Recensione Il ritmo della guerra di Brandon Sanderson

Il ritmo della guerra

Abbiamo letto per voi Il Ritmo della Guerra, il quarto volume della Folgoluce dell’inarrestabile Brandon Sanderson, pubblicato da Oscar Fantastica in contemporanea all’uscita negli Stati Uniti, grazie allo straordinario lavoro dello storico traduttore di Sanderson in Italia, Gabriele Giorgi.

Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori, recensione a cura di Chiara Crosignani.

Il romanzo si inserisce perfettamente nella cornice dei volumi precedenti: non solo per ampiezza (le sue 1330 pagine lo portano quasi sullo stesso livello del precedente Giuramento), ma anche per la pregevolezza artistica di questa serie, caratterizzata da immagini di altissima qualità: a colori, nella quarta di copertina, la rappresentazione di alcuni degli Araldi di Roshar, e, in bianco e nero, all’interno del volume, una selva disegni che ci permettono di visualizzare il mondo creato dall’autore con un’immersione nella sua biologia (soprattutto spren e forme di Cantori), nella sua moda (sospettiamo qui l’intervento di Adolin in persona) e nella sua arte.  Anche solo le dimensioni e l’accuratezza della grafica basterebbe a giustificare il prezzo, senza considerare il contenuto.

Ma Il Ritmo della Guerra è un attesissimo romanzo di Sanderson e quindi è al contenuto che i suoi fedeli lettori mirano. Negli episodi precedenti, forse soprattutto in Giuramento, Sanderson ci ha abituati a un inizio lento (beh, lento per gli standard di Sanderson) e a un finale trascinante, di quelli che lasciano veramente incollati alle pagine per ore.

Il Ritmo della Guerra inizia più rapidamente rispetto al capitolo precedente: è passato un anno dagli eventi conclusivi di Giuramento, ma abbiamo poco tempo per ambientarci nella nuova realtà. Gli eventi si accavallano rapidi, su più fronti, ed è difficile trovare un momento di pausa nell’intero romanzo (chi vi scrive lo ha letto in tre giorni).

Tutti i personaggi principali si trovano ad affrontare sfide che li coinvolgono nella battaglia cosmica per il possesso di Roshar e, potremmo dire, dell’intero Cosmoverso: sì, perché finalmente, con questo quarto capitolo, capiamo davvero la portata della guerra che si sta combattendo, grazie a riferimenti sempre più diretti e precisi agli altri mondi che compongono l’universo sandersoniano. Teorici del Cosmoverso, qui troverete pane per i vostri denti!

Ma l’ampliamento dei confini dell’universo non è il solo elemento che ci ha fatto amare Il Ritmo della Guerra (che, personalmente, abbiamo apprezzato più di Giuramento): come suggerisce il titolo (e come sappiamo da tempo i flashback tipici della serie si concentrano sulle parshendiEshonai e Venli) i Cantori entrano prepotentemente in scena, in tutte le loro (scusate il gioco di parole) forme.

Se già in Parole di Luce e in Giuramento avevamo avuto modo di familiarizzare, e di empatizzare, con gli altri abitanti di Roshar, in questo libro possiamo leggere dalle loro parole cosa hanno vissuto, nel presente del racconto e nel loro tragico passato, per essere diventati quello che sono. Come sempre accade nei testi di Sanderson, il male e il bene sono concetti così interconnessi che non è possibile trovare un rigido dualismo e tutti i personaggi sguazzano nel confine tra moralità e amoralità, tra giustizia e onore da un lato e prevaricazione dall’altro: così, rimaniamo sorpresi da quanto possano essere onorevoli i malvagi nichiliferi e ingiusti coloro che dovrebbero rappresentare la moralità di Roshar.

E proprio in queste sfumature, che obbligano il singolo a compiere scelte dolorosissime, sta la grandezza di questa serie: se in una prima fase della produzione di Sanderson si aveva l’impressione che alcuni personaggi potessero essere meglio delineati, qui i protagonisti bucano le pagine. Kaladin che affronta il buco nero della sua depressione, Shallan afflitta dall’incapacità di gestire la sua personalità scissa dai traumi subiti, Dalinar, titanico nelle sfide che incontra, senza dimenticare il Ponte Quattro, i Radiosi, Navani, del cui rapporto con Gavilar finalmente veniamo a scoprire qualcosa, e che nella sua umanità entra nel novero dei protagonisti del romanzo, e un Adolin finalmente autonomo dall’ingombrante eredità paterna (i fan di Hoid saranno felici di sapere che Arguzia del Re ha un ruolo non secondario nella vicenda).

Il finale del libro è, come da abitudine, un’esplosione di colpi di scena sempre più travolgenti, che ci fa rimanere in astinenza da ultimo capitolo di questa prima pentalogia dedicata a Roshar. Anche questa volta, Sanderson non sbaglia un colpo e la traduzione di Gabriele Giorgi, che rende nel modo migliore i neologismi del Divino Brandon (anche e soprattutto nelle complesse parti tecniche che riguardano le scienze arcane di Roshar), ci permette di godere in tempo reale del nuovo travolgente capitolo delle Cronache della Folgoluce.

Se vi ho incuriosito, vi invito a leggere anche le recensioni dei blog che hanno aderito al Review Party:

Articoli simili

  • Recensione: Un Inutile Delitto di Jill Dawson

    Quando mi è stato chiesto di leggere questo romanzo non conoscevo i fatti reali che lo avevano ispirato. La storia contenuta in questo romanzo ha una forte componente reale, l’autrice stessa ha voluto dedicare questo volume a Sandra Rivett, la vittima di un omicidio che ancora oggi non trova giustizia.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Carbonio Editore.

    Londra, 1974. Mandy è una ragazza che ha saggiato il gusto amaro della vita. È pronta a dare una vera svolta alla sua esistenza grazie alla sua amica Rosemary che l’ha raccomandata a una agenzia ed è pronta a iniziare il lavoro di bambinaia presso Lady Morven.

    Potrebbe essere il tipico prologo per una storia da sogno, un nuovo inizio e invece racconta uno dei tanti, troppi, fatti di cronaca nera che troppo spesso vengono messi in secondo piano: un femminicidio tra i peggiori della storia inglese.

    Mandy come abbiamo già detto ha una storia complicata, arriva persino ad affrontare un periodo di esaurimento facendosi ricoverare in un istituti di igiene mentale, dove appunto incontra Rosemary, voce secondaria di un libro che racconta la vita delle donne, in un periodo dove il femminismo è ancora agli albori.

    Una Londra pop, che fonde l’aristocrazia ai colori acidi di un periodo storico che sarà la culla di grandi rivoluzioni. Questo romanzo racconta storie di donne, madri, ragazze, tra flashback e presente a mostrare come non si sia mai preparate alla violenza degli uomini, che non si manifesta solo attraverso l’aggressività ma anche con la meschinità di uomini che amano solo attraverso il sesso.

    Un romanzo che da voce a una vittima e parla di una vita (anche se parzialmente inventata) interrotta per errore, per un banale scambio di persona che però non vedrà mai giustizia. L’autrice fa il suo meglio per far entrare in contatto il lettore con la sua storia e tramite Rosemary che, seppure così diversa da Mandy, parla alle donne attraverso tutto lo sgomento del non aver capito per tempo, tormentata anche dal senso di colpa di aver portato l’amica a Londra e sulla strada del suo assassino.

    Una lettura che consiglio anche agli uomini per capire il complesso mondo femminile, e il dolore per quelle morti che troppo spesso vengono sminuite dai giornalisti.

  • Recensione Cemetery Boys di Aiden Thomas

    Yadriel è un ragazzo trans che la famiglia non accetta completamente. Come se non bastasse ha evocato un fantasma e non riesce più a liberarsene.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Ormai è sempre più chiaro che Oscar Vault sta investendo in storie di inclusività. Trovo sia la scelta giusta: abbiamo bisogno che i lettori trovino normali questi protagonisti. Mi piacerebbe che arrivassero a loro catalogo anche volumi scritti da autori italiani, perchè abbiamo di ottimi che hanno scritto bellissime storie, con protagonisti omosessuali o trans, di  genere urban fantasy

    Trovo che la tematica di accettazione sia stata ben affrontata. La contrapposizione di Yadriel con il padre che non lo accetta, diciamo che ci si affeziona subito al protagonista anche quando sbaglia per dimostrare il proprio talento e la sua identità. Ci sono diverse occasioni che attraverso questa storia, come in una bellissima metafora, che spiegano come la mancanza di accettazione della propria natura (sia essa etero, trans o gay) possa ferire moltissimo le persone.

    Allo stesso tempo però la trama si rivela un pochino scontata a un lettore navigato: non che sia banale, ma si coglono alcune avvisaglie che potevano far intuire come si sarebbe potuto concludere il libro. Il mondo però in cui è ambientata la storia inizialmente aveva un aspetto che mi ricordava moltissimo Coco, ma del resto si sente la forte componente messicana, compresa la Santa Muerte, anche se io me la figuro di più come la Calavera Catrina.

    Una storia ideale per chi cerca qualcosa di diverso e particolare, ideale per giovani lettori. Io la sconsiglio a chi è un lettore navigato del genere, potrebbe non apprezzarlo.

  • Una seconda recensione per “Maybe Someday” di Colleen Hoover

    Ho già parlato di questo volume, l’ho inserito persino tra i “Libri diversi per lettori strani” perché per me non è solo un semplice libro. Quando lo lessi nel 2017 (considerate che la prima edizione uscì nel 2015) ne rimasi fulminata. Fu un qualcosa di unico e per alcuni anni (non scherzo) sentire la canzone “Old on to you” mi stringeva il cuore fino a farmi sentire le farfalle nello stomaco. Queste emozioni però si sono spente ormai da tempo, certo ricordo con piacere la sua lettura, ma come sarebbe stato rileggerlo?
    Ho chiesto a Leggereditore l’opportunità di rileggere questo libro nella sua nuova veste grafica e devo dire che è stato strano.
    Premetto che è insolito per me rileggere interamente un libro. Di solito mi limito a soffermarmi sulla lettura delle parti salienti. Credo che questo sia ufficialmente il primo libro riletto in toto, dall’inizio alla fine (ringraziamenti inclusi).
    Questa esperienza è stata abbastanza insolita. Nei primi capitoli ho semplicemente analizzato alcune scene, mi sono resa conto di quanti piccoli indizi avesse messo l’autrice per far esplodere il colpo di scena iniziale. Poi però è successo. La parte analitica del mio cervello si è spenta e per quanto il mio cervello urlasse “sai già cosa sta per succedere” ecco che il mio cuore lo zittiva con ogni battito in parallelo con quello quello dei protagonisti, seguendo il ritmo delle canzoni che mi sono riascoltata oggi come la prima volta.
    Vi confesso che non pensavo fosse possibile. Sono una lettrice piuttosto fredda, una da “libro-usa-e-getta”: amo consigliare questo genere di letture e sapere che le persone che li leggeranno si emozioneranno come succede a me, ma non sono capace di emozionarmi di nuovo a ogni rilettura: ci ho provato con altri libri e non funziona. Ricordo troppo le trame, non mi faccio sorprendere da una scena già letta. Per questo ribadirò sempre che questo volume non è solo un libro. No, se lo fosse la mia rilettura sarebbe stata semplice e senza pretese.
    Inutile cercare di trovare in questo libro una formula che possa essere replicata. Questa autrice è un geniale camaleonte, non è mai così banale da lasciare al lettore la possibilità di capire dove la storia stia andando. Ogni pagina è un salto nel vuoto tra storie di vite difficili.
    Sono felice che Leggereditore lo abbia rimesso in circolazione con una nuova copertina, ma non basta, ora ci serve il resto della serie… nel frattempo, per lo meno, ci ha dato un nuovo libro da leggere (sempre una ristampa), Confess… e sì, è già in lettura.

  • Recensione di White Power di Stefano Tevini

    Quando ero ancora una sbarbatella e andavo alle superiori, tra le varie strategie comunicativa relative alla storia della pubblicità, arrivammo alla propaganda; rimasi molto impressionata da una tattica che, attraverso strumenti come manifesti e campagne studiate, potesse influenzare il pensiero delle masse.

    La storia ci racconta che non è così difficile, lo stesso presente ci mostra come, dall’esposizione di notizie e fatti, si possa modificare la realtà in modo che sia percepita con un messaggio di fondo tale da smuovere la gente verso determinati pensieri politici. Ero un’ingenua quando pensavo che, uno strumento come la pubblicità, potesse essere semplicemente parlare al pubblico condizionandolo a comprare un prodotto. Ormai tutto, anche i social, sono diventati il veicolo di frenesie estreme: dal comprare tutte le novità che escono in libreria, fino a diffondere un determinato pensiero che spinga l’utente medio, accomodato sul proprio divano o sulla tazza del cesso, a porre “pollice verso e pollice recto”.

    Quindi forse non dovrei sorprendermi che anche la narrativa potesse divenire uno strumento di propaganda. Invece quando ho scoperto gli studi di Stefano, poi analizzati in questo saggio, sono letteralmente rimasta sbalordita che persino i libri o le storie potessero raccontare (e incitare) l’estrema destra americana. Certo, è frutto di un’ingenuità che vuole le storie come veicoli di morale: cresciamo con le favole della buonanotte che ci trasmettono le regole principali del quieto vivere. Come fai a pensare che le stesse possano sporcarsi, raccontando quanto sia giusto essere bianchi, sottolineando quanto il nemico sia incarnato da ebrei e uomini di razza mista o da nuance di colore, che vanno oltre l’abbronzatura arancio?

    Eppure è così, il delirante mondo in cui sono ambientati i romanzi citati da Stefano in White Power ci danno una chiara visione di questo genere, spesso rimasto fuori dal nostro paese, ma che qualcosa ha smosso oltreoceano, visti anche i risultati delle ultime elezioni, o come l’America stia diventando una fabbrica di notizie scritte su misura dei propri interessi.

    Leggere resta sempre uno strumento di conoscenza, così come essere consci che ci sono libri che trasmettono morali alterate, mondi che di distopico hanno la visione del nostro mondo pacifico. Soprattutto ora, i libri come questo, ci aiutano a tenere alta la guardia verso un nemico che sa raccontare falsità così reali, da farci credere che siano vere.

  • Blog Tout Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

    Oscar Wilde ha fatto di tutto. Ha scritto romanzi, poesie e aforismi. Era un drammaturgo, ma anche un saggista e di recente, leggendo la biografia di una scrittrice vittoriana, ho scoperto che era pure giornalista. Diciamo che se un bambino sognasse da grande di essere un “Oscar Wilde”, dovrebbe davvero rimboccarsi le maniche.

    Attenzione questo romanzo è stato offerto da Mondadori.

    Ho scelto di parlavi di due poemi teatrali perché credo siano una espressione molto diversa dal solito “Ritratto di Dorian Gray. La prima volta che ho visto a teatro Salomè non immaginavo che fosse un’opera così “vecchia”, la trovavo molto attuale (certo era ambientata in un futuro stile post apocalittico) eppure, anche leggendola, ho ritrovato la forza e la sfrontatezza che rendono questa opera senza tempo. È strano dirlo soprattutto pensando che stiamo parlando di una rivisitazione di un episodio biblico. Eppure Oscar Wilde è in grado di rendere moderno e spietato qualcosa che abbiamo forse sentito leggere alla domenica a messa, probabilmente con il pensiero distratto in altro. Invece qui troviamo tutto per restare incollati alla storia, e vi garantisco che merita di essere vista sul palco (sperando che riaprano presto i teatri).

    Il mio rapporto con “L’importanza di essere onesto” (anche se io lo chiamo con il titolo con cui lo lessi anni fa, cioè “L’importanza di chiamarsi Ernest”) è molto più profondo: galeotta fu la trasposizione di Oliver Parker che mi portò a scoprire Oscar Wilde ben prima di doverlo studiare. Arrivai a leggere l’opera teatrale perché ero follemente innamorata del Bumbureggiare di Algernon. Fidatevi, recuperate quel film. E’ invecchiato benissimo e vi renderete conto che la cinicità di Lady Bracknell diventerà il vostro spirito guida.

    Ho scelto due opere così diverse perché la complessità di questo autore non può semplicemente essere riassunta con l’opera che tutti conoscono. A mio parere come drammaturgo Oscar era in grado di essere poliedrico e passare da personaggi leggeri, quasi macchiette della società, a quelli senza tempo che nessuno avrebbe mai pensato di raccontare in maniera così sfrontata perché, dai, Salomè fa la lasciva con il patrigno per riuscir ad avere un bacio. Chi avrebbe mai potuto scrivere una scena del genere?

    Oscar Wilde è stato un grande e ci insegna anche l’importanza che oltre a un semplice scrittore si può nascondere molto altro. Non bisogna mai fermarsi a un solo libro, perché spesso è nelle piccole cose che normalmente non si trovano sui libri di testo che si riesce a cogliere davvero l’essenza di un genio.

  • Recensione L’ascesa di Senlin di Josiah Bancroft

    Thomas Senlin è probabilmente la persona più edotta sul ciò che concerne la Torre di Babele. Lui stesso insegna ai suoi studenti tutto quello che sa di quel luogo, così unico e spettacolare. Per questo decide di andarci in luna di miele con la sua amata sposina Marya. Eppure quel luogo così bello e impressionante cela un lato oscuro.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Questo volume apre la serie dei libri dedicati alla Torre di Babele. In questo ultimo periodo cerco di evitare nuove saghe, ma a questa non ho potuto resistere, e ho fatto benissimo!

    Quanti partendo per una località tanto sognata, si sono scontrati con la realtà locale che non è sempre così bella se vissuta in prima persona? Ecco Senlin ha sempre desiderato visitare la Torre di Babele, si può dire che ha fatto di tutto per andarci in viaggio di nozze. Eppure al suo arrivo nulla è come aveva studiato sui libri: perde la moglie, viene derubato e picchiato, insomma non è proprio così che si aspettava di vivere la sua vacanza; oltre a questo dovrà ammettere che non gli resta altro che salire quella torre in un modo o nell’altro per potersi ricongiungere a Marya.

    Man mano che la salita prende piede anche  gli evidenti elementi devianti non sono mai troppo palesi per il lettore, si passano capitoli a sperare che tutto si risolva, invece la torre dimostra i suoi aspetti più crudeli sempre più radicati nelle figure di controllo, nell’imprigionare i suoi ospiti. Al lettore viene spontaneo un dubbio: qualcuno è mai tornato dalla torre?

    Senlin è un personaggio retto, un buono che si scontra con il mondo crudele e senza alcuna pietà della torre. Perde tutto e rischia la vita, poi però impara che non resta altro che giocare il tutto per tutto. Il suo personaggio evolve e non lo fa facendosi corrompere: certo cade, sbaglia, ma sui suoi errori impara che deve sempre rialzarsi e salire: deve trovare sua moglie.

    Non si tratta del solito libro, e l’unico difetto che trovo tra queste pagine è che si tratti di un volume uno. Un poco mi spiace perché avrei voluto vedere questa storia finita. Eppure trovo che sia un libro che consiglierei caldamente a tutti coloro che cercano un distopico contemporaneo, che non sia banale o rivolto solo a giovanissimi lettori. Lo definiscono una specie di moderno Dante, in cui è l’ascesa alla torre a rappresentare la discesa negli inferi del sommo poeta, ma a mio parere è qualcosa di nuovo, di molto più scombussolante, e di meno lirico. Anzi semmai trovo che la torre sia molto più sporca di quanto non lo sia l’inferno stesso.

    Perché leggere questo libro? Perché si rivela una lettura interessante, perché non è il solito successo estero che viene portato in Italia perché vende, perché l’edizione Oscarvault merita, e soprattutto perché è ben scritto. Insomma se ancora non vi ho convinto, provate a sfogliare questo volume in libreria, sono certa che poi non lo lascerete lì.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *