Recensione La nave degli schiavi – La saga dei Pirati di James L. Nelson

La nave degli schiavi

Thomas ha ormai la vita che tutti potrebbero sognare, è inserito nella società a Williamsburg, fa fruttare la sua piantagione di tabacco, ma il mare continua a chiamarlo. Non è solo quello a farlo rivestire i panni del pirata, non può perdonare l’orribile nefandezza compiuta dal suo ex nostromo. Chi difenderà però gli schiavi che lui ha liberato mentre è lontano da casa?

Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

A differenza del primo volume, l’avventura non aspetta a prendere la scena e, cosa ancora più gradita, Elizabeth ha più spazio; il suo punto di vista mi è piaciuto moltissimo. Leggere ciò che accadeva a casa, mentre Marlowe era lontano per mare, rende la storia più dinamica. È una scelta che in pochi prendono in considerazione, sottovalutando ciò che le donne rimaste sole dovevano affrontare, mentre i mariti partivano per mare (sia che fossero pirati o marinai).

La tematica centrare che questo romanzo porta alla luce è la verità storica della paura dei coloni: le rivolte degli schiavi. Sebbene sulle navi di pirati il razzismo fosse meno evidente, sulla terra i bianchi continuavano una lotta di razza, dove ogni libertà concessa agli schiavi liberi era mal vista. Il libro mostra anche le tremende condizioni delle navi negriere che in Africa catturano i futuri schiavi delle colonie. Una piaga che l’uomo impiegherà molto tempo ad abbandonare.

Difficile staccare gli occhi dalle pagine. A differenza del primo libro, non si può posarlo prima di averlo finito.

A questo punto non so cosa possa riservare il terzo libro e quindi devo correre a leggerlo subito.

Se vi ho incuriosito, vi invito a leggere anche le recensioni dei blog che hanno aderito al Review Party (vi aspetto il 21 settembre per parlare del terzo e ultimo libro di questa saga):

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    Attenzione questo libro è stato offerto da Maria Cristina Folino.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

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    Come potete ben intuire, quando ci siamo spartite le protagoniste, io sono arrivata tardi. Se vi state chiedendo perché di questa mia affermazione allora non mi conoscete. Wendy, o meglio Wendy Moira Angela Darling (come si presenta pomposamente nel lungometraggio Disneyano), come personaggio Disney l’ho sempre trovata molto antipatica: troppo altezzosa e desiderosa di essere il punto focale di Peter Pan.

    Nella sua versione originale invece è tutt’altra cosa. Se Peter Pan ha dato la forma all’eterno bambino, Wendy invece è la visione romantica della figura materna: almeno una volta, da bambine, abbiamo finto di cullare una bambola, di fare le brave mamme (che chissà perché consisteva sempre e solo nel tenere questi finti neonati, puliti e calmi), anche se io ero una che amava fingere l’invasione delle formiche giganti. Non voglio entrare nell’aspetto sessista del gioco che molti ci vedono, ma non posso negare che avendo vissuto i colorati anni ’90, questo fosse un gioco innocente che ci faceva sentire adulti.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Era il 2014 quando lessi per la prima volta questo libro, pubblicato da Rizzoli con una copertina abbastanza intrigante. Oggi, sei anni dopo, Mondadori riporta questa trilogia in Italia e lo fa con classe: grafica molto lussuosa, interni curati e la promessa (che Rizzoli infranse) di pubblicare tutti e tre i volumi.

    Sinceramente dopo tutto questo tempo non ricordavo di averla letta, e nemmeno avevo ricondotto l’autrice agli altri lavori già editi da Mondadori. Non mi avevano attirato più di tanto, ma questo libro per quanto non fosse/sia perfetto ci tenevo a rileggerlo. La trama infatti segue dei canovacci abbastanza intuibili e già sfruttati da molti autori negli young adult fantasy, tanto che anche i colpi di scena risultano abbastanza prevedibili.

    I punti di forza sono da ricercarsi nello stile semplice e diretto, l’autrice sfruttando la prima persona rendendo la lettura scorrevole; Alina, la protagonista, coinvolge il lettore. Sebbene il punto di vista sia monofocale, si ha una buona visione d’insieme dei personaggi e del mondo Grisha. Alina è la tipica eroina fantasy, modesta, ma che non vuole lasciarsi andare a quello che il mondo le impone. E’ certamente il personaggio meglio costruito a discapito però di Mal e dell’Oscuro, che rimangono in ombra rispetto a lei.

    L’ambientazione crea spettacolari suggestioni, una Russia Fantastica che rimane forse un po’ troppo di sfondo, ma del resto siamo nel primo volume. Potrebbe esserci molto di più nei successivi. È interessante come abbia fuso le atmosfere russe all’elemento fantastico.

    Per quanto il tempo passi rimane una sola cosa che ora mi aspetto: il seguito. Già perché di questa autrice ho visto arrivare le serie che (ambientate nello stesso mondo) hanno avuto un discreto successo. E’ normale che anche questo primo volume cavalcano quell’onda (e ci spero, voglio gli altri due volumi e li vorrei subito, per favore!).

    Consigliato a chi cerca un fantasy senza troppe pretese; la mia speranza è che il secondo libro sia superiore al primo.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto dall’autrice.

    Sono molto in difficoltà con questa recensione. I primi capitoli del romanzo sono costruiti con un tono molto scherzoso, per poi precipitare senza dare al lettore le basi per permettere al personaggio principale Fedra di spiccare. Ci sono piccole accortezze che avrebbero messo il lettore in una posizione più empatica con la protagonista: si ritiene responsabile di un grave attacco al suo villaggio, ma l’autrice non ha creato i presupposti per farci stare in ansia (ad esempio era vero che non avessero controllato la presenza di altre pietre nere), oppure facendoci innamorare del suo villaggio (magari dei flashback, oppure un prologo in cui ci affezioniamo alla sua famiglia). Questo fa apparire questa emergenza meno forte.

    A questo a mio parere si aggiunge anche il fatto che la protagonista inizia a infrangere molte regole imposte dalla sua accademia. Eppure sembra che, per quanto gravi possano essere queste azioni, tutti chiudono un occhio; la protagonista sembra troppo spesso avere carta bianca e non si capisce come mai abbia un trattamento così di favore nei suoi confronti.

    Altra ingenuità dell’autore è anche il non dare un nome alla pietra nera. Si parla di pietre che possono assorbire potere e diffondere il male, ma non hanno una nomenclatura nel loro mondo: cosa che mi fa storcere un po’ il naso perché i gradi di potere nell’accademia, i “mostri” e molto altro, hanno un nome creato dall’autrice e che appartiene al mondo fantastico. Questo elemento, che è importante per la storia, rimane ancorato alla parola pietra senza che se ne dia una unicità. Per certi versi pensavo fosse un semplice sasso a cui un mago aveva fatto un sortilegio, invece l’autrice ci tiene a specificare che è una pietra ben precisa, che è difficile da recuperare, però non ha un suo nome. È un peccato perché stona con il resto.

    Infine, quello che manca in questo libro, è un lavoro molto più massiccio sul “Show don’t tell”. Il libro è anche ben scritto (ci sono a volte alcuni refusi, ma lo imputo più al fatto che è una copia per blogger, e magari non completamente rivista rispetto a quella edita) eppure la storia sembra troppo spiegata e poco “vissuta” dai personaggi: leggendo si sentono la mancanza di almeno trecento pagine, che sono troppo spesso riassunte. Per esempio il libro meritava un prologo su Fedra e il suo incontro con i protagonisti: è chiara soprattutto la sua necessità anche per rendere più forte il rapporto con William.

    Ci sono spunti originali, che forse se approfonditi avrebbero reso la lettura più a tuttotondo. Sfortunatamente, questo libro, sembra solo abbozzato.

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    “Mi piace la puntualità, che è rispetto del tempo dell’altro. Che è dire avevo voglia di stare con te, spero di non darti disturbo, è così breve il tempo che abbiamo per noi, che, se lo sciupiamo, è sprecare ciò che c’è di più prezioso.”

    “Perché c’è un linguaggio muto, che si ascolta con gli occhi e con la pelle. Un linguaggio che grida ma che non trova frasi per farsi suono.”

    “Siamo forti insieme, mi ripeteva. Ci ricuciamo le ferite, ci togliamo le offese, ci regaliamo la libertà di essere noi.”

    Il bello di questo libro sta anche nel coraggio di vivere nonostante tutto. La storia di Eufrasia, e delle donne che l’anno preceduta, raggiunge in alcuni punti momenti strazianti e, a volte, il lettore necessita del balsamo per risollevarsi e continuare a resistere perché la vita va vissuta:

    “«Ciascuno di noi fa l’esperienza della caduta» le confermo, perché la sua voce mi ha raccontato ciò che la sua lingua non dice. «Si cade a terra perché ci ricordiamo che è da lì che proveniamo. Ed è lì a cui siamo destinati.»”

    “«Poco si ottiene senza fatica, Filomela. Nulla è facile, è legge di vita. Forse perché il gusto dell’essere creature sta in questo: nella conquista, nel sapore dello sforzo, nel colore del viaggio che ci ha portato a ottenere ciò che abbiamo chiesto, pregato, invocato.»”

    “Ci vogliono carezze dove altri affondano la lama. Ci vogliono lacrime a lavare ogni grumo salato. Ci vogliono parole piane e lievi a togliere il rumore del cuore che sbatte nelle tempie.”

    In molti momenti vita e cucito sono spesso sinonimo l’una dell’altro. E’ una similitudine che risulta tutta naturale fin dalla prima parola. In fondo la vita è sempre stata paragonata alla tessitura o alla filatura (come per esempio le parche). Tra i più belli ho scelto questi:

    “A volte le giornate scorrono uguali alle altre finché qualcosa si inceppa e l’ordine si rovescia. E ciò che c’è stato prima si spezza e, come filo che non tiene il punto, la cucitura salta e bisogna cominciare daccapo.”

    “Ha sempre ricamato, Clelia, e mi ha raccontato la sua vita. Dallo scorcio della sua finestra conosceva più mondo lei di chi lo avesse attraversato a piedi. E lo infilava, il mondo, con ago e refe, e telaio che tende il tessuto.”

    La speranza è un altro punto molto enfatizzato, le protagoniste non sono donne deboli che lasciano il potere nelle mani degli altri o della sventura:

    “«Il mondo è un luogo di spine. Un posto che frana, persino dove sembra battere il sole. Ma a noi non resta che trovare lo spazio, perché ci è dato un angolo che ci appartiene e che sarà nostro. E se il male ci travolgerà, chi rimane ha il compito di andare avanti, perché niente di chi non c’è più sparisca, ma per continuare da lì, dal punto in cui l’altro è arrivato. «E a forza di passi, arrivare alla fine e riuscire a trovare il coraggio di continuare comunque, anche se il male potrebbe tornare. Proseguire, perché il male può solo interromperti, farti deviare il percorso, ma non potrà mai fermarti. Perciò vai oltre per chi non è più al tuo fianco. Come tuo padre. Come Clelia. Avanti, avanti, perché la vita è più forte. La vita è più grande di ogni dolore. La vita è bellezza che supera il male.»”

    Questi sono piccoli assaggi di un libro in cui potreste pensare di trovare solo una storia, invece è molto di più. Ne parleremo nella recensione lunedì 21. Nel frattempo se vi ho incuriosito vi ricordo che potete seguire le tappe dell’evento che hanno preceduto la mia che chiude appunto questo viaggio all’interno de “L’ultima ricamatrice” di Elena Pigozzi.

  • Recensione Il vero amore esiste di Julia Quinn

    Gregory Bridgerton è l’ultimo scapolo di famiglia, non ha fretta, è sicuro che l’amore esista e da qualche parte ci sia la donna giusta per lui. Peccato che, galeotta fu quella nuca, Lady Hermione è già innamorata e, per quanto Lady Lucinda gli stia dando una mano per conquistarla, sembra chiaro che il loro amore non avrà un futuro.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    L’ultimo fratello della famiglia Bridgerton chiude con il botto questa serie di otto volumi. Il penultimo libro non mi aveva conquistato, invece qui Julia Quinn dimostra di avere di nuovo le capacità per intrigare il lettore e riuscire a tenerlo incollato alle sue pagine. Partiamo con il dire che questo libro, oltre a chiudere la serie, propone una storia molto diversa dalle precedenti: abbiamo un amore con corrisposto, un protagonista che non capisce davvero i suoi sentimenti e soprattutto abbiamo intrighi e ricatti. La tensione rimane altissima fino alle ultime pagine che sono una corsa contro il tempo. Inoltre abbiamo l’intrigante scelta dell’autrice di mettere in gioco due diverse possibili candidate al ruolo di possibile amata per il povero Gregory.

    Insomma questo libro chiude con degli autentici fuochi d’artificio la serie e lascia orfane noi lettrici che ora dovremo trovare un’altra serie come questa per accompagnare la nostra estate. Analizzando, a fine dell’intera serie, i volumi, devo confessarvi che il mio preferito resta il volume su Francesca (Amare un libertino) per le tematiche legate alla maternità e al lutto, in seconda istanza abbiamo Anthony (Il visconte che mi amava) e quello più fuori dagli schemi di Eloise (A Sir Philip, con amore).

    Julia Quinn si è rivelata una autentica maestra del genere Historical Romance e sono certa che la si potrà apprezzare anche nelle altre serie di romanzi da lei scritta. La speranza è che l’ondata Bridgerton porti in libreria questo genere che di solito è relegato all’edicola in edizioni molto economiche, ideali per essere letture da ombrellone, ma che a mio parere possono dignitosamente occupare lo spazio delle libreria di noi lettrici romantiche in un formato più ricercato.

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