealtà senza capire che, in fondo, dietro a così tanta perfezione non c’è altro che una facciata.

    Fantasy e Urban Fantasy… come sempre il primo amore non si scorda mai, ma questa volta ho fatto davvero fatica a creare un podio. Ad esclusione di uno che mi ha davvero sorpreso, gli altri due sono stati quasi unicamente intrattenimento con molti (forse troppi) difetti. Partiamo dalla coppia che si è “lasciata leggere” con piacere nonostante l’imperfezione, anzi, tra buchi di trama e cadute di stile si sono rivelati un bel groviera; mi riferisco a “Crescent City” e “La guerra dei papaveri”. Il primo davvero troppo prolisso, ma che mi ha tenuto compagnia con piacere. Il secondo, con grandi errori nella trama, che però si legge con piacere grazie alla scelta dell’ambientazione orientale, un elemento che si rivela importante e non di solo contorno.”Wicked Tapes”, il podio è di nuovo di Margherita Fray. Si rivela il romanzo (anche se breve) più bello del genere: è completo, frizzante, sconvolgente, romantico e ha una struttura alternativa. Consigliato perché è anche una prova d’autore sensazionale: dimostra la versatilità di chi scrive, la flessibilità a non rimanere ancorati all’etichetta di un genere, e il pregio di adattare se stesso alle storie che vuole raccontare.

    Ora senza indugi andiamo al meglio del meglio. Di solito nomino tre migliori titoli, più una menzione speciale ma la realtà è che quest’anno ho letto dei libri che meritano di essere citati. Non posso ridurla a numeri così bassi, abbiamo tre menzioni speciali e ben cinque volumi sul podio.

    Da citare a margine, perché hanno fatto in qualche modo la differenza di quest’anno, sono “Poirot – Tutti i racconti” che mi ha aperto gli occhi sulla figura di questo investigatore il cui accento francofono e i baffetti mi avevano sempre attirato, ma con cui pensavo non sarebbe potuto scoccare nulla e invece è stato amore. Il secondo che cito è “Cuori Arcani”, una storia davvero particolare che trasudava di profumo d’arancia e mi ha mostrato come l’amore per i luoghi può portare a creare storie poetiche. Non è un libro che ho promosso a pieni voti, anzi, ma voglio rileggerlo perché credo di averlo iniziato in un momento sbagliato. Sono sicura che quando lo rileggerò si mostrerà in tutto il suo splendore. Infine, ma non per questo da sottovalutare, “Paul Verlaine – il fiore del male”, una storia che mi ha mostrato come un editore possa tirare fuori dalla bravura dei suoi autori una collana editoriale che ha un potenziare incredibile.

    Chi c’è sul podio però? Beh… facciamo che ve ne parlo in un articolo a parte.

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