Recensione: Un bacio soltanto di Mary Balogh

Percival Hayes è annoiato: ha compiuto trent’anni e ora non ha intenzione di vivere i suoi giorni come gli altri. Mosso dai fumi dell’alcool decide di recarsi in Cornovaglia dove ha ereditato un titolo e una tenuta. Quello che ignora è che la vedova del figlio del suo predecessore vive ancora nella depandanc; come se non bastasse la casa è piena di randaci che la sorella zitella del precendete padrone della magione accoglie.

Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

Differentemente dai precedenti volumi in questo è Imogen, l’unica donna dei sopravvissuti, a essere la protagonista: dopo aver visto uomini che erano stati spezzati dalla guerrra, è insolito vedere, per quei tempi, il trauma associato a una donna. Si poteva sfruttare solamente la vedovanza per la protagonista, ma l’autrice non è una che si permette di andare per il sottile quando si tratta di far soffrire i suoi personaggi. Ecco che per la prima vonna, vediamo una protagonista sì spezzata, ma non una donzella in difficoltà.

Si contrappone a lei Percy che risulta sin da subito il tipico nobile che pensa di essere capace di avere tutto, alla ricerca di una avventura che lo risollevi, si rivela invece un personaggio più profondo che però va scoperto di pagina in pagina.

Insieme Percy e Imogen sono una coppia particolare, peccato solo che la storia sia piuttosto lineare (mi aspettavo più colpi di scena), seppure si riveli come le precendeti particolarmente profonda.

Siamo ormai agli sgoccioli di questa serie, manca un solo volume e un po’ mi spiace. I Survivors mi hanno tenuto una piacevole compagnia e non so se sono pronta a scrivere la parola fine con loro. Se ripenso che questa serie l’ho iniziata a leggere durante il covid nel lontano ottobre 2020 ora mi sento strana, a quasi due anni da allora, a vederli ormai tutti accasati.

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    Attenzione questo albo è stato offerto da Tunué.

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    Attenzione questo albo è stato fornito da Mondadori.

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    Attenzione, questo libro è stato fornito da Carbonio Editore.

    Questo romanzo è strutturato in pochi capitoli, lunghi e intensi. In più punti avrei voluto sottolineare il testo e vi confesso di aver trovato in queste pagine decine di citazioni che vorrei a esergo dei miei lavori, tanto sono belle e vere.

    La narrazione si sofferma su tante tematiche, difficilmente le si può elencare tutte. Di certo i dialoghi con Ronnie, amico dell’autrice, raccontano il lavoro dello scrittore, dell’introspezione attraverso l’osservazione del mondo per poter poi riportare su carta le emozioni filtrandole attraverso le parole, o ancora come lavori una mente omicida, cosa provi nel passarla liscia, se si senta o meno perseguitato dalla sua colpa. Vi garantisco che spiegarli viene davvero difficile, perché questa autrice non si mette a snocciolare semplici frasi fatte, porta invece il lettore nella discussione, fa vivere emozioni e dubbi, e poi ci si trova a confermare o smentire le argomentazioni di Pat o Ronnie.

    Questo libro è la dimostrazione che ci sono davvero delle opere che hanno qualcosa di diverso, di unico, di speciale. Questa in particolare non racconta una storia e basta: con il contagocce, ogni singola pagina dipinge affreschi complessi. La protagonista vive in soli piccoli dettagli insoliti, sottili come la bava di una lumaca, che disturbano come la cenere di una sigaretta su un piattino abbandonato su un comodino, come l’azione di bere del whisky nel bicchiere porta spazzolini. Finezze che raccontano confusione, ma anche la complessità, di una scrittrice vissuta tra l’incomprensione dei suoi affetti e della critica che generalizzava i suoi lavori controversi per l’epoca, in eterna fuga dalla fama e da chi voleva raccontare la sua vita.

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