Recensione Il ritorno del pirata – La saga dei Pirati di James L. Nelson

Non c’è pace per Marlowe, nemmeno ora che ha sposato Elizabeth: a causa di alcuni imprevisti economici il richiamo del mare ritorna si farà impellente, soprattutto per assaltare le navi cariche di preziosi dirette nei mari indiani, ma sarà solo per colpa di un vecchio nemico che sarà costretto a solcare di nuovo i mari.

Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

Ci avviamo all’ultimo volume di questa trilogia e guardando ai precedenti che la storia è un continuo crescendo e ora si sposta pian piano verso i mari indiani.

Che dire anche qui avventura e battaglie tengono il lettore legato alle pagine e il gran finale sorprende. L’autore dimostra tutta la sua maestria soprattutto con gli ottimi cenni storici che rendono questo volume un ottimo prodotto per chi cerca un romanzo storicamente corretto e con la giusta dose di avventura.

L’unica nota che secondo me stona è la copertina, troppo “finta” per un libro come questo avrei preferito l’immagine di un dipinto proprio per essere in tono con le basi della storia che a mio parere vanno ben oltre alla visione romantica della pirateria.

In definitiva una trilogia piacevole che vi consiglio di recuperare soprattutto se non siete stati al mare, ecco, troverete la giusta dose di salsedine e di imprevisti da affrontare con i protagonisti.

Se vi ho incuriosito, vi invito a leggere anche le recensioni dei blog che hanno aderito al Review Party:

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    Il Ciclo delle Fondazioni è una delle opere più famose di Asimov, nonché uno dei pilastri del genere fantascientifico. È diviso in sette volumi, raggruppabili in tre blocchi:

    Un nucleo centrale, scritto negli anni Cinquanta, composto da tre volumi (Cronache della Galassia, Il Crollo Della Galassia Centrale, L’altra faccia della spirale), spesso indicati con il nome collettivo di “Trilogia della Fondazione”.
    Due “sequel”, L’Orlo della Fondazione (1982)e Fondazione e Terra (1986)
    Due “prequel”, Preludio Alla Fondazione (1988) e Fondazione Anno Zero (1993)

    Come per tutte le saghe in cui l’ordine di pubblicazione non coincide con quello della cronologia interna, ci possono essere diversi approcci all’ordine di lettura.

    Attenzione: questo articolo è stato scritto da Viviana.

    Personalmente, ritengo che l’ordine migliore per una prima lettura sia partire dalla trilogia centrale, poi affrontare i due prequel e infine i due sequel.
    Se si è attenti ai dettagli, Fondazione Anno Zero contiene uno spoiler di un colpo di scena della trilogia centrale. Inoltre, le vicende dei prequel assumono un altro spessore se si conosce già l’aura di leggenda che le circonderà; allo stesso tempo, conoscere il finale dei sequel, rischia di “depotenziarle” e sottrarre un po’ del loro fascino.

    Al centro di tutto il ciclo c’è l’idea della psicostoria, una scienza matematica in grado di prevedere in modo probabilistico il futuro dell’umanità. Preludio alla Fondazione e Fondazione Anno Zero sono la storia della nascita di questa scienza. Nella Trilogia di vede all’opera la sua applicazione, alternando momenti di splendore a battute d’arresto. Infine, ne L’orlo della Fondazione e Fondazione e Terra vediamo il suo superamento in favore di una nuova via per portare l’umanità verso un futuro di pace e prosperità.

    Trilogia della Fondazione

    L’Impero Galattico sta crollando.
    Ai suoi confini estremi si trova però la Fondazione, una piccola colonia di scienziati creata sul pianeta di Terminus, strutturata dal grande psicostorico Hari Seldon, in modo da poter essere il seme della rinascita di un nuovo Secondo Impero. Allo stesso tempo, in una località segreta, un gruppo di “scienziati mentali” conoscitori della psicostoria supervisiona e protegge lo sviluppo del Piano Seldon, i cui dettagli devono essere sconosciuti alla massa.

    I tre romanzi sono a loro volta suddivisi in più parti, episodi che si svolgono a distanza di decenni l’uno dall’altro e che mostrano gli episodi salienti della trasformazione della Fondazione da colonia di scienziati a importante potenza galattica. Ogni episodio ha i suoi protagonisti, personaggi variegati, ma accomunati da una spiccata intelligenza e dal desiderio di dare il loro apporto al progresso della storia galattica.

    La trama è avvincente e ricca di colpi di scena. A vincere è sempre l’intelligenza, la razionalità, la scienza, il coraggio di lasciare vecchie strade per esplorarne di nuove. Da questo punto di vista, una lettura perfetta per evadere dal nostro presente.

    Piccola chicca: se vi piace la storia della tarda antichità, noterete non solo i parallelismi tra Impero Galattico e Impero Romano, ma anche tra la figura storica del bizantino Belisario e il generale Bel Riose, uno dei nemici della Fondazione nel secondo volume.

    Appuntamento al prossimo articolo per scoprire la recensione dei prequel e i sequel di questa serie.

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    Attenzione questo volume è stato offerto da Plesio Editore.

    Parto con il dire che questo volume è una lettura che ingrana dopo parecchi capitoli. C’è voluto un po’ perché il mondo complesso mi apparisse chiaro. I personaggi che abitano questa storia sono molti e entrare in empatia con tutti è complesso. Alcuni capitoli interrompono gli eventi degli altri, struttura narrativa geniale e ben gestita, ma che io poco apprezzo. Eppure, una volta entrata in sintonia con i vari protagonisti, è stato un attimo riuscire anche a gustare a pieno regime la storia.

    Non è una storia che si può riassumere in poche parole, così anche i personaggi sono tanti e belli proprio per la loro complessità: la bravura dell’autrice riesce a dipingere pian piano ognuno, fino ad arrivare alla parola fine quasi con dispiacere perché ci si era affezionati. E lo dico chiaramente, si vorrebbe leggere molto altro, o semplicemente si vorrebbe tornare indietro nei capitoli e sperare di trovare molto altro.

    L’ambientazione steampunk è inizialmente molto soft, non facendo cadere questo volume nello stereotipo di un mondo fatto di vapore e rotelle ovunque. Anzi di diversi riferimenti storici contenuti nel volume (come l’ampio approfondimento ai preraffaeliti, nonché il citare Effie Gray, personaggio legato al movimento e poco conosciuto se non a chi ha studiato bene arte) lo portano a mostrarsi per una lettura che è molto più complessa delle immagini che richiama il genere. Lo stile dell’autrice è parecchio ricercato e i dialoghi hanno un sapore ottocentesco, a completamento dell’ambientazione steampunk.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori, recensione a cura di Chiara Crosignani.

    Il romanzo si inserisce perfettamente nella cornice dei volumi precedenti: non solo per ampiezza (le sue 1330 pagine lo portano quasi sullo stesso livello del precedente Giuramento), ma anche per la pregevolezza artistica di questa serie, caratterizzata da immagini di altissima qualità: a colori, nella quarta di copertina, la rappresentazione di alcuni degli Araldi di Roshar, e, in bianco e nero, all’interno del volume, una selva disegni che ci permettono di visualizzare il mondo creato dall’autore con un’immersione nella sua biologia (soprattutto spren e forme di Cantori), nella sua moda (sospettiamo qui l’intervento di Adolin in persona) e nella sua arte.  Anche solo le dimensioni e l’accuratezza della grafica basterebbe a giustificare il prezzo, senza considerare il contenuto.

    Ma Il Ritmo della Guerra è un attesissimo romanzo di Sanderson e quindi è al contenuto che i suoi fedeli lettori mirano. Negli episodi precedenti, forse soprattutto in Giuramento, Sanderson ci ha abituati a un inizio lento (beh, lento per gli standard di Sanderson) e a un finale trascinante, di quelli che lasciano veramente incollati alle pagine per ore.

    Il Ritmo della Guerra inizia più rapidamente rispetto al capitolo precedente: è passato un anno dagli eventi conclusivi di Giuramento, ma abbiamo poco tempo per ambientarci nella nuova realtà. Gli eventi si accavallano rapidi, su più fronti, ed è difficile trovare un momento di pausa nell’intero romanzo (chi vi scrive lo ha letto in tre giorni).

    Tutti i personaggi principali si trovano ad affrontare sfide che li coinvolgono nella battaglia cosmica per il possesso di Roshar e, potremmo dire, dell’intero Cosmoverso: sì, perché finalmente, con questo quarto capitolo, capiamo davvero la portata della guerra che si sta combattendo, grazie a riferimenti sempre più diretti e precisi agli altri mondi che compongono l’universo sandersoniano. Teorici del Cosmoverso, qui troverete pane per i vostri denti!

    Ma l’ampliamento dei confini dell’universo non è il solo elemento che ci ha fatto amare Il Ritmo della Guerra (che, personalmente, abbiamo apprezzato più di Giuramento): come suggerisce il titolo (e come sappiamo da tempo i flashback tipici della serie si concentrano sulle parshendiEshonai e Venli) i Cantori entrano prepotentemente in scena, in tutte le loro (scusate il gioco di parole) forme.

    Se già in Parole di Luce e in Giuramento avevamo avuto modo di familiarizzare, e di empatizzare, con gli altri abitanti di Roshar, in questo libro possiamo leggere dalle loro parole cosa hanno vissuto, nel presente del racconto e nel loro tragico passato, per essere diventati quello che sono. Come sempre accade nei testi di Sanderson, il male e il bene sono concetti così interconnessi che non è possibile trovare un rigido dualismo e tutti i personaggi sguazzano nel confine tra moralità e amoralità, tra giustizia e onore da un lato e prevaricazione dall’altro: così, rimaniamo sorpresi da quanto possano essere onorevoli i malvagi nichiliferi e ingiusti coloro che dovrebbero rappresentare la moralità di Roshar.

    E proprio in queste sfumature, che obbligano il singolo a compiere scelte dolorosissime, sta la grandezza di questa serie: se in una prima fase della produzione di Sanderson si aveva l’impressione che alcuni personaggi potessero essere meglio delineati, qui i protagonisti bucano le pagine. Kaladin che affronta il buco nero della sua depressione, Shallan afflitta dall’incapacità di gestire la sua personalità scissa dai traumi subiti, Dalinar, titanico nelle sfide che incontra, senza dimenticare il Ponte Quattro, i Radiosi, Navani, del cui rapporto con Gavilar finalmente veniamo a scoprire qualcosa, e che nella sua umanità entra nel novero dei protagonisti del romanzo, e un Adolin finalmente autonomo dall’ingombrante eredità paterna (i fan di Hoid saranno felici di sapere che Arguzia del Re ha un ruolo non secondario nella vicenda).

    Il finale del libro è, come da abitudine, un’esplosione di colpi di scena sempre più travolgenti, che ci fa rimanere in astinenza da ultimo capitolo di questa prima pentalogia dedicata a Roshar. Anche questa volta, Sanderson non sbaglia un colpo e la traduzione di Gabriele Giorgi, che rende nel modo migliore i neologismi del Divino Brandon (anche e soprattutto nelle complesse parti tecniche che riguardano le scienze arcane di Roshar), ci permette di godere in tempo reale del nuovo travolgente capitolo delle Cronache della Folgoluce.

  • Una seconda recensione per “Maybe Someday” di Colleen Hoover

    Ho già parlato di questo volume, l’ho inserito persino tra i “Libri diversi per lettori strani” perché per me non è solo un semplice libro. Quando lo lessi nel 2017 (considerate che la prima edizione uscì nel 2015) ne rimasi fulminata. Fu un qualcosa di unico e per alcuni anni (non scherzo) sentire la canzone “Old on to you” mi stringeva il cuore fino a farmi sentire le farfalle nello stomaco. Queste emozioni però si sono spente ormai da tempo, certo ricordo con piacere la sua lettura, ma come sarebbe stato rileggerlo?
    Ho chiesto a Leggereditore l’opportunità di rileggere questo libro nella sua nuova veste grafica e devo dire che è stato strano.
    Premetto che è insolito per me rileggere interamente un libro. Di solito mi limito a soffermarmi sulla lettura delle parti salienti. Credo che questo sia ufficialmente il primo libro riletto in toto, dall’inizio alla fine (ringraziamenti inclusi).
    Questa esperienza è stata abbastanza insolita. Nei primi capitoli ho semplicemente analizzato alcune scene, mi sono resa conto di quanti piccoli indizi avesse messo l’autrice per far esplodere il colpo di scena iniziale. Poi però è successo. La parte analitica del mio cervello si è spenta e per quanto il mio cervello urlasse “sai già cosa sta per succedere” ecco che il mio cuore lo zittiva con ogni battito in parallelo con quello quello dei protagonisti, seguendo il ritmo delle canzoni che mi sono riascoltata oggi come la prima volta.
    Vi confesso che non pensavo fosse possibile. Sono una lettrice piuttosto fredda, una da “libro-usa-e-getta”: amo consigliare questo genere di letture e sapere che le persone che li leggeranno si emozioneranno come succede a me, ma non sono capace di emozionarmi di nuovo a ogni rilettura: ci ho provato con altri libri e non funziona. Ricordo troppo le trame, non mi faccio sorprendere da una scena già letta. Per questo ribadirò sempre che questo volume non è solo un libro. No, se lo fosse la mia rilettura sarebbe stata semplice e senza pretese.
    Inutile cercare di trovare in questo libro una formula che possa essere replicata. Questa autrice è un geniale camaleonte, non è mai così banale da lasciare al lettore la possibilità di capire dove la storia stia andando. Ogni pagina è un salto nel vuoto tra storie di vite difficili.
    Sono felice che Leggereditore lo abbia rimesso in circolazione con una nuova copertina, ma non basta, ora ci serve il resto della serie… nel frattempo, per lo meno, ci ha dato un nuovo libro da leggere (sempre una ristampa), Confess… e sì, è già in lettura.

  • Recensione: Io sono leggenda di Richard Matheson

    Robert Neville è rimasto da solo. Potrebbe anche essere davvero l’ultimo che ancora sopravvive a tutti i vampiri che la notte percorrono la città. Passa le sue giornate a costruire paletti, controllare che la casa sia insicurezza, a prova di attacco, e bere whisky. Che futuro potrà mai avere un sopravvissuto, che da solo cerca una spiegazione e una soluzione per tutti i vampiri che hanno ormai invaso il mondo?

    Attenzione questo romanzo è stato fornito da Mondadori.

    Ho letto di vampiri classici, di vampiri che luccicano e fanno perdere la testa alle adolescenti (e non), di vampiri creati in laboratorio, romanzi che alla fine sono piccole fan fiction di Dracula di Coppola e mi fermo qui perché potrei continuare. Insomma il vampiro mi ha sempre affascinato, ma “Io sono leggenda” di Richard Matheson mi mancava proprio, quindi ho colto l’occasione per poterlo leggere grazie alla nuova edizione tradotta di nuovo e riporta in libreria questo classico edito nel 1954.

    Ciò che mi aveva tenuta lontana da questo libro era stato il film, avevo provato a vederne i primi minuti e ero rimasta terrorizzata dalla morte del cane. Ricordo di aver fermato il film e da allora vi confesso non ho più tentato di vedere come andasse a finire. Sono certa che molti abbiano apprezzato il lavoro di Will Smith ma io non sono fatta per questo genere di film. L’orrore mi piace soltanto su carta, e infatti il libro è stata una spiacevole lettura. Le scene di suspense mi hanno spinto più volte a prendere una pausa perché avevo davvero troppa paura di leggere altro, questo è il vantaggio dei libri rispetto ai film, i codardi come me possono prendersi anche uno o due giorni prima di proseguire la lettura.

    L’approccio del personaggio al problema “vampiro” è uno dei più originali che abbia mai letto: niente ricerca di immortalità o caccia sfrenata per salvare il mondo, Robert si dedica a capire perché i vampiri siano così spaventati dalle croci e odino l’aglio, da dove siano arrivati. Sì, i vampiri di “Io sono leggenda” presentano le caratteristiche classiche, dormono di giorno, muoiono se esposti al sole o colpiti al cuore con paletti di legno, gli elementi innovativi (almeno per me) sono nella distinzione tra vampiro “vivo” e “morto”, il primo è senziente il secondo è più mosso dalla fame, a cui si aggiunge il fatto che siano inseriti in un mondo che sembra post apocalittico, dove ormai si da per scontata la presenza degli zombie. L’approccio scientifico del protagonista lo porta a sperimentare fino a cercare la vera origine di un morbo che sembra aver distrutto la civiltà, arrivando a scoprire un germe che agisce sul corpo umano portandolo alla condizione di succhiasangue quasi immortale.

    Devo confessarvi che leggerlo ora, dopo la quarantena, mi ha a volte spaventato e altre fatto riflettere su come io avrei potuto affrontare la fine di una civiltà se fosse prossima: un consiglio, tenete sempre una copia a portata di mano, ci potrete trovare l’ABC per sopravvivere a un mondo post apocalittico. Non sto scherzando, l’autore da tutti gli elementi necessari per crearsi una casa fortezza e spiega anche come recuperare cibo e acqua.

    Il romanzo contiene momenti di ansia, di terrore e solitudine fino al colpo di scena finale quando l’autore rivela il suo spietato talento: Richard Matheson trasforma la vittima in carnefice. Leggendo la postfazione di questo volume, si scopre quanto questo genere di finali molto inaspettati siano una chiave comune del lavoro di questo scrittore, che vanta racconti e libri che sono poco conosciuti e che credo sia proprio il momento di riprendere in mano per scoprire questo autore americano che ha portato l’orrore nella cultura moderna, e cito, una autentica macchina creativa del Novecento americano.

    Ci sono tante edizioni di questo libro, del resto ha la sua età ma sta invecchiando benissimo, eppure mi sento di consigliarlo in questa nuova edizione. Tradotta bene e soprattutto con una postfazione che da al lettore degli elementi per conoscere meglio questo autore che ha ispirato lo stesso Stephen King.

  • Recensione Pumpkinheads di Rainbow Rowell e Faith Erin Hicks

    È l’ultima volta che lavoreranno al campo di zucche, e la malinconia investe Josiah. Deja non ha però intenzione di lasciare che il suo miglior amico viva di rimpianti. Per questo inizia una folle corsa per permettere a Josiah di parlare, almeno una volta, con la ragazza dei dolcetti.

    Attenzione questo albo è stato fornito da Mondadori.

    In se questo volume è molto scorrevole, ogni capitolo permette al lettore di scoprire il campo di zucche e, il susseguirsi di contrattempi e divertenti disavventure, accompagna il lettore verso una morale semplice: la vita va avanti, ma qualcosa resta sempre.

    La scelta di mostrare Deja come bissessuale è stata insolita, non mi aspettavo in questa storia, che mi sembra rivolta a un pubblico quasi pre-adolescenziale, ci sia una figura non etero. Attenzione non mi sconvolge alla Helen Lovejoy (qualcuno pensi ai bambini!), semmai mi sembra quasi strano vedere con quale naturalezza si adatta alla trama; dovrebbe essere sempre così, eppure vengo da una generazione che NON ha visto questo genere di storie, e sì rimane stranamente (ma piacevolmente) sorpresa.

    Il finale è alquanto scontato, le continue disavventure che allungano la storia rendono chiaro un plot twist che è nell’aria dalle prime pagine. Peccato perché averlo capito così presto ha reso la storia, nel suo insieme, nulla di speciale.

    I disegni sono tipicamente nord americani che non apprezzo moltissimo Ho trovato però di pregio la visione alternativa del classico fumetto americano: Dejaper esempio ha una silhouette particolarmente formosa e piacevole a vedersi, ho gradito che non fosse la solita figura longilinea. I colori sono saturi e raccontano l’autunno con le varie tonalità calde tipiche della stagione, rafforzate anche dall’ambientazione.

    In definitiva una graphic novel molto carina, ideale per giovani lettori, senza troppe pretese ma che da una graziosa visione delle zucche, e anche degli zucconi.

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