Recesione di Utopia (Serie tv)

Utopia

Già vi sento “La Chimera che recensisce una serie tv. Sul serio? Ecco che mi diventa commerciale e si mette a fare le maratone per raccontarci tutto quello che vede”. Stiamo calmi, questa è un’eccezione che conferma la regola. Qui si parla di libri, ma soprattutto di quello che in qualche modo mi lascia un segno e questa serie tv mi ha fatto riflettere. Credo quindi sia giusto, non solo consigliarla, ma farla scoprire a quanti di voi potrebbero apprezzarla come me. Non aspettatevi una serialità per questo genere di recensioni, perché vi confesso che è raro che una seria mi faccia gridare “Genio” in stile René Ferretti.

Partiamo con il dire che questa è una di quelle visioni da riempimento, in uno di quei momenti in cui, non sai cosa guardare, e ti parte la reminiscenza di quel collega che ti ha consigliato di vedere una serie tv di cui ricordi, ma di cui praticamente non hai mai sentito parlare dagli addetti del settore: Utopia. Un nome un programma. La trama non tradisce: in una casa abbandonata viene trovato un fumetto, Utopia appunto, seguito di un altro grande successo, Distopia. I ragazzi lo mettono all’asta a una convention del fumetto e finiscono molto male perché, oltre ai nerd, ci sono ragazzi che lo cercano perché tra le sue pagine sanno che troveranno la spiegazione di qualche nuovo virus, e magari delle cure. Ed effettivamente nel fumetto, Distopia prima e Utopia dopo, è nascosto qualcosa: piccoli indizi parlano dell’avvento delle grandi epidemie moderne. Utopia sembra essere l’inizio di qualcos’altro. Non vi svelo molto altro, ma vi basti sapere che fumetto e realtà si fonderanno, trasformando l’idea strampalata di un complotto come invece una realtà tremenda.

È una serie tv che viene proposta con un forte disclaimer che comunica, a chi la sta vendendo, che i fatti narrati non hanno alcun collegamento con il Covid. Per certi versi fa sorridere vedere come i risvolti legati alla nuova pandemia raccontata nella seria sia diametralmente opposta. La reazione alla scoperta dei vaccini, da noi accolta troppo spesso da timori e dubbi, nella serie viene osannato e reclamato da tutti. Anche per la diffusione del virus nel mondo reale si teorizza una produzione in laboratorio. Nella serie invece viene assodato che il modo in cui si sia diffuso è sconosciuto, ma la sua provenienza è peruviana.

Andiamo però avanti. Perché ne sto parlando? Allora per prima cosa lo faccio perché è un prodotto che trovo molto diverso da quello che sta andando solitamente in onda sulle varie piattaforme di streaming (Utopia è su Prime). Non ha una narrazione perfetta, a volte pecca di fretta, ma credo sia un prodotto interessante di cui ho sentito parlare per caso e di cui credo, se come me amate libri particolari, certamente potreste apprezzarla. Non segue il solito canovaccio e ha idee che non annoiano banalmente. C’è un pizzico di quella componente di imprevedibilità che da una speranza a questo mercato inflazionato da trame uniformate.

Mentre mi metto a lavorare a questo articolo, scopro per puro caso che Utopia altro non è che un remake della serie inglese omonima del 2013 (insomma innovativa ma su un canovaccio già sperimentato) che sono curiosa di recuperare per confrontarla con la nuova. La versione originale era ambientata a Londra, trasformandola in una possibile serie epica perché in Inghilterra, questo genere di storia, avrebbe parecchio da raccontare.

Insomma qualcosa di particolare, un pizzico di bianconiglio che non guasta mai, il mondo dei fumetti (che sono un media che amo tantissimo), e le tre domande che vi tormenteranno: dov’è Utopia? Dove si trova Jessica Hyde? Dov’è il bambino?

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    Citra è ormai divenuta la Falce ‘Madame Anastasia’, una falce che spigola dando il tempo alle sue vittime per prepararsi alla morte. Rowan, a suo modo, è divenuto “Maestro Lucifero” e elimina le falci che non hanno etica nel loro operato. Come se non bastasse il Thunderhead ha un piano perché tutto raggiunga un equilibrio…

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Le trilogie distopiche di questi tempi mi stanno deludendo tanto… In realtà ci vedo uno schema: Divergent e Hunger Games (per citarne alcuni) hanno un percorso verso la distruzione della distopia vigente; se prendiamo invece quelle in volumi singoli classiche come per esempio  Fahrenheit  451 o Il mondo Nuovo, ecco che la situazione è diversa, il lettore rimaneva inorridito e il libro lo portava a riflettere sul concetto “cosa posso fare perché un futuro come questo non si avveri?”. Invece questi volumi sono più un viaggio avventuroso, dove il singolo risponde alla chiamata per poter distruggere il mondo (sbagliato) in cui vive.

    Vi dico questo perché fino all’ultimo capitolo ero convinta che il canovaccio fosse abbastanza banale e ovvio. Invece la storia ha un portentoso plot twist che non è prevedibile, ma… sì abbiamo un “ma,” ciò che lo precede a mio parere non è sufficiente a salvarlo dalle molte critiche.

    Partiamo dal Thunderhead. Lo si conosce sempre di più, ma i suoi interventi alla fine del capitolo a volte risultano eccessivi. Farlo diventare un personaggio a tutti gli effetti lo rende a volte scomodo e di troppo (anzi quando dovrebbe esserci non c’è mai). Il secondo aspetto che devo Criticare è Rowan a inizio libro, la sua scelta di diventare una Falce ammazza Falci è sciapa, infatti ho apprezzato molto di più la sua presenza passiva nell’evolversi della trama. Non voglio aprire il capitolo romantico perché rimane coerente all’incoerenza con cui era stato trattato nel primo volume, praticamente è un qualcosa che proprio si poteva evitare o semmai scrivere meglio. E infine, non faccio spoiler, la carrambata (è un termine troppo vintage perché lo si capisca?): ecco, non ci siamo, i colpi di scena devono essere coerenti, quando sono così eccessivi come quello del “nuovo cattivo”, ho temuto che il resto della lettura sarebbe stato noioso.

    Cosa salva questo libro dalla bocciatura a pieno titolo? Da una parte l’introduzione di nuovi personaggi come Greyson che, una volta identificato come losco, ho trovato noioso e sul finale ho capito che questa volta mi ero lasciata ingannare dallo scrittore. Dall’altra, come ho già detto sopra, per lo meno il finale non sembra il preludio di una guerra che i protagonisti dovranno combattere nel terzo volume. E questo mi da molta speranza.

    Quindi direi che non sono ancora pienamente convinta ma rispetto al primo volume va molto meglio. Mi riservo di farvi sapere se davvero consigliarvi questa trilogia quando avrò letto il terzo e ultimo volume, in ogni caso tenetela d’occhio.

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    Tirando le somme sono arrivata a leggere ben 63 volumi. Non è un cattivo risultato, ma vi confesso che potevo fare di più. C’è da dire che ci sono stati periodi di magra, come a inizio anno, dove mi ero presa i miei tempi per leggere, ma anche la situazione che stavo vivendo non mi permetteva di godere della lettura appieno. Anche tra fine ottobre e novembre, per colpa del Covid, ho preso la distanza da molti libri perché ero nauseata dalle storie, per un attimo ho iniziato a odiare tutti i libri che avevo in casa. Questa pandemia mi aveva fatto perdere il baricentro della mia vita, arrivando in un momento che volevo dedicare a me stessa, portandomi via la libertà di scrivere, perché per un mese, a parte l’isolamento, ho vissuto senza stimoli e forze.

    Cominciamo dagli editori. Il meglio di questo 2020 secondo me arriva da due molto diversi e di cui ho letto poco, eppure quel tanto che basta a farmi capire che vanno consigliati a tutti. Il primo è Carbonio Editore con cui ho collaborato, ma di cui sto puntando altri due o tre titoli da comprare per leggerli nel 2021. Non è un catalogo frivolo il loro, i testi che ho letto mi hanno dato una chiara visione sulla profonda ricerca e cura dei loro testi, facendomi scoprire anche autrici che meriterebbero molto più spazio nelle librerie italiane, come Jill Dawson. Se cercate qualcosa di serio con cui aprire il 2021, guardate i loro libri, se comincerete con Carbonio sono sicura che l’anno partirà con la marcia giusta.

    Il secondo editore è Tunué: non ho letto libri, mi sono soffermata sulle loro graphic novel e vi confesso che probabilmente tenterò anche la parte letteraria delle loro pubblicazioni. Mi sono dedicata unicamente ai lavori di Tony Sandoval, ma non me ne vogliate, amo troppo questo artista. Lo avrete capito dalle mie recensioni sulle sue opere. Il plauso è da condividere anche con l’editore che, non solo lo ha portato in Italia, ma ha anche saputo fornirgli il formato e i materiali più adatti per esaltare le sue opere.

    Stranamente ho letto anche libri per ragazzi e giovani lettori. L’ho fatto principalmente perché era uscito “La signora Frisby e il segreto del Nimh”, che ha dato una nuova sfaccettatura a una delle storia più importanti legate alla mia infanzia e, sempre per rimanere in tema topolini, ho letto (e vi consiglio) “Factory”. La narrativa per piccoli mi è sempre apparsa come scialba e priva di spessore, eppure questi due libri mi hanno dimostrato che può essere anche profonda e concreta. Forse è il caso di dare una seconda possibilità a quel lato delle librerie che sembrano essere ben rifornite, ma che gli adulti non leggono.

    Passiamo a parlare di generi. Guardando le mie letture spicca il romance. Grazie a questo genere ho ripreso a leggere durante il covid e lo devo a “Un’estate da ricordare”, un romance storico prequel di una serie che sto leggendo senza troppo impegno, recuperando ogni tanto i volumi che la compongono. Tra le eccellenze del genere però abbiamo anche “Condannati” di Jane Harvey Berrick, che finalmente è tradotta al meglio per i lettori italiani, e che emoziona con le sue storie uniche e che parlano di rivincita e rinascita. Altro titolo da citare “Come petali di Ciliegio”, un caso editoriale che da self è arrivato alla grande editoria dimostrando, ancora una volta, che se scrivi bene prima o poi un buon editore verrà a bussare alla tua porta. Infine il meglio di questo genere, “Pâtisserie Française – Macarons in cerca d’amore” di Margherita Fray. Si è rivelata la lettura migliore in questo genere: frizzante, ironico, spensierato, è stata la lettura che ho consigliato di più, tanto da farlo leggere anche alle mie colleghe in ufficio durante gli ultimi mesi di lockdown questa primavera. Se (sul serio?) non lo avete ancora letto, vi consiglio di recuperarlo; questa autrice ha la stoffa per scrivere e mi auguro di leggere molto altro nel 2021!

    Altro genere di cui non avevo mai parlato sul blog sono le graphic novel e fumetti. Mi sembra giusto dare spazio anche al meglio di questa categoria. Il meglio è formato da un trittico molto vario eppure armonioso. Partiamo con “Heartstopper”. C’era bisogno di questa storia, servivano le sue vignette ironiche e eppure ricche di emozioni. “Watersnakes” è il secondo titolo, ci porta la delicatezza di un tratto unico con la spensieratezza di storie che sembrano rivolte a un giovane pubblico, ma con tematiche forti a volte splatter. Infine quello che per me è stato il meglio per questa categoria: “Cheshier Crossing”… ok forse sono un filino di parte perché c’è Alice, ma mi è piaciuta moltissimo e mi sento di consigliarla a chi ama i crossover, e se ve lo dice una che non ne leggerebbe, fidatevi significa che merita.

    Mi sono dilungata abbastanza direi che teniamo per la seconda parte il Fantasy, la Distopia e soprattutto il meglio del meglio.

  • Recensione Kilmeny del Frutteto di Lucy Maud Montgomery

    Eric Marshall è pronto per prendere il suo posto nel mondo ma, per aiutare un amico, si trasferisce momentaneamente a Lindsay sostituendolo nell’insegnamento della scuola locale. È per caso, durante una passeggiata, che Eric incontra Kilmeny. Lei sta suonando il violino, ma quando  Eric la avvicina, fugge spaventata.

    Ignora infatti che la ragazza che ha visto, è la figlia di un tremendo peccato, segnata da esso anche nel corpo.

    I libri di Lucy M. Montgomery sono sempre una rivelazione. Leggerla in questo libro è scoprire una nuova sfaccettatura di questa donna che, troppo spesso, viene relegata solo ai libri dedicati ad “Anna dai capelli rossi”. Certo il libro non è invecchiato bene. Si sente la struttura di inizio novecento e anche alcune tematiche segno dell’epoca. Il mutismo della protagonista omonima per esempio, viene ritenuto un elemento così invalidante, sia dai personaggi che dalla stessa Kilmeny, tanto da non meritare una vita come gli altri. Nel suo insieme però è una lettura godibile.

    È un libro tradotto con molta cura, anche se vi confesso che al posto di molte note che segnalavano la forma originale del testo, avrei preferito un’introduzione che parlasse del registro scelto dall’autrice, permettendo di godere l’opera tradotta a tutto tondo. Di pregio è la scelta di inserire anche le stampe della pubblicazione originale, che avrei visto bene anche associandole alle scene nel testo, non relegate solo a fondo volume.

    Lo si legge davvero in poche ore. E’ un piacere farlo, anche perché la Montgomery amava il Canada, e anche qui tira fuori la poesia dell’Isola del principe e la fonde con la storia romantica. Questo è un volume adatto a chi cerca la delicatezza dei romanzi di fine ottocento o inizio novecento. Una lettura perfetta per la primavera da poter assaporare all’aria aperta.

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