Recensione Amare un libertino di Julia Quinn

Amare un libertino

Michael Stirling è follemente innamorato di Francesca Bridgerton. Peccato che lei sia la moglie di suo cugino che è quasi un fratello per lui, quindi si consola dedicandosi a corteggiare quante più dame può. Quando però diviene vedova Michael è sconvolto. Non può sperare di poter sposare Francesca.

Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

Juilia Quinn devo confessarvi migliora di libro in libro. Ormai pensavo di amare Eloise e Phillip, quando invece sono arrivati a gamba tesa Michael e Francesca: è diventata subito la mia nuova coppia preferita.

C’è però un punto da tenere in considerazione, questo volume più degli altri racconta anche la sofferenza della vedovanza e della non possibilità di avere un figlio. Più che legarmi alla passione dei personaggi, ho sentito quanto Francesca desiderasse un figlio e ringrazio il fatto che il secondo epilogo, sebbene con uno spoiler, avesse un finale felice per lei.

Altro punto che mi ha fatto sognare è la Scozia e le sue piogge. Benedetti siano i temporali che costringono a correre sotto la pioggia in cerca di un riparo di fortuna, ritrovandosi sotti capanni gentilmente offerti dai giardinieri. Inoltre la psicologia dei personaggi è ben delineata e in questo modo ci si trova a vederli evolvere in maniera coerente (anche grazie alla spintina di Colin, ma non dico nulla perché sennò diventa spoiler).

Secondo voi, riuscirò a leggere i prossimi senza archiviare questa coppia che amo tantissimo? Che dite, il prossimo volume sarà in grado di scansarli dal mio cuore? Se così dovesse essere allora Julia Quinn è davvero la regina dell’Historical Romance.

Appuntamento il mese prossimo (questa volta sarà il turno di Hyacinth) per scoprire se sarà così.

Se vi ho incuriosito vi invito a leggere anche le recensioni del Review Party:

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Words Edizioni.

    Mi aspettavo un libro molto diverso, forse perchè cercavo una lettura romantica. Invece in questo volume gran parte dello spazio è dedicato alla ricerca, pagina dopo pagina, si percorre Londra e si raccolgono indizi e, con in sottofondo i romanzi scritti dall’autore, ci si ritrova immersi in una inchiesta. Questo non è affatto un difetto, e anzi trovo sia molto lodevole che non ci si perda in innamoramenti messi lì per intrattenere. Il rapporto tra Frances ed Erza prende spazio e importanza man mano che si avanza nella storia. Insomma non è un romanzo rosa da quattro lire, ma un buon romanzo storico.

    Non mi è risultato però completamente perfetto. In più punti ho trovato che l’autrice giocasse tutte le carte in anticipo, quando avrebbe potuto creare più suspense tenendole in mano fino al momento più opportuno. Anche i personaggi secondari vengono messi in campo forse con un poco di fretta. E’ in realtà Mrs Talbot a scompigliare tutto e tutti, creando i presupposti per appassionare il lettore, tanto che le pagine a lei dedicata me le sono divorate; era il giusto elemento di contrasto che serviva alla trama, a volte ferma sulle riflessioni dei protagonisti e sulle indagini, ristagnando in alcuni punto dove l’elemento di contrasto rimane un po’ troppo in sordina

    La pecca di questo romanzo è che, pur sfruttando elementi coerenti con l’epoca, li utilizza senza contestualizzarli. L’esempio più particolare è il telefono: certo era già in uso prima della grande guerra, ma solo dopo si diffuse capillarmente. Mi suona alquanto difficile pensare che nel 1907 l’assistente di un editorialista lo avesse. Certo era possibile, ma come risulta “insolita” la bicicletta in possesso a Frances, lo doveva anche essere uno strumento così moderno per l’epoca. Non sono errori, perché è chiaro che dietro a questo testo ci sia molta ricerca storica, ma la loro contestualizzazione è stata un po’ troppo tralasciata. Non sono elementi che influiscono la trama, ma in alcuni punti sembrano denaturalizzare il contesto storico, perché suonano più moderni di quanto in realtà sono.

    Se cercate uno storico con una bella nota investigativa e l’ambientazione di inizio ‘900 questo è il libro adatto a voi.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Lo confesso, sono partita con aspettative davvero molto basse e per fortuna questo volume si è rivelato superiore rispetto a quanto mi aspettassi. Diciamo che le prime pagine avevano un sentore di “Mulan sartoriale”, ma per fortuna si è presto risollevato.

    Partiamo con il dire che la costruzione del mondo è stata ben gestita. Questo volume è davvero ben strutturato e i fugaci dubbi vengono sempre sanati con delle spiegazioni coerenti. Insomma super promosso (invece il seguito… ma ne parleremo poi).

    La protagonista Maia è, volendo, un personaggio molto godibile e semmai è l’ennesimo immortale con millemila anni che poi si comporta da adolescente che rimprovero un poco. Sto parlando di Edan, lo stregone al servizio dell’Imperatore che però, come da migliore young adult, mi veste i panni della controparte maschile a cui la protagonista (spoiler) potrebbe voler cedere il cuore. Ecco, questo è stato un piccolo scivolone. Avrei preferito un uomo adulto pronto a fare anche qualcosa di sporco per evitare che la sua amata pagasse il prezzo della sua schiavitù, piuttosto che l’ennesima eroina che salva il mondo, salva la cheerleader (ops cliché sbagliato?)

    Scherzi a parte anche il viaggio dell’eroe dietro alle vicende dei protagonisti è abbastanza standard ma è molto godibile, forse anche per la cura della costruzione dei paesaggi e delle prove alle loro spalle.

    Onestamente sono rimasta molto colpita, alla sua fine non ero pienamente soddisfatta ma lo avrei consigliato a tutti senza problemi… però ho cambiato idea con il secondo volume, ma ne parleremo nella recensione del secondo libro.

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    L’oriente come ambientazione nei fantasy

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    Ovviamente ho superato il trauma quando ho letto Esbat di Lara Manni. La leggenda vuole che questo libro arrivasse da un giro di fan fiction che aveva attirato un editore famoso. Si è poi scoperto che era tutt’altro, ma non perdiamo la concentrazione. Esbat è un libro che parla di Giappone, di una mangaka follemente innamorata del personaggio che ha creato: un demone cane, tanto sexy quanto cattivo (ogni riferimento a Sesshomaru non è puramente casuale).

    Quel primo assaggio mi ha aperto un mondo.

    La più grande autrice in Italia di questo genere è certamente Francesca Angelinelli. Di romanzo in romanzo ha affinato la bravura non solo nelle storie, ma anche nella filologia di ambientazioni orientali, soprattutto con il suo Chariza.

    Anche Mondadori ha calcato questa via negli anni passati pubblicando la Trilogia di Otori che però non aveva avuto questo grande seguito come invece è avvenuto per i libri della saga che sono editi da Edizioni E/O. Se vogliamo restare in casa Mondadori vi ricordo anche “La guerra dei papaveri”, che tra le altre cose è stata pure una delle migliori letture 2020. Eppure se ben ci pensiamo c’è molto più fantasy orientale in libreria di quanto potremmo immaginare.

    Partiamo con una collana editoriale tutta dedicata a storie con ambientazione orientale e con un pizzico di atmosfere horror. Mi riferisco alla collana YOKAI di Bakemono Lab che vi consiglio di sfogliare perché. già solo per le copertine molto originali, io comprerei il mondo. Insomma a volte ignoriamo che nell’editoria indipendente potremmo trovare proprio i prodotti più adatti a noi.

    Se però avete voglia di qualcosa di più veloce, ci sono i racconti. Già perché anche nel formato più breve ecco che ci sono antologie come “Rizomi del sole nascente”, oppure la serie di Stefania Siano dedicata a Aki il Bakeneko.

    Se invece avete più una propensione per l’urban fantasy, allora vi consiglio Onislayer, letto moltissimi anni fa, ma che ancora oggi mi sento di consigliare caldamente.

    La fantasia e il sol levante non si fermano certo al passato  o al presente. Quindi ecco a voi un paio di titoli che mi hanno suggerito “Sirene” di Laura Pugno e “Il guerriero del tramonto” di Eric Van Lustbader.

    Insomma ci siamo sempre lasciati affascinare dal mondo lontano dove il sole sorge, e forse non ci siamo mai accorti di quanto i suoi raggi siano già intorno a noi. Vi invito a cercare, e perché no comprare, alcuni dei titoli che ho citato così che sia sempre alimentato e dia la possibilità, ad autori ed editori, di portare nuova luce sui nostri scaffali.

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    Abbiamo letto per voi il nuovo romanzo di Luca Tarenzi, L’Abisso, primo volume della trilogia L’Ora dei Dannati, pubblicato per Giunti e disponibile nelle librerie dal 28 ottobre.

    Luca Tarenzi è noto, nel panorama fantasy italiano, per aver pubblicato romanzi urban fantasy (ricordiamo almeno Quando il Diavolo ti accarezza per Salani, Godbreaker, la trilogia di Poison Fairies per Acheron Books), ma si è cimentato con il genere del fantasy storico in Demon Hunter Severian, ancora per Acheron Books, e con Di Metallo e di Stelle per Gainsworth.

    In questo nuovo romanzo, però, Tarenzi si cimenta con un genere diverso, un fantasy dalle tinte fosche e dai toni epici: interamente ambientato nella cavità infernale, L’Abisso prende le mosse direttamente dalla Divina Commedia del sommo poeta Dante.

    Mai citato come personaggio, indicato solo tramite metafore e metonimie, Dante aleggia per tutto il romanzo come ispiratore e, in un certo senso, come modello al negativo: la giustizia divina, elemento caratterizzante della Commedia, diventerà, nel corso delle pagine, il nemico dei cinque protagonisti di un’avventura letteralmente fuori dall’ordinario.

    Attenzione: questo volume è stato offerto da Giunti. Questa recensione è stata scritta da Chiara Crosignani.

    Ma procediamo con ordine: fin dalle prime pagine, il lettore è scaraventato nell’abisso infernale in compagnia di una guida ben nota, un Virgilio che, sebbene di derivazione dantesca, ha alle spalle ormai una plurisecolare esperienza in attraversamenti di gironi e cerchi. Se la funzione di guida, almeno per il lettore nei primi capitoli, rimanda direttamente al modello originario, la psicologia del personaggio, fin dalle prime mosse, lascia quanto meno perplessi i conoscitori del Virgilio poeta: è proprio nella caratterizzazione dei personaggi che Tarenzi non solo può prendersi delle libertà, ma lo fa anche con grande stile. Lo sappiamo, nel genere che qui l’autore sta riprendendo, cioè la re-interpretazione in chiave contemporanea dei grandi classici della letteratura antica, la psicologia è uno degli strumenti di appropriazione moderna della materia precedente: lo vediamo nei due grandi testi che anticipano, se vogliamo, l’ardita operazione di Tarenzi sul testo dantesco, e cioè La Torcia di Marion Zimmer Bradley e Lavinia di Ursula Le Guin, in cui la storia rispettivamente dell’Iliade e dell’Eneide è letta attraverso l’interpretazione di due personaggi femminili secondari nei testi di riferimento, Cassandra e Lavinia. E proprio i personaggi femminili sono, potremmo dire, l’unico peccato del libro. Brillano, infatti, per la loro totale assenza. Non che l’Inferno di Dante fosse particolarmente affollato di personaggi femminili di spessore, a parte Francesca da Rimi che speriamo, da indiscrezioni, di trovare nel prossimo volume.

    Ma certo la compagnia che affronta il più improbabile e difficile tragitto del mondo, un carcere di massima sicurezza per l’eternità, non ci fa rimpiangere l’assenza di donne: da un Filippo Argenti, puro emblema della violenza, a un Pier delle Vigne in formato vegetale (come può un albero evadere da un carcere?) a un conte Ugolino che dovrà decidere se staccare i suoi canini dalla nuca del suo secolare nemico, questi personaggi bucano la pagina. Il lirismo di uno dei personaggi più misconosciuti dell’Inferno, Bertran de Born, uno spadaccino costretto a combattere con la sua stessa testa in mano, rende la fuga dei nostri eroi qualcosa di più dell’abituale passaggio dal mondo ordinario al mondo straordinario: da un lato, un’eternità priva di tempo, in un susseguirsi di tormenti sempre uguali; dall’altra, una tenue speranza di evasione, talmente lieve che nessuno osa davvero immaginare che sia possibile. Ma in un mondo privo di tempo, e perfino privo di spazio, in cui i personaggi sono costretti per secoli in un’immobilità che impedisce loro di vedere altro se non la dannazione, il solo desiderare di compiere un’azione diversa dal previsto diventa un mondo straordinario.

    Tra demoni a loro volta spezzati, consapevoli del loro stesso inferno, e un’ambientazione che diventa essa stessa un’antagonista senza pietà, la fuga dei cinque dannati e le loro continue lotte contro i nemici che cercano di bloccarli, per ristabilire la spietata giustizia divina, tiene il lettore incollato alle 400 pagine del testo.

  • Recensione Le diecimila porte di January di Alix E. Harrow

    January ha solo sette anni quando inizia il suo viaggio grazie a una Porta. Inoltre il ritrovamento di un libro le svela i segreti del suo passato.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Quando sento la parola Portal Fantasy ritorno agli anni di studio in cui i miei professori mi insegnavano i rudimenti della narratologia fantastica: Narnia o anche solo Alice nel Paese delle meraviglie sono due esempi di questo sottogenere. Accantonate le reminiscenze scolastiche devo confessare che mi aspettavo molto di più. Questo libro è un buon mix di avvenutra, elementi fantastici e anche romanticismo, ma l’ho trovato troppo rivolto ai giovani lettori: è chiaramente un romanzo di formazione e che racconta l’autodeterminazione. Io invece cercavo altro.

    Il libro ha un ritmo lento, nonostante sia ben scritto, ci si perde e la storia sembra non avanzare. Le idee di base erano ottime, insomma chi non vorrebbe attraversare una delle Porte, ma non sono state sviluppate al meglio. Insomma questo volume poteva dare di più: ci sono così tanti mondi eppure gran parte della narrazione è ambientata nel nostro, ed è un vero peccato.

    Nelle prime pagine la frizzantezza di Junuary è divertente, ma mi dispiace dover dire che non ho saputo apprezzarla. Alla fine è rimasta una macchietta di se stessa.

    Di certo il pregio maggiore di questo volume è la grafica. La copertina (che è la medesima dell’edizione estera) è davvero intrigante, e mi trasmetteva una storia più matura.

    Insomma un buon libro da far leggere a giovani lettori, io non mi sento di consigliarlo a chi ha già macinato altri (tanti) libri sotto l’etichetta Portal Fantasy.

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