A passeggio nei cimiteri per scrivere

Cimiteri per scrivere

Scrivere non è mai facile. Io sono una di quelle scrittrici super insicure che prima di macchiare un foglio bianco con le prime parole di una storia ha bisogno di certezze.
Io vivo di ricerca. Ci sono romanzi che a volte non hanno bisogno di uno studio sul campo, altri invece devo proprio saggiare atmosfere e rumori per poter anche solo vedere i visi dei suoi protagonisti.
Ebbene a causa di Maurizio Sala e di una cena a casa di conoscenti l’estate scorsa sono arrivata a pensare a una storia di morte. Niente splatter, quasi una lettura per riflettere sull’inevitabile, ma per ora non vi dico ancora nulla.


Per parlare di morte non si può pensare semplicemente di scriverne e aspettare che l’ispirazione riempia i buchi. La morte è una protagonista che ha bisogno di farsi conoscere.
Sebbene per sfortune abbia incontrato sulla mia strada la triste mietitrice, non ho mai avuto modo di saggiare la sua presenza concreta. Già, perché non basta vivere una perdita per capirla, o interagire con lei. Ci sono luoghi in cui lei è regina e si ha quasi la sensazione di sentire il fruscio delle sue vesti.
Milano ospita diversi Cimiteri e sebbene la mia storia si svolga altrove, c’è un luogo che ho sempre voluto visitare: il Monumenale.


È stato il mio compagno ha girarmi il contatto di una guida milanese e approfittando del mio compleanno il settembre scorso mi sono regalata una gita al celebre cimitero con guida.
Questo luogo di eterno riposo visto con una guida è un’esperienza che consiglio a tutti. Per prima cosa si riescono a vedere luoghi che si potrebbe rischiare di perdere, anche perché per quanto esista una mappa con in evidenza le tombe più note, ce ne sono molte meno note che vale la pena di vedere anche se la loro storia quasi è assente.


A questa visita ne sono seguite altre due al monumentale e anche una a San Bernardino alle Ossa (un ossario del seicento in pieno centro e proprio alle spalle della “Madunina”) e a queste ne seguiranno molte altre perché i percorsi di Valeria sono molto interessanti.
Per chi non la conoscesse Valeria Celsi, è una nota giuda certificata specializzata nel monumentale e ha diversi percorsi nel milanese, nota anche per il suo portale web “Percorsi d’arte funeraria” annovera anche due pubblicazioni.
Ormai cerco di ritagliarmi dei pomeriggi ogni mese per poter andare al monumentale, di solito vado subito a salutare per prima Alda Merini, poi passo in rassegna i cenotafi dei caduti della grande guerra, perchè mi piace pensare che rivivano quando qualcuno si sofferma e leggere il loro epitaffio.
Amo il monumentale e se non lo avete ancora visto e siete di Milano regalatevi una gita guidata. Io sto trovando molta ispirazione tra le sue lapidi e i colombai, l’arte ma anche la storia di cui è intriso questo luogo non ha pari.
Spero di regalarvi presto la mia visione della morte, per ora se vedrete una tipa strana che passeggia al Monumentale potrei essere io.

P.S. Valeria ha anche iniziato dei percorsi a Monza, inutile dire che per il lavoro in corso mi sono regalata anche una questa visita e vi devo dire che un paio di accortezze per il mio lavoro sui Licantropi arrivano proprio da questa visita giudata.

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    Pubblicare in self… quindi ho fallito?

    Dopo Infelici e Scontenti, sta per arrivare l’edizione self di Delicato è L’equilibrio in una nuova veste grafica. Visto che sono libera da decisioni editoriali, da posizionamenti di mercato, e soprattutto ci voglio investire dei soldi (perché credo molto in questo libro), non solo avrà una copertina creata da A.C. Graphics (grafico che vince non si cambia): ho pensato di realizzare un prodotto curato in ogni dettaglio e, per questo, sarà pure illustrato internamente da Sara, illustratrice nota sui social come _SaturnoContro (di cui potete vedere un’immagine già nella copertina di questo post). Ah e non dimentichiamo l’editing di un certo livello della bravissima Gioia de Bonis.

    Proprio ora che piccole e grandi Case Editrici usano la IA, mi sento di investire in artisti reali; avrei potuto prendere anche io questa strada. Ho due libri editi che nessuno pubblicherà più. Quindi, perché investire altro denaro che non è detto possa tornare? Beh potevo lasciarli all’oblio, potevo scrivere un prompt e cavarmela aggratis, invece ho scelto dargli una nuova occasione nel self credendo non solo in me stessa, ma anche in altri professionisti.
    Scrivere per me ha sempre avuto più una connotazione artistica che qualcosa dettato da un “spendo X e devo avere indietro 2X”. In alcune occasioni mi è stato detto “bello ma non è abbastanza commerciale”. Le prime volte ero rimasta molto turbata da questo concetto “brava ma non venderebbe”, anche perché mi è sempre sembrato un controsenso. Come se, qualcosa di qualità, non garantisse l’apprezzamento del pubblico per una storia. Una specie di handicap.
    Ho un libro pronto nel cassetto. Ha fatto qualche giro, per ora non ha trovato un editore. Ma non credo cercherò di pubblicarlo in self. Si tratta di un romanzo per il quale vorrei qualcosa in più, e sto cercando di trovargli una casa. Perché sono sicura che, prima o poi, uscirà dall’ombra di questo essere bello ma non commerciale.

    Non posso negare che ci siano settori del mercato editoriale che spostano veramente cifre importanti grazie alla piccantezza di alcune pagine, o per il nome dell’autor* che spesso è indicato in caratteri cubitali, tanto da nascondere il titolo del libro.
    Mi sembra strano ribadirlo, eppure non scrivo per vendere. Scrivo le storie che mancano nella mia libreria. Perché, prima di tutto, sono una lettrice. Scrivo perché mi emoziona, mi ha fatto tirare fuori tutto il peggio che il mondo aveva messo nella mia anima. Vorrei tanto che, chi ancora sostiene la becera equazione “romanzo spicy =vendita” (il discorso vale anche per qualsivoglia genere che tira in un determinato momento storico), dovrebbe ripensare a queste parole dell’Attimo Fuggente (liberamente riadattate): “Non leggiamo e scriviamo poesie/[e storie perché è carino/vende (ndAlice): noi leggiamo e scriviamo poesie/storie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione.”

    Molti di voi mi potrebbero dire che, se un romanzo non è vendibile o apprezzato da un editore, potrebbe comunque arrivare ai lettori in self. Eppure se si pensa a questa opzione, ecco che in molti sentono e vedono altro. Probabilmente in molti si saranno sentiti dire  “Va in self”, quasi fosse una canzonatura: “se non lo pubblichi con noi, allora l’unica strada è buttarlo nel self”. Come se, l’autopubblicazione, fosse una lettera scarlatta. Come se uno scrittore non avesse altre strade. Un romanzo e un autore perduti che meritano solo di prostituirsi per i vicoli più oscuri del web. Un luogo che per molti è una discarica da cui emergono solo i migliori a vendersi. E dove spesso gli editori pescano a piene mani, nella speranza di rimpolpare le casse. Non neghiamolo, dai, ora lo fanno con Wattpad…

    Chissà quanti con l’autopubblicarsi vedono automaticamente il proprio fallimento. Per molti è al pari di una macchia sul Curriculum editoriale. Vorremmo tutti che, prima o poi, un editore mettesse sotto contratto una o più opere da noi create. Siamo troppo ambiziosi o ingenui nel pensare che il mondo editoriale non sia solo un’industria; forse crediamo all’ideale di un mondo di libri che dovrebbe fare cultura, raccontare i nostri tempi e quelli passati attraverso le storie che scriviamo, di qualsivoglia genere sia. Vi sento già dire che gli editori non sono onlus e devono fare impresa, ma da qui a costringere tutte le mucche a fare latte al peperoncino, perché è il preferito dai consumatori, è ben diverso. Anche perché un mercato che poi si riempie dello stesso prodotto con diverse etichette, prima o poi smette di interessare. Non dimentichiamo che non è iniziata oggi con il Romance (genere che amo leggere se scritto bene), che non ha nessuna colpa. Forse dimenticate i tempi in cui all’uscita de “Il signore degli Anelli” le librerie abbondavano di Fantasy nostrani (vi dice niente Licia Troisi?). E si potrebbero fare decine di esempi. Notiamo questo genere perché ormai sono anni che tira la carretta, ma presto o tardi qualcos’altro potrebbe prendere il suo posto.
    Potreste pensare che esistono piccole realtà indipendenti votate a qualità e che non seguono le leggi delle classifiche. Questo è vero, ma sono sempre meno.
    La realtà è che si stampa tantissimo, si legge poco e troppi editori promuovono solo quello che certamente potrebbe vendere. Inevitabilmente qualcuno resta in ombra o disperso in questo mare di carta.

    Ho scelto di pubblicare anche “Delicato è L’equilibrio” in una nuova edizione autopubblicata in quanto non credo sia possibile trovargli un nuovo editore come già era accaduto a “Infelici e Scontenti”.  Soprattutto non ho più l’ambizione di essere una scrittrice così come i social dipingono questa professione. Ho un bellissimo lavoro, mi ci pago quasi tutto. Scrivere non è per me un punto di arrivo monetario, magari lo è per la parte professionale. Non perdo la speranza che questo un giorno mi paghi il pane, ma non posso vivere le pene per questo (c’è una velata citazione a Elio e le storie tese in questa frase). Mi sembra di vedere sempre le solite storie in libreria, perchè italiane o non italiane, quello vuole il mercato: un tempo entrare in libreria era una scoperta, c’erano forse meno generi, ma molto spesso tornavo a casa con qualcosa di nuovo ed entusiasmante. Le librerie di catena hanno perso del tutto il concetto di varietà: escludiamo il genere rosa, avete contato quanti libri con protagonisti i gatti (nel titolo o nella trama) sono usciti nell’ultimo anno? Ci sono gatti in libreria, gatti che abitano cafè, e recentemente ne ho trovati pure piovere dal cielo…
    Molti libri non arrivano nelle librerie; tutto questo non è sempre e solo colpa dei testi, di una copertina sbagliata o dell’editore o di una distribuzione malata, o semplicemente la massa non vuole leggerli, non è colpa dei lettori se abbiamo abituato l’editoria a questo flusso continuo di mode e libri fotocopia.

    Capiamoci, mi piace quello che scrivo, perché cerco sempre di creare un libro che non si troverebbe normalmente nelle librerie dei lettori. E penso che là fuori ci siano altri che amerebbero come me trovare nuove storie, ma non voglio nemmeno vivere male se l’editoria punta alla parte imprenditoriale.
    Ci sono davvero tantissimi costi che un lettore non vede (editing, promozione, ecc…). E il ricavo, soprattutto quello per lo scrittore, è quasi sempre misero.
    Decidere di non scrivere solo perché una o più storie non ci posso pagare l’affitto, le bollette e le vacanze, è spesso dettato dalla deviata visione della professione definita come “scrittore”: in questo paese le scrittrici e gli scrittori che vivono di sola scrittura sono mosche bianchissime, quasi trasparenti. Sono tantissimi gli scrittori che vivono mescolando alla professione di scrittore, quella di editor, impaginatore, coach, giornalista, influencer. traduttore ecc… e questo dimostra inequivocabilmente che sono pochi quelli che ci vivono (con “vivono” intendo che non solo ci pagano il costo della vita, ma possono concedersi il lusso di fare solo quello di lavoro).
    Rimane uno stereotipo malato, soprattutto se sei in self e vuoi lavorare bene: perché il costo di un buon editing è sui 700 euro (libro da 350 pagine). Una copertina costa dai 100 ai 200 euro. Poi ci possono essere anche i costi di impaginazione; e ci sono anche la promozione, le copie omaggio mandate a bookblogger o ai neo booktoker (che spesso chiedono anche loro un compenso). Insomma alla fine ti trovi a spendere più di 1000 euro e, se guadagni in pagine sfogliate o e-book, ecco che recuperare questa cifra è un’impresa titanica per chi non scrive generi commerciali.
    Non dimentichiamoci che, se si lavora con un editore, tanta grazia se si prende il 10% del prezzo di copertina. Ricordandoci sempre che, le tirature sopra le 1000 (e le relative vendite totali), sono appannaggio di pochissimi. Un autore dovrebbe come minimo vendere 1000 copie al mese di un volume che costi 20 euro e, pagando le tasse, non so se gli resterebbe abbastanza per vivere. Andate ad analizzare quanto vendono mediamente gli autori italiani (di generi poco commerciali) pubblicati da editori. Poi ne riparliamo.

    Ci dobbiamo discostare dal modello estero in cui scrittori di medio successo lo fanno come professione. Non dimentichiamo che scrivono in inglese, una lingua che leggiamo anche noi italiani. Ebbene, quanti nel mondo leggono e conoscono l’italiano? L’Italia è un paese in cui l’editoria è malata (non lo dico solo io eh) da tempo. E non sta facendo nulla per guarire. Restano pochissimi editori indipendenti che davvero lavorano a testi e promozione, gli altri sopravvivono incrociando le dita di aver messo sotto contratto il romanzo che potrebbe fargli fare la svolta. Altri pescano nelle classifiche self/wattpad, o tra gli influencer, per favorire le vendite facili.

    Quindi non ho fallito. Non hanno fallito i miei libri. Semplicemente ha fallito l’ideale di scrittore in questo paese in cui, lavorare con l’arte, è qualcosa ad appannaggio di pochi. Un qualcosa che delle somme autorità devono definire tale, sennò è solo narrativa di genere. Insomma non sarà mai una professione per professionisti, semmai un traguardo concesso a pochi.
    Vorrei tanto che riconoscessimo tutti l’elefante nella stanza. Il problema non è lo spicy, i lettori che vogliono solo scene hot e storie simili, non sono gli autori che hanno successo su wattpad. Forse il problema è che, troppi editori, hanno perso la voglia di scommettere su qualcosa di nuovo, di unico, di sconosciuto. Non smetto di sperare, chissà che un giorno qualcuno non guardi verso ciò che ho scritto. Nel frattempo continuiamo a leggere quello che ci piace, a creare nuove storie che vorremmo vedere in libreria. Chissà che un giorno non ci arrivino davvero. E per una volta gioco a fare l’imprenditrice autopubblicando un libro su cui ho lavorato per tanti anni. Un volume che spero arrivi a nuovi e vecchi lettori in questa veste tutta speciale.

  • 2020 – L’anno scribacchino della Chimera

    Che cosa posso dire del 2020 come me autrice? Di certo sono orgogliosa che mentre il mercato editoriale (in parte) si fermava a causa del covid, io mi sono mossa. A marzo ho scritto come non mai, ho mandato un manoscritto a un editore e ho pubblicato un libro. Infine è successo molto altro, ma andiamo per gradi.

    Scrivere da zero una storia è una cosa impossibile, mi conoscete, ho bisogno di anni di ricerca, di visite delle location e di molto altro ancora. Eppure ho preso una delle giare in cui chiudo le mie storie per anni, insieme alle ricerche, perché decantino in attesa della stesura. Mentre tutto parlava di paura e morte fuori di casa, ho iniziato la mia storia sui cimiteri. Il titolo provvisorio è “Vite cimiteriali” ma non credo sarà mai pubblicato con quel titolo. È una storia più breve rispetto a “Delicato è l’Equilibrio”,  infatti mentre arrivavo molto vicina al finale (ad ora credo manchino forse quattro o cinque capitoli) conta poco più di un centinaio di cartelle. È una storia diversa (perché non sono capace di stare sotto all’etichetta normalità) anche se mi rappresenta moltissimo. È ambientata in un cimitero che racconta la vita che scorre all’interno delle sue mura, oltre, ovviamente, all’aspetto meno allegro. Tengo molto a questo romanzo, credo avrà bisogno dei suoi tempi per essere pronto, è solo una prima stesura e l’idea è maturata in qualcosa come tre anni. Insomma per i miei tempi è ancora acerba e avrà bisogno di un editing profondo.

    In parallelo ho anche risistemato i miei vecchi lavori. Ho radunato i miei racconti e ne ho anche scritti di nuovi. Sto valutando che farne, mi piacciono e credo meritino una possibilità. Alcuni sono editi altri li ho scritti di getto in questo 2020 e forse ne scriverò altri… Insomma potrebbero trovare una loro collocazione. E se nessuno li vuole potrei valutare di pubblicarli in self. Il tempo mi darà come sempre le risposte.

    Ho riletto e mandato un mio lavoro a un editore finendo anche sotto contratto, parlo di “Infelici e Scontenti” che ora non solo ha una copertina (bellissima) nuova ma anche un titolo davvero speciale “Il giorno dopo il lieto fine”. Sono felice di questo risultato e ve ne ho parlato già molto sul blog. Inoltre vorrei scrivere anche altre storie legate a questo tema, ma per ora è solo un’idea. Vedremo cosa succederà nel 2021.

    A dicembre ho anche scritto un racconto su commissione, dopo che una cara amica aveva letto la mia raccolta sulla principesse disney, e ho riaperto gli occhi. Troppo spesso lascio che le parole di chi ha segnato il mio 2018 e parte del 2019 mi blocchino quando scrivo. Tendo a cercare una storia che venda. Mi preoccupo del fatto che nessuno vorrà leggerla. Eppure quell’audio in cui mi diceva che riconosceva come scrivevo e quanto lo facevo bene mi ha fatto capire che io non sono quella Alice. La Chimera non scrive le storie che il mondo vuole e questo mi rende felice. Non so se verranno mai pubblicate o lette, ma io credo in quegli eroi, che sono mostri, e nascono dallo spavento e dalla solitudine.

    Devo tornare a questo, a essere me stessa. Quel racconto riscritto da zero in una notte, per quanto forse imperfetto perché quasi non sono più capace di scrivere certe storie, mi rappresenta moltissimo e non vedo l’ora di vederlo edito (restate collegati per scoprire dove e quando).

    Tecnicamente ho dei programmi per il 2021, ma non so ancora se li rispetterò. È difficile spiegarlo ma non solo con il covid, questo 2020 ha cambiato molto della mia vita privata. Anche come autrice devo lavorare per rimediare a scivoloni e per dare forma alle mie storie. Ho poltrito troppo sperando che qualcuno credesse in me: la realtà è che sono circondata da splendidi lettori, da amici e colleghe autrici che mi vogliono bene; non ho bisogno di altro. Oddio, il tempo, quello sì manca sempre.

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    Il turno di notte con Lucarelli

    Ho partecipato a Turno di notte, quasi costretta da Stefano Tevini. Era tanto tempo che non scrivevo nulla. Eppure l’anno scorso, quando ho deciso di fare più di 200 km per raggiungere Dozza in provincia di Imola, ho voluto interrompere un periodo nero fatto di silenzi riservati a tutti: dalla pagina scritta ai social, ho preferito evitare contatti e dialoghi. Lo so che può sembrare un capriccio, ma davvero certi traumi non vanno via. Ho un libro edito (Il giorno dopo il lieto fine) eppure, vi giuro, che non mi sono ripresa dalla botta e dalle pressioni psicologiche subite nel 2018/2019.

    Quindi ho partecipato a questa sfida, mi sono recata in un luogo fuori dal mondo dove scrivere verrebbe facile pure ai sassi, e qualcosa è successo. Ero completamente fuori allenamento, poco convinta e l’unica cosa che mi spingeva a scrivere era la parola “Meraviglia”. Credo molto alle coincidenze (che non esistono, quindi qualcosa vorrà dire se certe cose succedono) e, in un periodo in cui pensavo alle Meraviglie di Lewis Carroll a tempo pieno, trovarmi un incipit da sviluppare che le raccontasse, sembrava mi parlasse.

    Come molte cose però le coincidenze sono semplici collegamenti mentali. Quindi quando Stefano mi ha chiamato dicendomi “Oh Zia, sei in finale a turno di notte”, la mia risposta è stata: “Non è che hanno sbagliato Alice?”

    E così, altri chilometri, altra strada per trovarsi in una sala comunale e presentare la tua persona e la tua esperienza, a qualche metro da Carlo Lucarelli: il padre del moderno poliziesco / thriller italiano. Ce ne vedevo tante di coincidenze in quella premiazione, ma nulla, sono “solo” arrivata in finale. Nessun podio. C’è stata tanta amarezza, ma poi presentata a Lucarelli, lui mi tende la mano e si complimenta “Non è da tutti arrivare in finale al primo Turno di Notte”. Non lo prendo come un premio di consolazione. No, perché realizzo quanto questo evento organizzato da Officine Wort non sia un gioco e ci fossero un sacco di veterani che partecipano dalla prima edizione: lo stesso Stefano, che era con me, non è arrivato in finale. E il suo racconto era veramente ben scritto.

    Insomma sono qui con una mezza sconfitta a realizzare che posso ancora scrivere. Non è finita. C’è un viaggio in salita che sto percorrendo da fine 2021. Ho tante storie che voglio poter raccontare. La pagina bianca è ancora un problema. Certi demoni non si combattono in un solo turno di notte, ma diciamo che la battaglia è iniziata. Sono pronta alla prossima edizione. E poi, chissà che questi mostri non si dissolvano pian piano davanti ai miei occhi.

  • Lettera a Tolkien

    Caro Professore,

             o forse dovrei iniziare con “Caro J.R.R.Tolkien” o magari con un più breve “Caro Jhon”… insomma se già non lo avesse capito, scriverle non è una cosa semplice. Avrei tanto voluto almeno incontrarla dal vivo, avevo in programma di passare da Oxford nel 2020, per fare un giro veloce a portarle un mazzo di fiori sulla sua tomba, ma… c’è stata una pandemia, poi pure la brexit e ora la variante inglese, quindi al momento l’unica alternativa è una lettera.

    Quali potrebbero essere le parole più adatte? come le posso spiegare che lei è stato allo stesso tempo la mia salvezza e la mia rovina? Ci provo. Partiamo con il dire che in questo stesso periodo, nel marzo del 2002, per affrontare la dislessia, presi il suo “Il Signore degli Anelli” in prestito dalla biblioteca. È stato il primo libro che ho letto consapevolmente, cercando di affrontare la mia incapacità alla comprensione e alla lettura. CI misi otto mesi a finirlo. Gli feci fare pure una trasferta estiva a Ponte di Legno. Lì ritrovai dal vivo la sua Contea, a pochi passi dalle trincee della prima guerra mondiale, sebbene fossi sugli altopiani bresciani. Un qualcosa di diverso dalla campagna inglese che l’ha ispirata, ma non starò qui ad annoiarla. È altro che le devo dire. Beh quegli otto mesi hanno causato una dipendenza dai suoi libri che è sfociata anche in una lettura forsennata di molti altri volumi; fino ad allora consideravo le letture per me inaccessibili. La mia casa ora conta più di duemila volumi (in aumento), e credo un migliaio di averli letti, ma sa, tenere i conti non è il mio forte.

    Come se questo non bastasse, con quella lettura iniziai a sognare. Scrissi. Lo so è una cosa tipica dei novellini che fanno fantasticherie sulle storie che amano, ma nel mio piccolo ero orgogliosa di aver creato un decimo componente della compagnia dell’anello: una sinuosa elfa che avrebbe stregato il cuore di Legolas. Lo so, lo so, ma ero una adolescente con il pallino per Orlando Bloom, non ci si poteva aspettare che fantasticassi su epiche battaglie. Però iniziai a scrivere. Oggi conto due lavori editi, uno inedito e la speranza di continuare a scrivere e pubblicare.

    Non mi ritengo alla sua altezza, non oserei mai chiederle di leggere qualcosa di mio, anzi me ne vergognerei tantissimo. Devo studiare ancora molto. Poi nel mio piccolo questo amore verso le storie, che lei ha fatto sbocciare, è anche fonte di tanto dolore.

    Vorrei essere stata fortunata come lei ed avere degli amici storici con cui condividere i miei testi, ho cercato di avere dei buoni rapporti con “i colleghi”, ma a volte non mi sento degna di essere letta da loro. Mi domando se leggere e scrivere mi abbia davvero fatto bene. Professore, perché soffro così tanto per ciò che amo? Perché non è facile scrivere e vedere i propri lavori arrivare ai lettori? I tempi sono molto cambiati e darei la mia vita se solo potessi dedicarla unicamente alla ricerca della storia perfetta che potrà, suscitare in altri, quello che la sua fece per me. Sono giovane, c’è tempo perché io riesca o abbia almeno tempo per provarci davvero. Magari non riesco ancora a vedere che ho bisogno di lasciare che tutto trovi il suo posto, che in fondo tutto questo tempo che dedico al lavoro che mi paga affitto e bollette, prima o poi, mi aiuterà a trovare anche la possibilità di realizzarmi.

    Le sembra giusto professore che io soffra così tanto per il seme che piantò in me un suo libro? Vorrei tanto una sua risposta. Vorrei poterla leggere e sentire che non è tutto vano, non saranno magari rose a fiorire in me, ma mi accontenterei di tanti papaveri rossi.

    Per quanto possa soffrire la ringrazierò lo stesso, anche di tutto questo dolore, perché sono una persona con uno scopo, se quella ragazza non avesse letto il suo libro ora non saprei dirle se sarei arrivata a oggi.

    Spero di poterle venire a porgere i miei omaggi presto. Voglio vedere la sua amata Oxford, voglio scorgere la campagna che l’ha ispirata e leggere i passi dei suoi libri mentre cammino attraverso le strade che sono state anche sue. Per ora posso solo sognare, ma le prometto che ci sarò. Torno a scrivere, lei mi aspetti, prima o poi ci incontreremo.

    Le porgo i miei più sinceri saluti, anche alla sua adorata moglie che riposa accanto a lei.

    A presto Professore…

    Alice

  • Recensione Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio di Caitlin Doughty

    Il rapporto che l’essere umano ha nei confronti della morte è solitamente dettato dalla paura: non sappiamo cosa ci attende dopo, come sarà e quando avverrà. Per questo affrontare la morte come una professione può far storcere il naso a chi vive ogni giorno relegandola a un evento che non lo toccherà mai, o comunque “not today”, come direbbe Arya Stark. Caitlin ha però un rapporto difficile con la morte ed è proprio passando le sue giornate con i cadaveri che imparerà a convivere con essa.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Carbonio Editore.

    Vi svelo un piccolo segreto. Nel mio piccolo anche io lavoro con i morti. La mia professione a tempo pieno è quello di gestire le spedizioni di aziende italiane verso varie parti del mondo, ma tra questo che ne sono anche alcune davvero particolari: il rimpatrio di salme. Per quanto non possiate capirlo è la parte più bella e unica del mio lavoro. Il mio rapporto con la morte non è semplicemente lavorativo, lo confesso, è una questione morbosa che ha un’origine complicata e molto diversa da quella che porterà l’autrice di questo libro a lavorare in un crematorio. Eppure in lei mi riconosco.

    La morte è un tabù. Eppure Caitlin, protagonista e autrice di quello che trovo sia una via di mezzo tra un saggio e un romanzo, racconta bene come, entrarci in contatto per lavoro, dia grandi possibilità per conoscere la natura umana, fornendo alcuni approfondimenti davvero ben studiati per raccontare l’evoluzione della morte nelle culture. Quando si lavora con la morte si conoscono più persone di quanto si potrebbe pensare. L’ultima strada di corpi ormai vuoti che sanno raccontare e far vivere nuovi momenti, non solo alla protagonista ma anche al lettore. Forse è per questo che chi non ne è mai entrato in contatto, se non attraverso il lutto, non può capire quanto si possa imparare da una salma.

    Nasciamo con un’unica via diretta verso la morte. Che sia lontana o meno, quella è la direzione che tutti intraprendiamo. Eppure parlarne, prepararsi o anche solo celebrarla, è ancora molto difficile anche oggi che siamo nel 2021 e stiamo cercando di lasciarci alle spalle una pandemia che in qualche modo ha toccato le nostre vite e ci ha privato anche di alcune persone. Non so come spiegare quanto sia importante accettare l’inevitabile, e allo stesso modo imparare a sopravvivere alla paura dettata dal fatto che in qualsiasi momento si potrebbe morire. Di certo tra queste pagine potrete vedere con attenzione tutti quegli aspetti fumosi che si nascondono dietro il nostro preferire l’ignoranza, perché le risposte comunque non ci allontanano dalla realtà che moriremo comunque. Eppure arrivare preparati al nostro ultimo saluto al mondo potrebbe aiutare noi stessi, ma anche la nostra famiglia.

    Un “must have” per tutti coloro che passeggiano nei cimiteri e ci vedono arte e mille storie intrappolate nella pietra dei monumenti, a chi la morte non spaventa e anche per chi ne è terrorizzato. Ideale per i curiosi, per coloro che hanno bisogno di leggere qualcosa di davvero unico e particolare.

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