Come nasce una storia, i miei licantropi.

I miei licantropi

C’è una storia che è sul mio portatile da tanti anni, forse troppi, ma non l’ho mai finito. Eppure ho intenzione di dedicarmici appena il libro in stesura sarà pronto per gli editing.

Ufficiosamente lo chiamo “Progetto Licantropi” anche se il file porta il poetico nome “I volti della luna” (che non so se sia ancora adatto). Inutile dire che il fulcro della storia sono lupacchiotti troppo cresciuti, infatti oggi vorrei parlarvi di questa storia e di come è nata.

Primavera 2014, su Sky inizia a girare un promo molto intrigante di una serie tv latino americana: Cumbia Ninja. Musica, malavita, una ragazza che deve rifarsi una vita e si sente in colpa per essere sopravvissuta alla sua famiglia. Galvanizzata aspettai la messa in onda. Divorai la serie, eppure la delusione fu davvero tantissima; troppe cose che stonavano insieme, come le leggende del drago cinese rifugiato proprio in un tempio Maya in Colombia, il fatto che ogni episodio serviva più a lanciare le canzoni che a portare avanti la trama, il colpo di grazia poi furono i piccoli buchi di trama. Non fui soddisfatta e come troppo spesso accade mi feci una fantasia tutta mia guardando all’infinito il trailer.

Non è una cosa così nuova nel mio processo creativo: riempire i buchi di storie che non mi piacciono, riscriverle come io le avrei volute leggere o anche per completarle con la mia fantasia. Quando a nove anni non ebbi modo di avere l’album di figurine di Street Fighter, raccolsi le poche informazioni su Chun-Li, il personaggio che amavo di più, e mi creai la mia storia della guerriera tutta odango e cosciotte.

Sono sempre stata una da Vampiri, ho letto di tutto sui succhia-sangue eppure il lupo e le dinamiche del branco mi hanno sempre affascinata e ho iniziato a definire Giulia, la protagonista. Anche la sua controparte maschile era già chiara nella mia mente. Eppure l’insicurezza ha sempre bloccato quel libro, uno che tra professori e colleghi vogliono vedere ultimato: presentai a una lezione il plot scarno e tutti mi chiesero cosa stessi aspettando per scriverlo. La mia risposta era che non avevo le giuste basi in quel momento. Luca Tarenzi mi fece una ramanzina che ancora in molti amici di quel corso rievocano (chissà che un giorno non mi tatui la lista delle 5 famiglie di licantropi addosso).

Che cosa è cambiato in questi anni di ricerche? Poco o nulla. Certo informarmi, incastrando realtà e fantasia è stato bellissimo, ma di fatto non è che ora sia la divinità in terra di questa figura fantastica, quello che è cambiato soprattutto quest’anno è la consapevolezza di me. Ci sono certamente elementi che dovrò riscrivere, ci sono protagonisti che credevo principali e invece diventeranno secondari, ma Giulia avrà la sua storia non perché ora conosco i lupi, le gerarchie nei branchi o l’evoluzione di questa figura dalla narrativa classica a quella moderna, accadrà perché è il suo momento.

Potevo certamente aspettare meno, ma meglio tardi che mai.

 

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    Come se questo non bastasse, con quella lettura iniziai a sognare. Scrissi. Lo so è una cosa tipica dei novellini che fanno fantasticherie sulle storie che amano, ma nel mio piccolo ero orgogliosa di aver creato un decimo componente della compagnia dell’anello: una sinuosa elfa che avrebbe stregato il cuore di Legolas. Lo so, lo so, ma ero una adolescente con il pallino per Orlando Bloom, non ci si poteva aspettare che fantasticassi su epiche battaglie. Però iniziai a scrivere. Oggi conto due lavori editi, uno inedito e la speranza di continuare a scrivere e pubblicare.

    Non mi ritengo alla sua altezza, non oserei mai chiederle di leggere qualcosa di mio, anzi me ne vergognerei tantissimo. Devo studiare ancora molto. Poi nel mio piccolo questo amore verso le storie, che lei ha fatto sbocciare, è anche fonte di tanto dolore.

    Vorrei essere stata fortunata come lei ed avere degli amici storici con cui condividere i miei testi, ho cercato di avere dei buoni rapporti con “i colleghi”, ma a volte non mi sento degna di essere letta da loro. Mi domando se leggere e scrivere mi abbia davvero fatto bene. Professore, perché soffro così tanto per ciò che amo? Perché non è facile scrivere e vedere i propri lavori arrivare ai lettori? I tempi sono molto cambiati e darei la mia vita se solo potessi dedicarla unicamente alla ricerca della storia perfetta che potrà, suscitare in altri, quello che la sua fece per me. Sono giovane, c’è tempo perché io riesca o abbia almeno tempo per provarci davvero. Magari non riesco ancora a vedere che ho bisogno di lasciare che tutto trovi il suo posto, che in fondo tutto questo tempo che dedico al lavoro che mi paga affitto e bollette, prima o poi, mi aiuterà a trovare anche la possibilità di realizzarmi.

    Le sembra giusto professore che io soffra così tanto per il seme che piantò in me un suo libro? Vorrei tanto una sua risposta. Vorrei poterla leggere e sentire che non è tutto vano, non saranno magari rose a fiorire in me, ma mi accontenterei di tanti papaveri rossi.

    Per quanto possa soffrire la ringrazierò lo stesso, anche di tutto questo dolore, perché sono una persona con uno scopo, se quella ragazza non avesse letto il suo libro ora non saprei dirle se sarei arrivata a oggi.

    Spero di poterle venire a porgere i miei omaggi presto. Voglio vedere la sua amata Oxford, voglio scorgere la campagna che l’ha ispirata e leggere i passi dei suoi libri mentre cammino attraverso le strade che sono state anche sue. Per ora posso solo sognare, ma le prometto che ci sarò. Torno a scrivere, lei mi aspetti, prima o poi ci incontreremo.

    Le porgo i miei più sinceri saluti, anche alla sua adorata moglie che riposa accanto a lei.

    A presto Professore…

    Alice

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