Introduzione alla Trilogia di Julia Quinn

Trilogia di Julia Quinn

Questo è un anno di grandi scoperte grazie alle nuove uscite di Mondadori.Lo vedo anche dalle dipendenze che ha creato, come il mio bisogno di potermi abbonare a “Le cronache mondane di Lady Whistledown” di cui vi parlerò nella mia recensione. Vi presento questa trilogia (che ho divorato) che Mondadori porta in Italia proprio ora che Nexflix ha messo in cantiere la serie ispirata agli otto volumi che compongono questa trilogia romantica con ambientazione Regency.

Con le parole di Lady Whistledown vi presento quindi i Bridgerton:

“I Bridgerton sono la famiglia più prolifica dell’alta società. Tale peculiarità è encomiabile anche se si può ritenere banale la scelta dei nomi fatta a suo tempo dall’ormai defunto viscontee dalla viscontessa per i loro figli: Anthony, Benedict, Colin, Daphne, Eloise, Francesca, Gregory e Hyacinth. Avere metodo è una cosa meritoria, ma si pensa che dei genitori intelligenti riescano a ricordare il nome dei propri figli anche senza metterli in ordine alfabetico.”

Otto tra fratelli e sorelle che nel complesso mondo del ton, nell’epoca più abusata per raccontare storie romantiche, dovranno fare i conti con l’amore, a volte ricercato altre inaspettato, che terrà i lettori incollati alle pagine.

I primi tre volumi in uscita oggi sono: “Il Duca e io” dedicato a Daphne, “Il Visconte che mi amava” in cui sarà il capofamiglia Anthony a cedere al proprio cuore e infine “La proposta di un Gentiluomo” dove sarà il turno di Benedict farci vivere una favola Regency.

Tre libri a cui seguiranno anche i restanti cinque (aspettiamo con ansia le date), che sapranno allietar gli amanti del romance storico.

Per questo vi invito a seguire il Review Tour per scoprire nei dettagli cosa ne pensiamo noi blogger che abbiamo avuto la fortuna di leggerli.

Se vi ho incuriosito, vi invito a leggere anche le recensioni dei blog che hanno aderito al Review Party:

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    Abbiamo letto per voi Il Ritmo della Guerra, il quarto volume della Folgoluce dell’inarrestabile Brandon Sanderson, pubblicato da Oscar Fantastica in contemporanea all’uscita negli Stati Uniti, grazie allo straordinario lavoro dello storico traduttore di Sanderson in Italia, Gabriele Giorgi.

    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori, recensione a cura di Chiara Crosignani.

    Il romanzo si inserisce perfettamente nella cornice dei volumi precedenti: non solo per ampiezza (le sue 1330 pagine lo portano quasi sullo stesso livello del precedente Giuramento), ma anche per la pregevolezza artistica di questa serie, caratterizzata da immagini di altissima qualità: a colori, nella quarta di copertina, la rappresentazione di alcuni degli Araldi di Roshar, e, in bianco e nero, all’interno del volume, una selva disegni che ci permettono di visualizzare il mondo creato dall’autore con un’immersione nella sua biologia (soprattutto spren e forme di Cantori), nella sua moda (sospettiamo qui l’intervento di Adolin in persona) e nella sua arte.  Anche solo le dimensioni e l’accuratezza della grafica basterebbe a giustificare il prezzo, senza considerare il contenuto.

    Ma Il Ritmo della Guerra è un attesissimo romanzo di Sanderson e quindi è al contenuto che i suoi fedeli lettori mirano. Negli episodi precedenti, forse soprattutto in Giuramento, Sanderson ci ha abituati a un inizio lento (beh, lento per gli standard di Sanderson) e a un finale trascinante, di quelli che lasciano veramente incollati alle pagine per ore.

    Il Ritmo della Guerra inizia più rapidamente rispetto al capitolo precedente: è passato un anno dagli eventi conclusivi di Giuramento, ma abbiamo poco tempo per ambientarci nella nuova realtà. Gli eventi si accavallano rapidi, su più fronti, ed è difficile trovare un momento di pausa nell’intero romanzo (chi vi scrive lo ha letto in tre giorni).

    Tutti i personaggi principali si trovano ad affrontare sfide che li coinvolgono nella battaglia cosmica per il possesso di Roshar e, potremmo dire, dell’intero Cosmoverso: sì, perché finalmente, con questo quarto capitolo, capiamo davvero la portata della guerra che si sta combattendo, grazie a riferimenti sempre più diretti e precisi agli altri mondi che compongono l’universo sandersoniano. Teorici del Cosmoverso, qui troverete pane per i vostri denti!

    Ma l’ampliamento dei confini dell’universo non è il solo elemento che ci ha fatto amare Il Ritmo della Guerra (che, personalmente, abbiamo apprezzato più di Giuramento): come suggerisce il titolo (e come sappiamo da tempo i flashback tipici della serie si concentrano sulle parshendiEshonai e Venli) i Cantori entrano prepotentemente in scena, in tutte le loro (scusate il gioco di parole) forme.

    Se già in Parole di Luce e in Giuramento avevamo avuto modo di familiarizzare, e di empatizzare, con gli altri abitanti di Roshar, in questo libro possiamo leggere dalle loro parole cosa hanno vissuto, nel presente del racconto e nel loro tragico passato, per essere diventati quello che sono. Come sempre accade nei testi di Sanderson, il male e il bene sono concetti così interconnessi che non è possibile trovare un rigido dualismo e tutti i personaggi sguazzano nel confine tra moralità e amoralità, tra giustizia e onore da un lato e prevaricazione dall’altro: così, rimaniamo sorpresi da quanto possano essere onorevoli i malvagi nichiliferi e ingiusti coloro che dovrebbero rappresentare la moralità di Roshar.

    E proprio in queste sfumature, che obbligano il singolo a compiere scelte dolorosissime, sta la grandezza di questa serie: se in una prima fase della produzione di Sanderson si aveva l’impressione che alcuni personaggi potessero essere meglio delineati, qui i protagonisti bucano le pagine. Kaladin che affronta il buco nero della sua depressione, Shallan afflitta dall’incapacità di gestire la sua personalità scissa dai traumi subiti, Dalinar, titanico nelle sfide che incontra, senza dimenticare il Ponte Quattro, i Radiosi, Navani, del cui rapporto con Gavilar finalmente veniamo a scoprire qualcosa, e che nella sua umanità entra nel novero dei protagonisti del romanzo, e un Adolin finalmente autonomo dall’ingombrante eredità paterna (i fan di Hoid saranno felici di sapere che Arguzia del Re ha un ruolo non secondario nella vicenda).

    Il finale del libro è, come da abitudine, un’esplosione di colpi di scena sempre più travolgenti, che ci fa rimanere in astinenza da ultimo capitolo di questa prima pentalogia dedicata a Roshar. Anche questa volta, Sanderson non sbaglia un colpo e la traduzione di Gabriele Giorgi, che rende nel modo migliore i neologismi del Divino Brandon (anche e soprattutto nelle complesse parti tecniche che riguardano le scienze arcane di Roshar), ci permette di godere in tempo reale del nuovo travolgente capitolo delle Cronache della Folgoluce.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Stefano Tevini.

    Ho letto quasi tutto di questo autore e ogni volta non posso che riassumere il suo lavoro con l’aggettivo “Teviniano”. Stefano si sente proprio in queste pagine, come sempre. È suo, lo rispecchia, a volte mi sembrava quasi di sentirlo leggere a piena voce nella mia mente. Ma cosa significa che è Teviniano? Significa che questo libro non ha confini, non ha paura di portare sulle pagine la violenza, il razzismo e il sessismo. Già perché “Catena Alimentre” mostra un viaggio verso la creazione di un mostro.

    Gootchi è il peronaggio che dovrebbe essere l’eroe e invece la sua metamorfosi da uomo represso e infelice lo porta a diventare un essere sempre più odiabile, che ci fa schifo compiendo azioni riprovevoli eppure è felice si sente realizzato. Quanto è distante, dalla nostra realtà, questo mondo in cui essere odiosi paga in visualizzazioni, in cui il singolo ha il diritto di fare tutto quello che ci fa sentire realizzati?

    Le prime pagine mi hanno ricordato moltissimo “Fight club”, eppure si capisce pian piano quanto invece il mondo di “Catena Alimentare” sia più oscuro: non serve un io “cattivo” a portare il personaggio alla perdizione, anzi, è semplicemente l’essere se stessi seguendo gli ideali di una società a piramide, dove non conta la base ma arrivare alla cime; il migliorarsi a rendere Gootchi libero di essere uno stronzo, il migliore in assoluto infischiandosene dei sentimenti, di chi lo circonda.

    Il tocco di classe poi sta nei nomi: Gootchi, Gooroo, Sis Ko, Renò tutti nomi che fanno riferimento a marche Gucci, Guru, Cisco e Renault un aspetto che mi ha trasmesso, appena messo a fuoco il gioco di parole, come le persone non avessero diritto a una personalità propria, perdendo l’identità e assumendo nomi meno banali in un mondo dove è tutto immagine, dove non ci sono veri diritti.

    Un libro che si legge in poche ore e costruisce un mondo che dovremmo odiare, eppure non è così distante dal nostro, dove la violenza ha più click della divulgazione. Siamo tutti capaci di leggere storie in cui il canovaccio è quello del viaggio dell’eroe, ma quanti sarebbero in grado di capire e affrontare il viaggio verso il mostro? Vi invito a mettervi tra queste pagine e vedere quanto sia semplice, proprio come spesso accade anche nel mondo reale, forse siamo solo mostri in attesa della nostra occasione?

  • Recensione: Mio unico amore di Mary Balogh

    George Crabbe, duca di Stanbrook, ha visto i suoi sopravvissuti trovare l’amore, per questo decide di darsi una mossa. Anche lui ha bisogno di una moglie, non è più giovane e per quanto non possa sperare in un figlio, vuole almeno invecchiare insieme a lei: Dora Debbins. Sì proprio quella donnina rimasta nubile, che ha conosciuto l’anno prima e che si è costruita una vita, ormai convinta di poter avere solo la solitudine come futuro.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Inevitabilmente siamo quindi giunti all’ultimo volume. Abbiamo visto tutti i reduci di guerra trovare il loro modo di sopravvivere al passato e ormai restava solo lui: George. Il più vecchio, l’unico che nella guerra aveva perso un figlio e successivamente la moglie che si era suicidata.

    Sono onesta, temevo che questa fine serie potesse essere un nulla di ché: insomma era palese che anche George si sarebbe accasato e sarebbe vissuto “felice e contento”. Quindi avevo aspettative molto blande. Invece… già, invece mi ha sorpreso che seguisse un canovaccio abbastanza usato, mascherandolo bene con la pazienza narrativa di Mary Balogh che sa quando mettere il climax al punto giusto, per poi farti correre verso il finale.

    Il personaggio di Dora ben si sposa con la trama. Senza essere la macchietta della zitellona, anzi è una donna emancipata che non vorrebbe dire addio a tutto ciò che ha costruito, ma si rende pure conto che finalmente potrebbe avere un futuro suo senza dover combattere ogni giorno con la solitudine. Sarebbe anche  opportunità di poter recuperare anni della sua vita che non ha potuto avere, a causa di uno scandalo famigliare che le aveva impedito di esordire in società.

    Emozionante, romantico, sì anche un bel po’ passionale. La storia di un doppio riscatto: quello di un uomo che si era sposato per dovere e quello di una donna che non aveva avuto la possibilità di avere un marito.

    Grazie Mary per questa serie, molti non la reputano la migliore che tu abbia scritto, ma io con questi volumi ho superato il covid, ho iniziato a parlare con altre blogger che me l’avevano consigliata. insomma, i libri (di qualsiasi colore e spessore siano) riescono sempre a fare qualcosa di unico. Questa serie è quella che, personalmente, mi ha lasciato di più tra il 2020 e il 2022.

  • Una seconda recensione per “Maybe Someday” di Colleen Hoover

    Ho già parlato di questo volume, l’ho inserito persino tra i “Libri diversi per lettori strani” perché per me non è solo un semplice libro. Quando lo lessi nel 2017 (considerate che la prima edizione uscì nel 2015) ne rimasi fulminata. Fu un qualcosa di unico e per alcuni anni (non scherzo) sentire la canzone “Old on to you” mi stringeva il cuore fino a farmi sentire le farfalle nello stomaco. Queste emozioni però si sono spente ormai da tempo, certo ricordo con piacere la sua lettura, ma come sarebbe stato rileggerlo?
    Ho chiesto a Leggereditore l’opportunità di rileggere questo libro nella sua nuova veste grafica e devo dire che è stato strano.
    Premetto che è insolito per me rileggere interamente un libro. Di solito mi limito a soffermarmi sulla lettura delle parti salienti. Credo che questo sia ufficialmente il primo libro riletto in toto, dall’inizio alla fine (ringraziamenti inclusi).
    Questa esperienza è stata abbastanza insolita. Nei primi capitoli ho semplicemente analizzato alcune scene, mi sono resa conto di quanti piccoli indizi avesse messo l’autrice per far esplodere il colpo di scena iniziale. Poi però è successo. La parte analitica del mio cervello si è spenta e per quanto il mio cervello urlasse “sai già cosa sta per succedere” ecco che il mio cuore lo zittiva con ogni battito in parallelo con quello quello dei protagonisti, seguendo il ritmo delle canzoni che mi sono riascoltata oggi come la prima volta.
    Vi confesso che non pensavo fosse possibile. Sono una lettrice piuttosto fredda, una da “libro-usa-e-getta”: amo consigliare questo genere di letture e sapere che le persone che li leggeranno si emozioneranno come succede a me, ma non sono capace di emozionarmi di nuovo a ogni rilettura: ci ho provato con altri libri e non funziona. Ricordo troppo le trame, non mi faccio sorprendere da una scena già letta. Per questo ribadirò sempre che questo volume non è solo un libro. No, se lo fosse la mia rilettura sarebbe stata semplice e senza pretese.
    Inutile cercare di trovare in questo libro una formula che possa essere replicata. Questa autrice è un geniale camaleonte, non è mai così banale da lasciare al lettore la possibilità di capire dove la storia stia andando. Ogni pagina è un salto nel vuoto tra storie di vite difficili.
    Sono felice che Leggereditore lo abbia rimesso in circolazione con una nuova copertina, ma non basta, ora ci serve il resto della serie… nel frattempo, per lo meno, ci ha dato un nuovo libro da leggere (sempre una ristampa), Confess… e sì, è già in lettura.

  • Recensione Le api di Waterloo di Giulia de Martin

    Phédre ama la botanica tanto da avere anche delle arnie dove custodisce le api fondamentali per far prosperare la sua serra. Un amore che continuerà a coltivare anche una volta diventata Marchesa di Northampton. Ma la guerra le porterà via tutto.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Words Edizioni.

    È palese che l’autrice conosca la storia, anche se a volte forza la mano con alcuni piccoli elementi anacronistici o inconcepibili per l’epoca (come ad esempio il lutto non proprio rispettato). Se si sorvola su questi dettagli la trama è davvero eccellente, la struttura infatti è solida c’è però troppo poco show don’t tell. Questo romanzo poteva tranquillamente diventare una trilogia. C’è davvero molta carne sul fuoco e a volte mi è spiaciuto che fosse relegata al racconto della protagonista. Per esempio avrei voluto vederle subire il comportamento della suocera, o ancora i contrasti con Lady Coventry che potevano mettere molto pepe alla storia. Sono stati a mio parere lasciati troppo in un angolo. Forse sarà un’opinione personale, ma avrei voluto di più. Molto di più. Perché mi spiace non sia riuscita a entrare abbastanza nella storia.

    I personaggi sono ben costruiti ed è spiacevole che alcuni siano finiti in secondo piano dopo non molto. Per esempio la sorella di Phédre, ma come ho già ribadito avrei letto molto di più su tutti, perché sono figure ben piazzate sulla scacchiera della storia.

    Amo le protagoniste che devono affrontare le difficoltà, infatti consiglio questo libro a chi cerca un’eroina che nonostante le dure prove della vita è sempre pronta a rialzarsi; a questo aggiungete poi i continui colpi di scena e vi garantisco farete fatica ad abbandonare le sue pagine fino a quando non avrete letto la parola fine.

    Ideale per chi cerca una lettura veloce e allo stesso tempo emozionante, ideale per affrontare i giorni di primavera, come anche per chi lo leggerà davanti a un caminetto: avrete modo di sentire il profumo dei fiori e il ronzare delle api.

  • Recensione: Crescent City – La casa di cielo e aria di Sarah J. Maas

    Bryce e Hunt hanno salvato Crescent City. Si sono presi una pausa nella speranza di potersi godere un nuovo inizio insieme, invece qualcosa nell’ombra non può lasciarli in pace…

    Attenzione questo romanzo è stato fornito da Mondadori.

    Sembrava ieri che vi scrivevo la recensione del primo volume, invece ci sono voluti 2 anni per vedere il il seguito (e vi avviso già che per il terzo dovremo attendere almeno un altro anno). Già dal prologo si ritorna nel mood Maas: prolissità e erotismo buttato ad-minchiam (termine tecnico) così dalle prime pagine.

    Non è cambiato nulla. Dal punto di vista stilistico ci sono davvero troppi dettagli non necessari ai fini della trama, tanto che penso sia proprio una sua scelta narrativa. Probabilmente è anche un modo per creare “confusione” nel lettore che si perde su una moltitudine di descrizioni e storie di fondo. Alla fine si fa davvero fatica a raccontare brevemente la trama di questo libro, perché c’è di tutto.

    Dal punto di vista della coppia principale, l’autrice sfrutta al massimo il tira e molla e le attese per lasciare il lettore in attesa di un amplesso. Alcuni passaggi nelle prime pagine preannunciano quanto i due vorrebbero finire a letto, ma no! Non ci è dato di poter godere in breve. Unico aspetto positivo il fatto che si è rischiato il triangolo, ma per fortuna non è stato sfruttato!

    Grande spazio è riservato poi a Ruhn che, pian piano, è in grado di entrare nel cuore delle lettrici (e sinceramente a me piace di più rispetto a Hunt, che bello eh, ma alla fine è il solito angelo oscuro, meno pennuti e più elfi!).

    Per mio conto questo libro riconferma i pensieri espressi al primo libro. Non credo sia un libro che meriti le pagine su cui è stampato, ma devo confessare che si lascia davvero leggere con piacere, é un’ottima lettura d’intrattenimento. Sconsigliato a chi cerca una lettura concreta e ben editata, non pagine e pagine extra.

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