Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes – Recensione e approfondimento

Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes

L’investigatore più famoso del mondo letterario. Autori di un certo spessore che giocano con questo personaggio, dandogli la loro sfumatura, portandolo di nuovo su carta in una veste nuova e unica; nel piccolo formato del racconto troviamo anche opere di grandi appassionati. Eppure il più noto abitante della Baker Street londinese non mi è mai andato a genio. Da quando ho dato il mio amore a Hercule Poirot, confermo che nemmeno in queste nuove vesti sono riuscito ad apprezzarlo. Non che sia un brutto personaggio, solo che lo trovo troppo protagonista.

Non si può negare che per quanto il tempo sia passato, gli autori sono stati in grado di riportarlo su carta accompagnandolo con il fedele Watson, e devo confessare che pensavo fosse banale. Ma leggere “Elementare Watson” è stata comunque un’emozione, anche se non si trattava della penna di Arthur Conan Doyle. Ci sono poi episodi in cui non lo vediamo. Si gioca piuttosto a rievocare, nell’ambiente di appassionati, i personaggi di fantasia.

Una raccolta di racconti che NON può mancare nelle librerie degli  fan di questo personaggio, che ha segnato in maniera indelebile il genere Giallo.

Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

Da che sono nati i reati, l’uomo ha voluto risolverli e consegnare alla giustizia i colpevoli. La cronaca Nera ad oggi è ancora uno degli argomenti che creano maggiore interesse nello spettatore. Conoscere i dettagli scabrosi di un evento per il pubblico è fondamentale, tanto che, da casa, cerca di capire come sono andate i fatti. Basta guardare i dati auditel delle trasmissioni di approfondimento su omicidi e assassini: il mondo vuole partecipare alle indagini.

I libri hanno cercato il modo per saziare questo bisogno. In principio era la cronaca scandalistica dei giornali: se pensiamo che nell’epoca vittoriana i “mostri” che terrorizzavano Londra avevano il loro spazio, così come anche le vittime e i racconti orridi dei fatti. Anche la finzione ha dato spazio a questo mercato.

Sherlock è solo uno dei noti investigatori, o uomini di legge, che cercano di incastrare i colpevoli. Gli esempi più noti sono certamente i figli di questo personaggio come Hercule Poirot o l’italianissimo Guglielmo da Baskerville. Che si vada avanti o indietro nel tempo, che si resti in Europa o si esplorino mete esotiche, scrittori e sceneggiatori hanno snocciolato i peggiori casi di omicidio o furto per il pubblico.

Perché è facile da un certo punto in poi della storia, raccontare la risoluzione di un caso. Per esempio in CSI il colpevole veniva sempre (o quasi) trovato e messo dietro le sbarre, ma in altre epoche e tempi, senza luminol, esami del DNA o impronte digitali, come la mettiamo? Eppure Umberto Eco ci provò con “Il nome della rosa”, e con un buon successo. Perché in fondo trovare il colpevole non è solo una questione di strumenti, ma di osservazione e intelletto.

È impossibile se si parla di intrattenimento non citare due opere più contemporanee (anche se televisive) come “La signora in Giallo”, che tutti almeno una volta abbiamo visto, (e soprattutto, tutti abbiamo sospettato che fosse la Signora Fletcher l’assassina seriale), che puntualmente inscenava un caso. Insieme non posso che citare il più insolito “I segreti di Twin Peaks“, partito in maniera molto “strana”, e degenerato in qualcosa di abbastanza incontrollato, dopo che gli spettatori avevano finalmente avuto la risposta all’eterna domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?”

Si ferma solo alla finzione? No, il prurito per il sapere, essere parte integrante alla scoperta di un colpevole ha creato format documentaristici come “Making a murderer”, disponibile su Netflix. Un vero omicidio, un possibile colpevole, le prove mostrate tutte chiaramente al pubblico perché possa decidere, giudicare, dire anche la propria attraverso i social. Sull’onda negli ultimi anni sono nati persino dei canali specializzati come Crime+Investigation (i cui programmi avevano dei titoli scritti da un Copywriter che merita un premio!) dove le vittime e i loro assassini vengono raccontati con documentari e serie monografiche.

Insomma, forse è per questo che non accettiamo i casi irrisolti. Che ancora oggi qualcuno stia cercando la soluzione di ciò che accadde a Dallas a Kennedy? Per non parlare di coloro che ancora oggi cercano l’identità di Jack lo Squartatore. L’uomo vuole sapere, deve sapere. Io spesso odio i documentari dei casi irrisolti: non esiste che non si trovi il colpevole, non esiste il delitto perfetto. La realtà è che forse ci spaventa terribilmente l’idea che il colpevole sia ancora là fuori, e possa ancora fare del male o vivere libero.

Se vi ho incuriosito, vi invito a leggere anche le recensioni dei blog che hanno aderito al Review Party e Blog Tour:

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

    L’approccio con questo volume non è stato dei migliori. Mi aspettavo tutt’altra storia e, dopo Nona Grey, devo ammettere che avevo un filo di intolleranza alle suore (iniziano a essere un po’ ovunque). A questo si è poi aggiunta l’aggravante che, in una storia che sembrava avere tutte le connotazioni fantasy, sono comparsi elementi da Space Opera. Non sono un’amante dei pianeti e dello spazio, se poi la vedo combinata a negromanzia e “sette magiche”, proprio non mi convince.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

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    Attenzione questo albo è stato fornito da Mondadori.

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    Questi elementi sono ancora più marcati in Re Nokil, la cui giacca lunga è un trionfo di rosso e oro. Sul suo capo la corona è una fascia a “V” formata da rombi che ben richiamano l’intreccio della camicia chiusa a portafoglio. Tutta la corte segue questo dress code, come per esempio i sacerdoti e la guardia reale stessa, anche se troviamo alcune semplificazioni per i primi, e alcuni dettagli degni di nota per i secondi (la camicia chiusa con un complesso intreccio di lacci). Questo insieme è molto scenico ma lo trovo poco pratico per i combattimenti: il mantello posto proprio sotto l’unico spallaccio (come insegna Edna Modez ne “Gli Incredibili”) potrebbe essere un impedimento in battaglia, anche la stessa camicia richiede a mio parere una lunga vestizione e, per quanto molto scenica, in caso di emergenza sarebbe difficile spogliare una recluta sbottonandola. Insomma tutto molto bello se si parla di nobiltà, ma usarla in combattimento non so, è eccessivo.

    Sebbene ci sia meno sfarzo anche la Regina Pirata Arisa ha un abbigliamento molto ricercato: il primo elemento che viene all’occhio (seguito dalla sua acconciatura) è la maschera che richiama la forma di una bautta tagliata appena sotto il naso. Un forte contrasto geometrico rispetto alla sua tenuta più ribelle dove la pelle la fa da padrone con tagli ampi e tipico aspetto piratesto.

    Insomma nell’insieme il character design è ben delineato, anche se forse si da più spazio all’estetica che alla comodità. Mi spiace non aver visto abiti femminili di corte, avrei voluto esaminarli nel dettaglio come risultavano e se lì, l’opulenza (che avrebbe avuto tutto lo spazio che necessitava) sono certa avrebbe fatto un bel figurone.

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Ci sono tante cose che proprio non funzionano, a mio parere, in questo libro. Troppe ingenuità strutturali, troppi momenti spesi in frasi di elucubrazioni che non servono minimamente alla trama. Una buona parte del testo non da nulla al lettore. Ed è un peccato perché ci sono molte cose che, per esempio Hetty, avrebbe potuto trasmettere al lettore sul TOX (il morbo che le affligge) che invece viene gestito come un contorno. L’esempio più ovvio è quello della scuola. Sono tutte trasfigurate dalla malattia in qualche modo, eppure lo ricorda giusto ogni tanto. Ribadisce i “difetti” delle altre protagoniste, ma non si sofferma mai a raccontarli davvero: non vediamo grandi conseguenze se non il fatto che Reese non può sparare. E poi tutte vogliono sopravvivere? Sul serio? Nessuna che da trasformata desidera di morire? Nessuna che alla fame, alla prigionia, risponda dando fuori di matto? Tutte lì, rinchiuse in una scuola, nei dormitori, con due adulti e tutte che rispettano le regole? Sul serio? Hanno le armi e a nessuna in due anni è mai venuto lo schizzo di prendere il potere e mandare a quel paese tutto? Non dico che dovesse andare così la storia, ma si menano per un tozzo di pane ammuffito, e poi vivono in pace e rispettano le regole? È impossibile che siano tutte belle tranquille ad aspettare la cura o la morte.

    Anche la dinamica LGBT sembra messa lì così giusto per dare colore, e il rapporto Reese-Hetty-Byatt mi ha fatto storcere il naso. Un po’ perché sembra essere messo lì a casaccio, toccato, sfiorato in alcune scene e poi è “ammore”. Devo dire che essendo il secondo F/F che leggo, ancora non riesco proprio nemmeno a provarci ad empatizzare con i personaggi, quindi qui lo dichiaro, preferisco gli M/M.

    Un libro con una cover da sogno che però non riesce proprio a dare di più al suo interno di un po’ di curiosità. Sconsigliato, bocciato, passate oltre. Ok è la mia opinione ma riassume tutta la delusione dell’averlo letto.

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    Attenzione questo romanzo è stato fornito da Mondadori.

    Ho letto di vampiri classici, di vampiri che luccicano e fanno perdere la testa alle adolescenti (e non), di vampiri creati in laboratorio, romanzi che alla fine sono piccole fan fiction di Dracula di Coppola e mi fermo qui perché potrei continuare. Insomma il vampiro mi ha sempre affascinato, ma “Io sono leggenda” di Richard Matheson mi mancava proprio, quindi ho colto l’occasione per poterlo leggere grazie alla nuova edizione tradotta di nuovo e riporta in libreria questo classico edito nel 1954.

    Ciò che mi aveva tenuta lontana da questo libro era stato il film, avevo provato a vederne i primi minuti e ero rimasta terrorizzata dalla morte del cane. Ricordo di aver fermato il film e da allora vi confesso non ho più tentato di vedere come andasse a finire. Sono certa che molti abbiano apprezzato il lavoro di Will Smith ma io non sono fatta per questo genere di film. L’orrore mi piace soltanto su carta, e infatti il libro è stata una spiacevole lettura. Le scene di suspense mi hanno spinto più volte a prendere una pausa perché avevo davvero troppa paura di leggere altro, questo è il vantaggio dei libri rispetto ai film, i codardi come me possono prendersi anche uno o due giorni prima di proseguire la lettura.

    L’approccio del personaggio al problema “vampiro” è uno dei più originali che abbia mai letto: niente ricerca di immortalità o caccia sfrenata per salvare il mondo, Robert si dedica a capire perché i vampiri siano così spaventati dalle croci e odino l’aglio, da dove siano arrivati. Sì, i vampiri di “Io sono leggenda” presentano le caratteristiche classiche, dormono di giorno, muoiono se esposti al sole o colpiti al cuore con paletti di legno, gli elementi innovativi (almeno per me) sono nella distinzione tra vampiro “vivo” e “morto”, il primo è senziente il secondo è più mosso dalla fame, a cui si aggiunge il fatto che siano inseriti in un mondo che sembra post apocalittico, dove ormai si da per scontata la presenza degli zombie. L’approccio scientifico del protagonista lo porta a sperimentare fino a cercare la vera origine di un morbo che sembra aver distrutto la civiltà, arrivando a scoprire un germe che agisce sul corpo umano portandolo alla condizione di succhiasangue quasi immortale.

    Devo confessarvi che leggerlo ora, dopo la quarantena, mi ha a volte spaventato e altre fatto riflettere su come io avrei potuto affrontare la fine di una civiltà se fosse prossima: un consiglio, tenete sempre una copia a portata di mano, ci potrete trovare l’ABC per sopravvivere a un mondo post apocalittico. Non sto scherzando, l’autore da tutti gli elementi necessari per crearsi una casa fortezza e spiega anche come recuperare cibo e acqua.

    Il romanzo contiene momenti di ansia, di terrore e solitudine fino al colpo di scena finale quando l’autore rivela il suo spietato talento: Richard Matheson trasforma la vittima in carnefice. Leggendo la postfazione di questo volume, si scopre quanto questo genere di finali molto inaspettati siano una chiave comune del lavoro di questo scrittore, che vanta racconti e libri che sono poco conosciuti e che credo sia proprio il momento di riprendere in mano per scoprire questo autore americano che ha portato l’orrore nella cultura moderna, e cito, una autentica macchina creativa del Novecento americano.

    Ci sono tante edizioni di questo libro, del resto ha la sua età ma sta invecchiando benissimo, eppure mi sento di consigliarlo in questa nuova edizione. Tradotta bene e soprattutto con una postfazione che da al lettore degli elementi per conoscere meglio questo autore che ha ispirato lo stesso Stephen King.

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