Il tricolore è anche rosa – Festival del Romance Italiano 2019

Il tricolore è anche rosa

Quando ho sentito parlare di questo evento era ancora tutto in fase embrionale, ma già sentivo che sarebbe stato un qualcosa di rivoluzionario.
Se seguite il mio blog già sapete che per me il “made in Italy” (in qualunque genere) viene prima: come ci sono bravi scrittori stranieri, abbiamo in casa autentici diamanti che spesso rimangono in sordina, considerati meno, perché sono nostrani. È un vero peccato, come dimostrano alcune mie recensioni, che autentici capolavori a volte vengano sottovalutati dal semplice “paese d’origine” dello scrittore. Quindi un evento tricolore non potevo lasciarmelo sfuggire e anzi, l’ho anche consigliato a lettori, autori e editori. In molti erano scettici, e persino io che di solito non leggo molto romance puro, temevo di essere un pesce fuor d’acqua.
Il FRI poteva essere una fiera in cui non comprare nulla (sì, come no…) oltre al fatto che, la spunta sugli autori che desideravo incontrare, era davvero minima rispetto alle liste compilate dagli altri lettori/blogger presenti che si erano preparati un programma serrato per reperire autografi e incontrare gli editori. Insomma ero scettica, ma volevo esserci.
Ho incontrato tanti autori nuovi e sono stata felice di comprare i loro lavori, essere sommersa di gadget, segnalibri e shopper.
 Il tricolore è anche rosa
Sono stati tantissimi quelli (piccoli, ma anche grandi O.O) che, una volta presentata, si sono ricordati della Chimera. Mi sono emozionata nello stringere la mano e abbracciare Virginia de Winter che per me è una semi-divinità nel settore della scrittura romantica fantasy, a Bianca Marconero che si è ricordata dell’editing fatto su un mio racconto allora inedito e di cui le inviai, per ringraziarla, la copia dell’antologia in cui era stato pubblicato.

Questa fiera è stata la prima in cui mi sono presentata a vari autori con ben 12 libri da far autografare. Non sono il tipo che porta un trolley in fiera per chiederne ma in questa occasione, per la prima volta, ho trovato autori che non potevo lasciarmi sfuggire; una su tutte Adele Vieri Castellano che rincorro dal 2014 ma a cui non ero mai riuscita a portare tutti i libri che avevo in casa, e considerate che erano 6 solo i suoi!
Questa corsa all’autografo, che non avevo mai provato, ve la posso semplicemente descrivere con una scena: quando pochi giorni prima del FRI ho ricevuto la comunicazione che al tavolo della Dri Editore ci sarebbe stata anche Fabiana Redivo, dopo un turno di notte sono corsa a casa e ho cercato subito nella libreria per recuperare i volumi, perché non potevo lasciare a casa proprio i suoi!

Non è stato solo un evento che ha portato a tanti incontri, ma da blogger sono stata invitata dalla Dri Editore alla loro conferenza a porte chiuse; oltre alla linea editoriale chiara, hanno svelato in anteprima le nuove uscite mostrando alcune copertine, annunciando nomi altisonanti che si uniranno al loro catalogo a fine 2019, prima su tutte Bianca Marconero che arriva con uno storico per questo dicembre. Ciò che però ha realmente fatto la differenza, e che ha fatto colpo su di me, è stata la risposta rivelatrice di professionalità e lungimiranza alla domanda “Prevedete di tradurre anche autori esteri?”. Ebbene per il momento non hanno ancora trovato i collaboratori adatti per questo lavoro che, se sarà fatto, dovrà rispettare le la loro linea editoriale. Semmai stanno lavorando per il processo inverso: portare pian piano i loro libri sul mercato anglofono. È una scelta che pochi editori hanno o pensano di intraprendere e che, ora come non mai, mi spinge a credere e consigliare i suoi libri a tutti.
Sulla fiera in sé non ho particolari critiche. In molti si sono lamentati per gli spazi, le code, il caldo e un filo di confusione: siamo alla prima edizione… mi sembra il minimo che possa succedere. Lo staff è giovane, la location ha comunque retto bene all’impatto di gente presente, di certo ci sono cose che con il tempo andranno sistemate ma in ogni caso questo è stato un grande passo che Lidia Otelli ha fatto, e spero sia seguito da molti altri!
Sono tornata a casa con molti libri (li vedrete nel prossimo articolo) e, sebbene il romance non fosse il mio genere di punta, mi sono divertita di più che alle solite fiere generaliste. La professionalità di grandi e piccoli autori che vogliono farsi conoscere non è da meno di quella di altri generi. Anzi, lo spirito della fiera era molto leggero ma mai banale. Anche i blogger presenti si divertivano e io stessa ne ho scoperti di nuovi; non c’era quel “trashume” che qualcuno ribadisce debba accompagnare questo settore. Non ho mai visto un giallista (non me ne vogliano i giallisti, era solo per avere un esempio) farsi il mazzo per allestire un proprio stand con gadget e mini anteprime stampate per l’occasione. Tutti questi sforzi non sono banalità o chincaglierie, ma permettono a un autore di farsi conoscere ed esprimersi al lettore in altri modi. I romanzi si scrivono da soli a casa davanti a un pc, ma non si vendono solo perchè portano la propria firma, anzi bisogna proprio uscire di casa per venderli.
Il mio consiglio va a autori, editori e lettori: non lasciatevi sfuggire la prossima edizione. Io di certo ci sarò!

Piccola postilla finale. C’erano tantissimi mariti e, la scena più bella, è stata quella di un uomo dello staff Kinective che ragguagliava un papà che stava portando il figlio al bar sui i risultati della partita di calcio femminile. Ecco è stata una scena così semplice ma vera che mi ha fatto sorridere.

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    Lawmar e Emme, fondatori dell’omonima azienda, hanno per le mani un nuovo progetto da sviluppare che, come i molti già realizzati, mira a migliorare in qualche modo la vita delle persone.

    Attenzione questo romanzo è stato fornito da Matteo Caldarelli.

    Quello che mi sono trovata tra le mani non è stata una lettura come molte altre. La narrativa ha spesso l’obbiettivo di intrattenere, ma in questo volume non c’è principalmente questo. La ripetitività di situazioni e gesti fa capire, già dai primi volumi, che non è la storia il punto focale, bensì la completa scoperta dei due personaggi principali. Questo non significa che non c’è trama, ma questa passa a volte in secondo piano rispetto alle descrizioni che si concentrano su molti aspetti, dai piccoli gesti compiuti o ad esempio dal dettaglio di ciò che mangiano.

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    Ho edizioni Canadesi, Svedesi, Australiane, Coreane, e persino Kazache. Ma anche alcune economiche, altre rilegate, altre ancora con copertine in pelle e decori in oro.

    Come ho detto non mi fermo al libro in sé, anzi, ogni retelling che arriva in Italia e cade sotto i miei occhi è mio. Fumetti, adattamenti per i bambini, film, dvd e prossimamente mi metto al lavoro per i videogiochi, promesso. Anche i saggi su Lewis o Alice Liddle (la bambina che ispirò l’autore a scrivere la storia) non sfuggono e, quando qualcuno ne cita alcuni in lingua inglese (se ne trovano davvero pochi in lingua italiana), cerco di recuperarli subito se il prezzo lo permette.

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    Il passaggio successivo, quello che a mio parere è il vero nocciolo della questione, è creare lettori. Parliamoci chiaro, se nel nostro paese non si fa cultura della lettura, come possiamo pensare che nuovi lettori sbocceranno per caso? È importante che piccola e media editoria pensi a lavorare sul territorio per insegnare l’amore della lettura troppo spesso delegato alle scuole, legate a programmi antiquati che certo danno delle buone basi, ma non invitano i giovani a credere che la parola scritta sia necessaria; quegli stessi giovani che però apprezzano tanto i prodotti che dalla parola scritta nascono: non sono i film, videogiochi e le serie tv frutto di sceneggiatori, fratelli di penna degli scrittori?
    Infine affrontiamo anche il problema e-book. Non amo questo formato, eppure non posso negare quanta differenza abbia avuto nelle vendite in un momento di completa mancanza di distribuzione; potrebbe essere l’e-book la risposta al bisogno di pubblicare comunque libri risparmiando, ma dobbiamo ammettere che per quanto siano un libro, non possiamo pagarli cifre che praticamente sanno di cartaceo, non si può negare che la mancanza di un pezzo di carta faccia percepire al fruitore finale un valore concreto.
    Inoltre per garantire di essere letti in digitale, a mio parere, l’unica vera via sarà un sistema abbonamento come quello di Kindle Unlimited. Offrire un catalogo a un prezzo ragionevole, ha più riscontro di quanto lo si voglia ammettere e da anche una chiara idea di quanto e quale libro, tra quelli a disposizione , venga letto. Insomma se i grandi marchi cercassero una soluzione come quella io credo che leggere in digitale pagherebbe con più facilità la filiera.
    Io sono solo una scrittrice, una lettrice accanita e non so se questi miei consigli siano sconclusionati o possano davvero essere colti, o magari sono già nelle menti degli editori. Non possiamo negare una cosa: l’editoria deve cambiare e migliorarsi, la mia speranza è che questa momentanea pausa li aiuti a capire che un mercato bulimico non ha futuro.

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    L’amore per i libri durante il Coronavirus

    In questo momento in cui la nostra vita trova il tempo che è sempre mancato per dedicarlo a se stessi e alle nostre case, sopraggiungono tantissime riflessioni. In particolare, mentre cerco di usare instagram come valvola di sfogo e contatto con il mondo esterno mi chiedo: è giusto parlare di libri mentre la gente muore? I libri e l’intrattenimento letterario sono necessari? E poi ci sono le questioni catastrofiche legata al mercato dei libri che il covid-19 ha ormai scoperchiato: ci sarà ancora un mercato editoriale? La bolla economica di Messaggerie sopravvivrà dopo tutto questo?
    La realtà è che non possiamo prevedere cosa succederà e nemmeno giudicare l’etica di chi parla di libri. Non condanno quelle bookfluencer che hanno preferito dare spazio ad altro. Il terrore però di ciò che resterà dopo questa quarantena non è da sottovalutare: i libri non scompariranno mai, al massimo gli ebook avranno la meglio, ma siamo sicuri che tutti quei marchi editoriali ci saranno ancora?
    In molti in questi giorni stanno parlando di come questa crisi potrebbe far saltare il complesso sistema di “salvataggio economico” che negli anni distributori come Messaggerie libri, hanno messo in atto per far sopravvivere alcuni nomi (a volte uccidendone altri) e togliendo quel non equo ma sano senso di competizione alla pari, dove chi vende ha i soldi e chi rimane in giacenza dovrebbe evitare di stampare altro. Mi fermo perché non voglio fare retorica spiccia, anche se ora dobbiamo ammettere che il sistema di stampa continua è diventato bulimico: ci sono troppi libri e pochissimi lettori.
    Quello che ci aspetta sarà molto simile, ma comunque imparagonabile, a quanto accadde con la crisi finanziaria di inizio 2000: i beni che non saranno di prima necessità e quindi beni superflui saranno i primi a non essere acquistati dall’Italiano medio, e questo porterà alla chiusura di molte realtà, non solo editoriali.
    Per questo a mio parere è un bene parlare di libri, comprare, quando possibile, per sostenere quelle realtà che potrebbero uscire davvero a fatica da questo stallo; il tutto aggravato da fiere e librerie che potrebbero restare chiuse per ancona molto tempo.
    Non sono una persona cinica, ho persone accanto che stanno perdendo dei parenti e vi confesso che lavorando ancora in ufficio, la paura di portare il virus a casa, le ambulanze che sfrecciano giorno e notte, non rendono i miei pensieri completamente tranquilli, spensierati e puntati su pagine e pagine da leggere e scrivere. Eppure devo riconoscere quanto i libri siano stati importanti nella mia vita e farò quanto possibile per aiutarli ora nel momento del bisogno, così come sostengo altre attività locali comprando prodotti che mi vengono consegnati a casa. Parlarne e comprarli sono le scuse con cui mi distraggo in queste giornate a casa, anche se non leggo, scoprire nove storie mi fa scattare la voglia di comprare, di fingere che tutto sta andando bene; potrebbe essere semplice compensazione e buonismo, ma mi fa stare bene, mi fa credere che anche se uno di voi, guardando le mie stories su instagram o leggendo il mio blog, avrà voglia di comprare e leggere qualcosa di nuovo, penserà per qualche minuto a un libro, lasciando in pausa tutto quello che sta succedendo intorno a noi; forse avrò fatto la mia parte, forse avrò aiutato anche un editore che come me ha famiglia dei dipendenti, ha paura di cosa succederà dopo tutto questo.

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    Il turno di notte con Lucarelli

    Ho partecipato a Turno di notte, quasi costretta da Stefano Tevini. Era tanto tempo che non scrivevo nulla. Eppure l’anno scorso, quando ho deciso di fare più di 200 km per raggiungere Dozza in provincia di Imola, ho voluto interrompere un periodo nero fatto di silenzi riservati a tutti: dalla pagina scritta ai social, ho preferito evitare contatti e dialoghi. Lo so che può sembrare un capriccio, ma davvero certi traumi non vanno via. Ho un libro edito (Il giorno dopo il lieto fine) eppure, vi giuro, che non mi sono ripresa dalla botta e dalle pressioni psicologiche subite nel 2018/2019.

    Quindi ho partecipato a questa sfida, mi sono recata in un luogo fuori dal mondo dove scrivere verrebbe facile pure ai sassi, e qualcosa è successo. Ero completamente fuori allenamento, poco convinta e l’unica cosa che mi spingeva a scrivere era la parola “Meraviglia”. Credo molto alle coincidenze (che non esistono, quindi qualcosa vorrà dire se certe cose succedono) e, in un periodo in cui pensavo alle Meraviglie di Lewis Carroll a tempo pieno, trovarmi un incipit da sviluppare che le raccontasse, sembrava mi parlasse.

    Come molte cose però le coincidenze sono semplici collegamenti mentali. Quindi quando Stefano mi ha chiamato dicendomi “Oh Zia, sei in finale a turno di notte”, la mia risposta è stata: “Non è che hanno sbagliato Alice?”

    E così, altri chilometri, altra strada per trovarsi in una sala comunale e presentare la tua persona e la tua esperienza, a qualche metro da Carlo Lucarelli: il padre del moderno poliziesco / thriller italiano. Ce ne vedevo tante di coincidenze in quella premiazione, ma nulla, sono “solo” arrivata in finale. Nessun podio. C’è stata tanta amarezza, ma poi presentata a Lucarelli, lui mi tende la mano e si complimenta “Non è da tutti arrivare in finale al primo Turno di Notte”. Non lo prendo come un premio di consolazione. No, perché realizzo quanto questo evento organizzato da Officine Wort non sia un gioco e ci fossero un sacco di veterani che partecipano dalla prima edizione: lo stesso Stefano, che era con me, non è arrivato in finale. E il suo racconto era veramente ben scritto.

    Insomma sono qui con una mezza sconfitta a realizzare che posso ancora scrivere. Non è finita. C’è un viaggio in salita che sto percorrendo da fine 2021. Ho tante storie che voglio poter raccontare. La pagina bianca è ancora un problema. Certi demoni non si combattono in un solo turno di notte, ma diciamo che la battaglia è iniziata. Sono pronta alla prossima edizione. E poi, chissà che questi mostri non si dissolvano pian piano davanti ai miei occhi.

  • Recensione L’estate che ho dentro di Viviana Maccarini

    Nina è rimasta irrimediabilmente sfregiata in volto a causa di un incidente in motorino. La scuola è finita e, per evitare che qualcuno scopra quello che è successo, scappa a vivere da suo padre Gabriel.

    Partiamo con il dire che questo volume non è brutto, però lo trovo molto discutibile. Sia chiaro, l’autrice sa scrivere, ma la storia per me presenta parecchi punti lasciati un po’ troppo al caso. Il primo è proprio l’incidente in motorino, dove la protagonista dovrebbe perdere il volto a causa dell’asfalto su cui è scivolata. Ora, anche nella migliore delle ipotesi trovo che sia una ferita poco credibile. Mi domando se non portasse il casco (per esempio) ma in ogni caso, non essendo dato spazio a come sia davvero successo il fatto, che tutto il suo volto sia segnato e non ci siano danni alle labbra e agli occhi mi sembra uno scenario assolutamente improbabile. Un peccato però perché mi ha lasciato piuttosto spiazzata, soprattutto dal fatto che in un primo momento pensavo che fosse solo una parte del volto di Nina a essere sfigurato, ma è chiaro invece che lo sia tutto. Poi, mani e braccia, non abbiano segni… forse si poteva costruire meglio questo primo elemento (che è la base di tutto il libro).

    Voglio però abbonare questa ingenuità narrativa, e mi soffermo a complimentarmi dell’idea dietro la parte più giovane del testo: mi riferisco all’integrazione dei social e della body positive dietro al percorso di accettazione di Nina. Lo so, ultimamente alcune grandi case editrici stanno mungendo su questa realtà facendola anche inserire come parte integrante nei romanzi, a volte è una paraculata assurda per trasmettere “giovanitudine” in un testo, ma in questo devo ammettere che si sposa bene con il percorso di Nina.

    Ho apprezzato un po’ meno la scelta di buttarci dentro in maniera semplicistica il mondo degli influencer. Si poteva anche in questo caso strutturare meglio la storia di Jasmine Elle, l’influencer che tanto ammira Nina, la cui comparsa non è abbastanza sviluppata.

    Infine anche la conclusione non è delle migliori. Il rapporto con gli amici (vecchi e nuovi) viene risolto in maniera didascalica, quasi sembrasse un “deve andare a finire così, punto”, quando invece si poteva giocare meglio con i personaggi. Lo stesso Leonardo, che ha un ruolo inizialmente di antagonista, poteva mostrarsi meglio come persona che ha sbagliato, ma che nel suo piccolo ha anche grandi problemi, Invece no, si risolve tutto con grande fretta.

    Non mi piace stroncare i libri, ed è un peccato che questo volume avesse tutte le carte in regola: una buona idea di base, una fantastica penna (perché la si divora di pagina in pagina), il tutto abbandonato a un po’ di disattenzione semplicistica. Peccato davvero. Doveva essere una bella storia d’estate e crescita, ma non riesco proprio ad accettare che si sia rivelata come l’ennesimo libro con le buone premesse, ma che non è riuscito ad emergere.

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