Recensione Il Pirata – La saga dei Pirati di James L. Nelson

La saga dei Pirati

1701, Virginia. Il ricco Thomas Marlowe ha intenzione di costruirsi una vita e lasciare il suo passato alle spalle. Compra una proprietà terriera da Elizabeth Tinling, vedova rimasta senza un soldo, e di cui Marlowe rimane incantato, tanto da uccidere in un duello per salvare il suo onore. Inoltre si spinge a combattere i pirati con una maestria incredibile, una dote che forse rivela quanto nel suo passato la pirateria fosse presente.

Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

Erano anni che non andavo per mare grazie a un libro. Per la precisione fu Hornblower a portarmi per primo nei sette mari, ma lui era un guardiamarina che grazie al suo intelletto arrivò fino alla carica di ammiraglio della Royal Navy. Pensandoci bene a parte qualche piccola eccezione (romantica) non avevo mai letto libri sui pirati. Per questo ho deciso di mettermi alla prova partecipando alla lettura di questa trilogia.

Oggi vi parlerò del primo libro “Il Pirata” di James L. Nelson, una serie che in molti hanno amato e che era passata inosservata al mio radar, per fortuna questa nuova edizione permette di godere di questa lettura. Questo autore riesce a coinvolgere il lettore come pochi altri, si sente bene quanto lui conosce il mare e lo ama: si sentono le onde, il profumo della salsedine e i venti capricciosi. A questo poi si aggiunge una ottima conoscenza storica che porta sul libro fatti molto verisimili. Anche se ammetto che la sua scelta di rendere liberi e pagati gli schiavi della piantagione mi è sembrato un po’ troppo una forzatura. Il volume poi è ricco di molti termini tecnici marinareschi e per questo Mondadori fornisce al lettore, non solo la mappa dei luoghi, ma anche la nomenclatura delle varie parti di un vascello

Il romanzo presenta molti personaggi che l’autore sfrutta per costruire la narrazione degli eventi, spostandosi da ognuno per accompagnare il lettore nell’avventura. Come spesso avviene questo genere di passaggio interrompe un poco la scorrevolezza del testo, ma una volta presa la mano con lo stile narrativo il romanzo scorre.

Si è rivelato un buon libro, mi è piaciuto Marlowe e il fatto che nonostante avesse la possibilità di essere un uomo libero e onesto, il mare lo chiami perché forse ha bisogno solo di onde e di un fedele equipaggio.

Se vi ho incuriosito, vi invito a leggere anche le recensioni dei blog che hanno aderito al Review Party (vi aspetto il 14 settembre per parlare del secondo libro di questa saga):

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    Per chi come me, non aveva mai letto nulla di Victoria Schwab, è stato abbastanza difficile entrare nella storia. Non conoscevo bene i mondi e, per quanto introdotti, non ho potuto apprezzarli come invece certamente i suoi lettori abituali hanno fatto dalle primissime pagine. Nel suo insieme è una storia molto carina, una volta capite tutte le dinamiche. Il tratto di Angiolini Olimpieri, le cui tavole sono ricche e con colori saturi, hanno un tratto stilizzato molto particolare.

    Attenzione questo albo è stato fornito da Mondadori.

    Per questo Blog Tour ho scelto di parlarvi dell’abbigliamento dei personaggi. La ricerca nel vestiario è molto curata. Partendo da Maxim, la cui divisa reale da un chiaro tono a quello che è il genere di stile del suo regno: il taglio di mantello e della giacca a portafoglio è squadrato, scelta che potrebbe trasmettere un senso di ordine e poca grazia, ma il tutto è impreziosito con bottoni e ricami oro che ben si sposano con il bianco e il rosso della divisa.

    Questi elementi sono ancora più marcati in Re Nokil, la cui giacca lunga è un trionfo di rosso e oro. Sul suo capo la corona è una fascia a “V” formata da rombi che ben richiamano l’intreccio della camicia chiusa a portafoglio. Tutta la corte segue questo dress code, come per esempio i sacerdoti e la guardia reale stessa, anche se troviamo alcune semplificazioni per i primi, e alcuni dettagli degni di nota per i secondi (la camicia chiusa con un complesso intreccio di lacci). Questo insieme è molto scenico ma lo trovo poco pratico per i combattimenti: il mantello posto proprio sotto l’unico spallaccio (come insegna Edna Modez ne “Gli Incredibili”) potrebbe essere un impedimento in battaglia, anche la stessa camicia richiede a mio parere una lunga vestizione e, per quanto molto scenica, in caso di emergenza sarebbe difficile spogliare una recluta sbottonandola. Insomma tutto molto bello se si parla di nobiltà, ma usarla in combattimento non so, è eccessivo.

    Sebbene ci sia meno sfarzo anche la Regina Pirata Arisa ha un abbigliamento molto ricercato: il primo elemento che viene all’occhio (seguito dalla sua acconciatura) è la maschera che richiama la forma di una bautta tagliata appena sotto il naso. Un forte contrasto geometrico rispetto alla sua tenuta più ribelle dove la pelle la fa da padrone con tagli ampi e tipico aspetto piratesto.

    Insomma nell’insieme il character design è ben delineato, anche se forse si da più spazio all’estetica che alla comodità. Mi spiace non aver visto abiti femminili di corte, avrei voluto esaminarli nel dettaglio come risultavano e se lì, l’opulenza (che avrebbe avuto tutto lo spazio che necessitava) sono certa avrebbe fatto un bel figurone.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

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    Il lungo peregrinare di Ulisse è dettato dalla ferocia del dio dei mari. Gulliver invece è vittima di un naufragio dettato dalla casualità. La completa assenza di un intervento divino è una delle grosse differenze che pochi notato. Le magie, o le situazioni incredibili che Gulliver incontra, sono semplicemente un dato di fatto.

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    La narrativa non inventa quasi più storie uniche e nuove. La via per il futuro è forse la medesima di Swift di guardare e conoscere il passato, per dare una nuova visione nel presente? Ovviamente non ho la risposta, ma sono sempre più convinta che leggere le opere, che hanno fatto la storia della narrazione, sia fondamentale per poter davvero scrivere.

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    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Era il 2014 quando lessi per la prima volta questo libro, pubblicato da Rizzoli con una copertina abbastanza intrigante. Oggi, sei anni dopo, Mondadori riporta questa trilogia in Italia e lo fa con classe: grafica molto lussuosa, interni curati e la promessa (che Rizzoli infranse) di pubblicare tutti e tre i volumi.

    Sinceramente dopo tutto questo tempo non ricordavo di averla letta, e nemmeno avevo ricondotto l’autrice agli altri lavori già editi da Mondadori. Non mi avevano attirato più di tanto, ma questo libro per quanto non fosse/sia perfetto ci tenevo a rileggerlo. La trama infatti segue dei canovacci abbastanza intuibili e già sfruttati da molti autori negli young adult fantasy, tanto che anche i colpi di scena risultano abbastanza prevedibili.

    I punti di forza sono da ricercarsi nello stile semplice e diretto, l’autrice sfruttando la prima persona rendendo la lettura scorrevole; Alina, la protagonista, coinvolge il lettore. Sebbene il punto di vista sia monofocale, si ha una buona visione d’insieme dei personaggi e del mondo Grisha. Alina è la tipica eroina fantasy, modesta, ma che non vuole lasciarsi andare a quello che il mondo le impone. E’ certamente il personaggio meglio costruito a discapito però di Mal e dell’Oscuro, che rimangono in ombra rispetto a lei.

    L’ambientazione crea spettacolari suggestioni, una Russia Fantastica che rimane forse un po’ troppo di sfondo, ma del resto siamo nel primo volume. Potrebbe esserci molto di più nei successivi. È interessante come abbia fuso le atmosfere russe all’elemento fantastico.

    Per quanto il tempo passi rimane una sola cosa che ora mi aspetto: il seguito. Già perché di questa autrice ho visto arrivare le serie che (ambientate nello stesso mondo) hanno avuto un discreto successo. E’ normale che anche questo primo volume cavalcano quell’onda (e ci spero, voglio gli altri due volumi e li vorrei subito, per favore!).

    Consigliato a chi cerca un fantasy senza troppe pretese; la mia speranza è che il secondo libro sia superiore al primo.

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    L’investigatore più famoso del mondo letterario. Autori di un certo spessore che giocano con questo personaggio, dandogli la loro sfumatura, portandolo di nuovo su carta in una veste nuova e unica; nel piccolo formato del racconto troviamo anche opere di grandi appassionati. Eppure il più noto abitante della Baker Street londinese non mi è mai andato a genio. Da quando ho dato il mio amore a Hercule Poirot, confermo che nemmeno in queste nuove vesti sono riuscito ad apprezzarlo. Non che sia un brutto personaggio, solo che lo trovo troppo protagonista.

    Non si può negare che per quanto il tempo sia passato, gli autori sono stati in grado di riportarlo su carta accompagnandolo con il fedele Watson, e devo confessare che pensavo fosse banale. Ma leggere “Elementare Watson” è stata comunque un’emozione, anche se non si trattava della penna di Arthur Conan Doyle. Ci sono poi episodi in cui non lo vediamo. Si gioca piuttosto a rievocare, nell’ambiente di appassionati, i personaggi di fantasia.

    Una raccolta di racconti che NON può mancare nelle librerie degli  fan di questo personaggio, che ha segnato in maniera indelebile il genere Giallo.

    Attenzione, questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Da che sono nati i reati, l’uomo ha voluto risolverli e consegnare alla giustizia i colpevoli. La cronaca Nera ad oggi è ancora uno degli argomenti che creano maggiore interesse nello spettatore. Conoscere i dettagli scabrosi di un evento per il pubblico è fondamentale, tanto che, da casa, cerca di capire come sono andate i fatti. Basta guardare i dati auditel delle trasmissioni di approfondimento su omicidi e assassini: il mondo vuole partecipare alle indagini.

    I libri hanno cercato il modo per saziare questo bisogno. In principio era la cronaca scandalistica dei giornali: se pensiamo che nell’epoca vittoriana i “mostri” che terrorizzavano Londra avevano il loro spazio, così come anche le vittime e i racconti orridi dei fatti. Anche la finzione ha dato spazio a questo mercato.

    Sherlock è solo uno dei noti investigatori, o uomini di legge, che cercano di incastrare i colpevoli. Gli esempi più noti sono certamente i figli di questo personaggio come Hercule Poirot o l’italianissimo Guglielmo da Baskerville. Che si vada avanti o indietro nel tempo, che si resti in Europa o si esplorino mete esotiche, scrittori e sceneggiatori hanno snocciolato i peggiori casi di omicidio o furto per il pubblico.

    Perché è facile da un certo punto in poi della storia, raccontare la risoluzione di un caso. Per esempio in CSI il colpevole veniva sempre (o quasi) trovato e messo dietro le sbarre, ma in altre epoche e tempi, senza luminol, esami del DNA o impronte digitali, come la mettiamo? Eppure Umberto Eco ci provò con “Il nome della rosa”, e con un buon successo. Perché in fondo trovare il colpevole non è solo una questione di strumenti, ma di osservazione e intelletto.

    È impossibile se si parla di intrattenimento non citare due opere più contemporanee (anche se televisive) come “La signora in Giallo”, che tutti almeno una volta abbiamo visto, (e soprattutto, tutti abbiamo sospettato che fosse la Signora Fletcher l’assassina seriale), che puntualmente inscenava un caso. Insieme non posso che citare il più insolito “I segreti di Twin Peaks”, partito in maniera molto “strana”, e degenerato in qualcosa di abbastanza incontrollato, dopo che gli spettatori avevano finalmente avuto la risposta all’eterna domanda “Chi ha ucciso Laura Palmer?”

    Si ferma solo alla finzione? No, il prurito per il sapere, essere parte integrante alla scoperta di un colpevole ha creato format documentaristici come “Making a murderer”, disponibile su Netflix. Un vero omicidio, un possibile colpevole, le prove mostrate tutte chiaramente al pubblico perché possa decidere, giudicare, dire anche la propria attraverso i social. Sull’onda negli ultimi anni sono nati persino dei canali specializzati come Crime+Investigation (i cui programmi avevano dei titoli scritti da un Copywriter che merita un premio!) dove le vittime e i loro assassini vengono raccontati con documentari e serie monografiche.

    Insomma, forse è per questo che non accettiamo i casi irrisolti. Che ancora oggi qualcuno stia cercando la soluzione di ciò che accadde a Dallas a Kennedy? Per non parlare di coloro che ancora oggi cercano l’identità di Jack lo Squartatore. L’uomo vuole sapere, deve sapere. Io spesso odio i documentari dei casi irrisolti: non esiste che non si trovi il colpevole, non esiste il delitto perfetto. La realtà è che forse ci spaventa terribilmente l’idea che il colpevole sia ancora là fuori, e possa ancora fare del male o vivere libero.

  • Blog Tout Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

    Oscar Wilde ha fatto di tutto. Ha scritto romanzi, poesie e aforismi. Era un drammaturgo, ma anche un saggista e di recente, leggendo la biografia di una scrittrice vittoriana, ho scoperto che era pure giornalista. Diciamo che se un bambino sognasse da grande di essere un “Oscar Wilde”, dovrebbe davvero rimboccarsi le maniche.

    Attenzione questo romanzo è stato offerto da Mondadori.

    Ho scelto di parlavi di due poemi teatrali perché credo siano una espressione molto diversa dal solito “Ritratto di Dorian Gray. La prima volta che ho visto a teatro Salomè non immaginavo che fosse un’opera così “vecchia”, la trovavo molto attuale (certo era ambientata in un futuro stile post apocalittico) eppure, anche leggendola, ho ritrovato la forza e la sfrontatezza che rendono questa opera senza tempo. È strano dirlo soprattutto pensando che stiamo parlando di una rivisitazione di un episodio biblico. Eppure Oscar Wilde è in grado di rendere moderno e spietato qualcosa che abbiamo forse sentito leggere alla domenica a messa, probabilmente con il pensiero distratto in altro. Invece qui troviamo tutto per restare incollati alla storia, e vi garantisco che merita di essere vista sul palco (sperando che riaprano presto i teatri).

    Il mio rapporto con “L’importanza di essere onesto” (anche se io lo chiamo con il titolo con cui lo lessi anni fa, cioè “L’importanza di chiamarsi Ernest”) è molto più profondo: galeotta fu la trasposizione di Oliver Parker che mi portò a scoprire Oscar Wilde ben prima di doverlo studiare. Arrivai a leggere l’opera teatrale perché ero follemente innamorata del Bumbureggiare di Algernon. Fidatevi, recuperate quel film. E’ invecchiato benissimo e vi renderete conto che la cinicità di Lady Bracknell diventerà il vostro spirito guida.

    Ho scelto due opere così diverse perché la complessità di questo autore non può semplicemente essere riassunta con l’opera che tutti conoscono. A mio parere come drammaturgo Oscar era in grado di essere poliedrico e passare da personaggi leggeri, quasi macchiette della società, a quelli senza tempo che nessuno avrebbe mai pensato di raccontare in maniera così sfrontata perché, dai, Salomè fa la lasciva con il patrigno per riuscir ad avere un bacio. Chi avrebbe mai potuto scrivere una scena del genere?

    Oscar Wilde è stato un grande e ci insegna anche l’importanza che oltre a un semplice scrittore si può nascondere molto altro. Non bisogna mai fermarsi a un solo libro, perché spesso è nelle piccole cose che normalmente non si trovano sui libri di testo che si riesce a cogliere davvero l’essenza di un genio.

  • Recensione Wilder girls di Rory Power

    Una scuola di sole ragazze su un’isola. Tutte affette da un morbo misteriose che a tratti le deforma, trasfigurandone una parte fino a renderle mostruose e sempre più vicine alla morte.

    Attenzione questo libro è stato offerto da Mondadori.

    Ci sono tante cose che proprio non funzionano, a mio parere, in questo libro. Troppe ingenuità strutturali, troppi momenti spesi in frasi di elucubrazioni che non servono minimamente alla trama. Una buona parte del testo non da nulla al lettore. Ed è un peccato perché ci sono molte cose che, per esempio Hetty, avrebbe potuto trasmettere al lettore sul TOX (il morbo che le affligge) che invece viene gestito come un contorno. L’esempio più ovvio è quello della scuola. Sono tutte trasfigurate dalla malattia in qualche modo, eppure lo ricorda giusto ogni tanto. Ribadisce i “difetti” delle altre protagoniste, ma non si sofferma mai a raccontarli davvero: non vediamo grandi conseguenze se non il fatto che Reese non può sparare. E poi tutte vogliono sopravvivere? Sul serio? Nessuna che da trasformata desidera di morire? Nessuna che alla fame, alla prigionia, risponda dando fuori di matto? Tutte lì, rinchiuse in una scuola, nei dormitori, con due adulti e tutte che rispettano le regole? Sul serio? Hanno le armi e a nessuna in due anni è mai venuto lo schizzo di prendere il potere e mandare a quel paese tutto? Non dico che dovesse andare così la storia, ma si menano per un tozzo di pane ammuffito, e poi vivono in pace e rispettano le regole? È impossibile che siano tutte belle tranquille ad aspettare la cura o la morte.

    Anche la dinamica LGBT sembra messa lì così giusto per dare colore, e il rapporto Reese-Hetty-Byatt mi ha fatto storcere il naso. Un po’ perché sembra essere messo lì a casaccio, toccato, sfiorato in alcune scene e poi è “ammore”. Devo dire che essendo il secondo F/F che leggo, ancora non riesco proprio nemmeno a provarci ad empatizzare con i personaggi, quindi qui lo dichiaro, preferisco gli M/M.

    Un libro con una cover da sogno che però non riesce proprio a dare di più al suo interno di un po’ di curiosità. Sconsigliato, bocciato, passate oltre. Ok è la mia opinione ma riassume tutta la delusione dell’averlo letto.

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