Dov’è finita la Chimera?

Dov'è finita la Chimera

Il 2022 è iniziato con tante speranze che si sono infrante contro alcuni problemi di salute che mi hanno tenuto ferma per quasi due mesi. Problemi che non sono ancora completamente risolti ma che combatto (ora) ad armi pari e, grazie alla mia promozione in ufficio, hanno rivoluzionato completamente la mia quotidianità.

Sono diminuiti i post su questo portale come su Intagram, in parallelo ho anche iniziato ad avere un profilo secondario dove mostro la mia collezione di Alice. Molto presto diventerà un progetto molto più concreto.

Anche le mie attività di lettura si sono ridotte: leggere a gennaio è stato quasi impossibile nonostante fossi a casa a letto. Sto pian piano ricominciando, ma è ancora presto per riprendere i vecchi ritmi. Nuovo lavoro, nuove responsabilità e sempre meno tempo libero. Sto sviluppando però anche la voglia di esplorare dei vecchi percorsi che avevo lasciato al passato: il primo è quello di fare arte attraverso la carta e le immagini. Dove andrò a finire con questa novità è presto per dirlo, però ci sono. Sempre di corsa, ma ci sono.

Infine da vera vecchia quale sono diventata ormai, vi confermo che ho aperto un profilo Tik-Tok per il progetto Alice. Presto sarà seguito anche da altri due profili (uno per i libri e uno per… beh lo scoprirete).

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  • Recensione di Strappare lungo i bordi (Serie Animata)

    Parliamoci chiaro, non ha intenzione di farla diventare un’abitudine come già vi avevo detto nella recensione di “Utopia”. Sta di fatto che, o scrivo questa recensione, o riguardo per la terza volta “Strappare lungo i bordi”…

    Partiamo dal fatto che non sono mai stata una grande fan di Zerocalcare, anzi la prima volta che ho sentito il suo nome ne stava parlando male un mio professore (di scrittura. non di scuola, non sono così giovane); per molti anni ho schivato questo peso massimo del fumetto italiano, un po’ per rispetto a un mentore letterato, e un po’ perché alla fine le sue storie mi sembravano fuori dai miei gusti. Tutto questo fino al 2020. La pandemia ha fatto emergere i suoi video che raccontavano alla perfezione la vita della quarantena, le ansie di chi viveva in quel limbo che aveva messo in pausa i nostri “cocci”. Per me diventarono anche la soundtrack dell’intero anno (tanto che “Ipocondria” e “The Funeral” sono nella mia playlist da allora).

    Quindi con il 2021 do una possibilità a Zero e ai primi sconti Bao, mi fiondo su un titolo che mi ispira. Però quella scintilla non scocca, non c’è la stessa poesia che ho trovato nei suoi video e. alla fine, mi rendo conto che forse non c’è stato il colpo di fulmine, ma “Strappare lungo i bordi” lo voglio vedere e subito. Infatti in questi sei episodi, con durata tra i quindici e i venti minuti, ritrovo tutta la poesia che Zero riesce a dare a una narrazione di noi figli degli anni ’80 e primi ’90 che, a trent’anni, si domandano che fine faranno. Sospesi in un mondo che non sembra voler cambiare e ci lascia in un limbo di insoddisfazioni. Tutti ad attendere il nostro momento per entrare il campo e, se non si riesce ad essere l’asso della squadra, si tenta almeno di portare a casa la partita insieme a tutti gli altri. Invece come molti, forse troppi, sono qui a scrivere su un blog, a cercare ritagliarmi una figura che sia il più perfetta possibile. Ma alla fine non va. Zero inquadra bene il nostro paese, bisogna accettare che sia stato il primo ad avere un pubblico così ampio perché ci riconosciamo in questa eterna ansia di vivere, di essere la persona giusta che il mondo vuole per noi. Così la serie tv ci permette di rivederci in Zero, Secco, Sara o anche Alice, ma per quanto la leggerezza delle battute, delle estremizzazioni satiriche delle visioni del mondo che ci circonda, non è solo la morale finale che conta. No, Zerocalcare è riuscito a cristallizzare il disagio di una generazione che non è solo quella romana, un lato B di un disco che solitamente non siamo capaci di ascoltare, perché fa male, troppo per accettare che siamo tutti sulla stessa barca che non affonda, ma ci tiene in questo continuo stato di attesa, da cui fissiamo la riva quasi fosse un porto sicuro. E forse è solo un miraggio.

    Questa serie non ha nemmeno tre giorni di vita e già la sto consigliando pure ai sassi, ne sto scrivendo qui sul blog. Non voglio dire che sia il capolavoro del secolo, credo però che serva, a noi tutti, ad afferrare un cavolo di remo e a iniziare a capire che riva o non riva, restare fermi non serve a nulla. Il vittimismo ormai, per noi figli di un boom economico, ci è esploso in faccia. 

  • Sono sbarcata su Alexa

    La skill di Alexa de “I libri della Chimera” viene già usata da molti e alcune colleghe sono rimaste piacevolmente colpite dalla mia scelta di portare il blog su Alexa, altre invece la trovano una scelta che fa perdere alla parola scritta la sua efficacia, castrando la magia della lettura, quasi fosse una scorciatoia semplicistica.
    Facciamo un passo indietro, a prima della mia seconda presentazione di “Delicato è l’Equilibrio” che segnò l’incontro appunto con questo amabile dischetto parlante; parliamo della prima presentazione tenutasi al Bar Cin Cin Nato il 13 dicembre. Tra la gente che era venuta c’era una ragazza con disabilità visive, ascoltava e poneva domante davvero interessanti. A fine presentazione venne a stringermi la mano e mi disse una frase tipo: “Non comprerò il cartaceo, ma se mi dici che c’è l’e-book su Amazon lo compro e lo ascolto”. E Greta, questo è il suo nome, lo fece davvero, e a ascolto terminato, mi fece notare che il mio libro aveva qualche refuso.
    Capii che le potenzialità degli strumenti di lettura automatici, per esempio Alexa, andando appunto alla mia seconda presentazione capii l’importanza di questi strumenti per integrare il blog anche a quelle persone che hanno non solo poco tempo, ma soprattutto disabilità.
    Al FRI 2019 avevo già affrontato con l’editrice della Royal Book Edizioni l’importanza di andare incontro a quei lettori che soffrendo di cecità o ipovedenti non hanno un catalogo vario di letture da poter ascoltare o leggere in braille e Alexa si rivela uno strumento molto utile per sopperire ai costi eccessivi degli audiolibri, dando una soluzione alla portata di tutti i lettori e editori (ma nello specifico ne parleremo in futuro in un articolo dedicato).
    Insomma Alexa è uno strumento che può creare un ponte anche con quelle categorie fuori dai normali standard. Non parlo solo di utenti disabili, ma anche delle tante persone che guidano per ore e ore (ora con il Covid19 sono a casa) e che approfittano di questo genere di strumenti per ascoltare libri e non solo. I podcast sono uno strumento potente e Alexa può produrre contenuti simili anche per chi non ha la strumentazione per registrarne uno proprio.
    Devo però confessare che avendo un programmatore in casa è stata una passeggiata, o quasi perché non sempre Amazon aiuta, infatti, guarda caso, la mia skill è consigliata a un pubblico adulto o a bambini sotto la sorveglianza dei genitori. La Skill è nata durante le vacanze di Natale, dopo la mia ultima presentazione a Brescia, complici quei pazzi del Comics League of Brixia che ci avevano spiegato come poteva lavorare Alexa, ho schiavizzato il mio omino che ha prodotto la skill e una seconda è in lavoro (ma ne parleremo più avanti).
    Cosa è cambiato con Alexa? Alla fine poco o nulla, ma devo ammettere che devo rispettare alcuni limiti di caratteri perché lei legga gli articoli; i lettori, nuovi e vecchi la stanno usando, e la mia speranza è che questo strumento li porti a conoscermi ma anche a conoscere meglio i libri che amo.

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    Nuovo turno di notte, nuova finale…

    Anche per la quindicesima edizione di Turno di Notte, organizzato da Officine Wort, sono finita tra i finalisti. Nell’antologia dedicata, che quest’anno è dedicata alle mappe, c’è anche la mia.

    Il viaggio dietro a questa esperienza è davvero unico e particolare. Lo è per affrontare il turno come anche per andare alla premiazione. Perché Imola non è dietro l’angolo, ma nemmeno un posto sperduto e che si raggiunge dopo giorni di viaggio. Lo è nei viaggi di ritorno (che inevitabilmente avvengono in orari assurdi) in cui vedi le strade popolarsi di auto solitarie, trasporti eccezionali e lavori in corso che sembrano creati apposta per infondere un po’ di emozione e rallentamento al viaggio.

    Questa volta è stato un po’ più macchinoso perché dovevo arrivare a Verona, per poi partire con il mio partner in crime Stefano Tevini, che mi ha introdotto a questo mondo in cui in la notte è regina.  La premiazione è stata poi l’ennesima occasione per ascoltare Lucarelli parlare di scrittura. Ha raccontato del potere divino dello scrittore sulle storie: siamo Dio quando scriviamo. Per quello siamo in grado di far succedere determinate cose, possiamo regalare miracoli, punire i cattivi. E’ un modo bellissimo di vedere la scrittura, ed è sempre più chiaro del perché amiamo determinate storie; ci regalano una visione del mondo che spesso è giusta. Definiamo alcuni generi come narrativa d’evasione o d’intrattenimento, ignorando che forse sono molti di più di quanti immaginiamo i generi dove è l’evasione dal mondo reale che cerchiamo veramente.

    I gialli per esempio. Un buon giallo ha una sua risoluzione di un omicidio. Nella realtà sono pochi i casi in cui il colpevole, non solo non viene catturato, ma confessa anche. Nei libri possiamo salvare le donne in difficoltà, ma nel nostro mondo il femminicidio è ancora un qualcosa di “usuale”. La discriminazione razziale o di genere viene sconfitta ma, nel nostro mondo, realizzare questi ideali sembra solo un eccesso di politicaly correct. Quanto potere hanno gli scrittori se davvero sanno creare storie che raccontano un mondo che pensiamo reale. Chissà che tutta questa finta realtà non ci insegni che, in fondo, possiamo realizzarla senza che crolli tutto.

    Non pensavo di fare la paternale raccontando di una storia di mappe, ma in fondo anche questo viaggio a Imola mi ha lasciato qualcosa.
    Il prossimo turno di notte è previsto per la notte tra il 6 e il 7 luglio. Se amate scrivere vi consiglio di sperimentarla, nel caso potete farlo direttamente da casa come anche raggiungere una delle location dedicate a radunare gli scrittori.

  • Grazie di tutto Sensei Toriyama

    Il mio primo manga è stato il volume 49 di Sailor Moon, l’ultimo della serie. Quindi ci riprovai, perché avere gli arretrati in quell’estate del 1999 era un’impresa impossibile.

    Ho così comprato Dragon Ball volume 14, perché quello aveva la mia edicola; erano tempi in cui iniziavi a leggere quello che trovavi sugli scaffali senza accesso ai volumi mancanti. So ancora dirvi quale fosse il punto esatto della saga: l’incontro con Dio da parte di Goku e, soprattutto, il preludio al 23º torneo Tenkaichi. Ero a un bivio: potevo conformarmi a tutte le altre ragazze e leggere Cioè, oppure investire in questi fumetti, che si leggevano “al contrario”. Dragon Ball fu da quell’estate il primo dei tanti gradini che mi avrebbero portato a leggere; i libri, sarebbero arrivati molto dopo.

    Vivevo in un paesino piccolo. C’erano solo tre edicole, e Dragon Ball arrivava solo a una di queste. Per la precisione ne arrivavano 2 copie e, avevo scoperto, eravamo in 3 a leggerlo. Internet non esisteva, quindi ogni volume che mensilmente (se non erro il giorno 15) arrivava era una gara per recuperarlo prima degli altri. Era inevitabile che a uno di noi sarebbe mancato. Questa è stata la prima storia che mi ha permesso di avere amici. Una ragazza e un ragazzo con cui avevo un rapporto di amore e odio: condividevo l’amore per le avventure di Goku & co., ma dovevo batterli sul tempo per non restare l’unica a non avere il nuovo volume. Ricordo che mi alzavo a orari improbabili per andare in piazza a recuperarlo prima che potessero andarci loro. E poi, dopo che lo avevamo letto tutti, partivano le congetture: e adesso? Tavole rotonde nei corridoi della mia scuola media in cui cercavamo di capire come sarebbe andata con Raddish e Vegeta…

    Un piccolo, piccolo mondo ignorante del fatto che questa fosse la seconda ristampa del manga, che su alcuni canali provinciali girasse già l’anime e che diversamente il resto del mondo probabilmente già lo sapesse. Se ho potuto avere quel mondo dove ci interrogavamo per quale processo fisico-biologico i capelli dei Saiyan diventavano biondi quando Goku e Vegeta diventavano un Super Saiyan (e oggi, dopo 25 anni, scopro perché semplicemente non voleva colorare le tavole!), dove la sfida era sapere prima come andasse a finire, e condividere quell’amore con alcuni coetanei lo devo ad Akira Toriyama. Non posso immaginare (e un po’ mi fa paura l’idea che se non avessi amato tanto Dragon Ball la mia vita potrebbe non essere quella che ho ora), e sono quasi certa, non sarebbe stata così felice. Perché dopo quel manga ne sono arrivati tanti altri, sono stata una cosplayer, sono passata dai fumetti a leggere libri.

    Ho saputo della sua morte la mattina dell’8 marzo. Mi stavo vestendo per andare in ufficio. Ho deciso di portare il lutto perché ho perso l’uomo che ha permesso la creazione di quei piccoli momenti. Akira, non ce l’ho fatta a dirti grazie di persona. Magari non ce l’avrei mai fatta, ma oggi ci tengo che qui ne resti traccia. Grazie Sensei. Ora il colore della mimosa lo collegherò sempre al colore dei Super Saiyan, e in qualche modo alla tua memoria, anche se leggendo di te ho scoperto che semplicemente eri un poco svogliato, e hai preferito farli biondi per non inchiostrare le tavole.

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