Scrittori Made in Italy: Aislinn


Questa rubrica nasce con lo scopo di dare spazio ai numerosi scrittori (più o meno famosi) del nostro bel paese. Ogni settimana scoprirete un nuovo nome e le opere che ha pubblicato (tramtite CE o con il self publishing!), autori che rendono vario il nostro mondo letterario e che dovremmo supportare al meglio perché fanno parte della biodiversità della letteratura contemporanea (sì, lo sono anche se scrivono romance, fantasy o urban-fantasy! Non facciamo i moralisti in cui letteratura è solo ciò che si definisce libro impegnato).
Questa settimana scropriamo… Aislinn

Chi è Aislinn?
Aislinn è una ragazza «thirtysomething», che negli ultimi quindici anni della sua vita ha avuto un’unica certezza: voleva scrivere. Ci ha provato senza mai smettere, con tentativi, lacrime, gioia e irrazionale speranza, finché un giorno ha realizzato un sogno. E ha capito che quello non era un traguardo, era una tappa. Perciò continua a fare quello che ha sempre fatto, con tentativi, lacrime, gioia e irrazionale speranza. E buona musica rock e metal di sottofondo.
Quando non scrive, Aislinn ha un altro nome, vive a Novara da forestiera (perché viene da Biella), passa parecchio tempo in giro per Milano restando però fieramente piemontese, legge manoscritti in italiano e romanzi in inglese per case editrici e studi editoriali, traduce, fa la redattrice, l’editor. Legge anche per piacere, ovviamente, cucina per le persone che ama, parla con gli déi, viaggia, canta a orari improbabili disturbando i vicini, fantastica e fa tutto quello che può per rendere reali quelle fantasie e riempire le giornate di meraviglie. E qualche volta si guarda indietro e si rende conto di essere molto cambiata, e molto cresciuto, rispetto anche solo a due o tre anni fa, e allo stesso tempo è sempre se stessa. Solo più felice di com’è la sua vita e con un po’ di personaggi in più per la testa.

Quali libri hai scritto?
Tra il 2008 e il 2010 ho pubblicato le tre parti del romanzo fantasy classico La Guerra della Falce, primo volume della trilogia Il Portatore di tenebra (secondo e terzo volume attualmente in revisione) Si tratta di Episodio primo: La luce dal cielo, Episodio secondo: Le nubi si addensano ed Episodio terzo: La voce dall’ombra (Edigiò).

Titolo: Angelize

Editore: Fabbri

Pagine: 440

Prezzo: 16.00€

Trama: Essere un angelo è terribile. Non provi emozioni, non puoi toccare, mangiare, amare. Per questo molti di loro cominciano a desiderare la vita terrena per provare quello che non hanno mai sperimentato nell’eternità. Per liberarsi dalla condizione eterea hanno solo un mezzo: uccidere un essere umano che prenderà il loro posto. Un gruppo di vittime, però, non si è rassegnato a questo poco invidiabile destino e ha trovato il modo di reincarnarsi in corpi nuovi che sono una via di mezzo tra angeli e uomini. Di nuovo sulla terra, questi angeli bastardi vorrebbero soltanto ricucire i pezzi di vite bruscamente interrotte, finire gli studi, ritrovare amori perduti. Come Haniel, privo di regole e affamato di sesso, che “indossa” ora il corpo di una ragazza. O come Hesediel, che cerca di far capire alla donna che ama che è tornato dalla morte, e che adesso è in grado di guarire da qualsiasi ferita. Ma gli angeli “puri”, quelli che non hanno mai ceduto alla tentazione della carne, sono in caccia, armati di spada e fuoco celeste, decisi a spazzar via le abominazioni. Per sopravvivere gli “angeli bastardi” dovranno dar battaglia a forze molto più grandi di loro e prepararsi a terribili sacrifici…

Potete inoltre trovare racconti e scritti di Aislinn anche nelle seguenti pubblicazioni:
Nell’antologia 365 storie cattive con il racconto “Il pupazzo di neve”
Nell’antologia Stirpe angelica con il racconto “In time of need ”
Nel volume D’Artagnan – Meanwhile in Elsewhere con il racconto “Vendo ali demone”
Nella fanzine fanzine Comics Factory con il racconto “Nothing’s Free”
Nell’antologia 256 K – 256 racconti da 1024 karatteri: storie incentrate sul mondo del computer con il racconto “Electric Blue”
Nell’antologia I vampiri? Non esistono… con il racconto “Goodbye to romance”
Nell’antologia Nero Angeli con il racconto “Wait for sleep”
Nell’antologia 365 racconti sulla fine del mondo con il racconto “Jagged little pill”
Nell’antologia Dogs con il racconto “Until it sleeps”

Come sei diventata scrittore/trice?
Ho iniziato da lettrice. Da quando ho memoria ho sempre adorato leggere, e da poco più tardi ho cominciato a buttar giù qualche fiaba (la prima che ricordo tentava di dimostrare l’esistenza di Babbo Natale!), qualche paginetta di romanzi che finivano abortiti in fretta. Poi, intorno ai quindici anni, qualcosa è definitivamente scattato e… non mi sono più fermata.

Qual è la tua giornata lavorativa tipo (da scrittrice)?
Un tempo avrei saputo risponderti! Fino a quando ho vissuto a Biella, a casa di mia madre, scrivevo principalmente la sera e la notte, poi mi sono trasferita e il mio «tempo per scrivere» è diventato per forza il mattino e il pomeriggio… Adesso che la mia vita si è assestata in uno splendido caos, scrivo quando posso a seconda del periodo! Ci sono giorni in cui il lavoro mi porta a Milano in orari umani (ovvero di giorno) e quindi ritaglio il tempo per scrivere la sera, in altri periodi posso lavorare da casa e quindi posso seguire il mio orario preferito: lavoro «normale» di pomeriggio, scrittura di notte e sonno… boh, dopo le tre ^___^ Spesso mentre scrivo ho accanto una tazza di tè (soprattutto alla vaniglia) o di caffè o cappuccino. Sempre, e sottolineo sempre, c’è musica: la colonna sonora giusta mi aiuta a entrare nel mood e a isolarmi dal mondo intorno a me. Ho sempre con me un notes per prendere appunti se un’idea o un frammento di scena o dialogo arrivano mentre sono in giro – complice l’iPod che mi accompagna camminando o in treno – ma per lo più scrivo direttamente a pc, posizionato sul mio fedele scrittoio in camera da letto, che poi è la «tana» principale dove sto quando sono a casa.

Qual è stata la tua prima stesura?
La fiaba cui accennavo prima, in cui cercavo di dimostrare perché Babbo Natale esiste anche se i genitori sono «convinti» di essere loro a lasciare i giocattoli sotto l’albero. A pensarci, da quella vecchia idea oggi tirerei fuori qualcosa di molto più inquietante!

Scrivendo, o anche quando avevi appena iniziato a scrivere, c’è/c’era una figura letteraria che potresti indicare come mentore o come idolo?
Credo che a «segnarmi» più di tutti sia stata la lettura di Stephen King. Un po’ per certi giochi di stile, un po’ per l’unione di realismo e fantastico/soprannaturale. In questo ci metterei anche una certa influenza di… Dylan Dog!

Come nascono le tue storie?
La scintilla, intesa come «nuova idea per un romanzo», può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi contesto, senza preavviso. Come mi è successo per l’ultima storia che sto progettando (che però è ancora lontana dal momento della stesura, sta ancora germogliando), saltata fuori durante una semplice chiacchierata: è bastato citare un certo luogo e l’ambientazione ha iniziato a ronzarmi nella mente, perché mi aveva sempre affascinato… Di più non posso dire, per ora, sorry! Come poi queste idee crescono e si sviluppano, be’, un po’ seguendo i personaggi e lasciando che mi conducano dove vogliono, mentre sono al pc con la musica che si diffonde (quale musica dipende dall’umore, dalla scena, dal tipo di storia, da… quale disco è appena uscito, eccetera). Un po’, le idee vengono parlandone con gli amici che sono anche Betamartiri (cioè, betalettori, coloro che si sorbiscono le mie prime stesure con la pazienza di santi), e quindi Luca Tarenzi, le mie fedelissime Socie, Marina Belli di http://spaceofentropy.wordpress.com/

Ci sono mai stati momenti in cui è mancata l’ispirazione o peggio tu abbia deciso di cestinare il tuo operato?
Io sono fermamente convinta che la scrittura vada considerata come un lavoro, a maggior ragione se lo si vuole rendere tale nella propria vita: il che non significa toglierle poesia, ma, semplicemente, considerarla con la stessa serietà e dedicarle lo stesso impegno che si riservano al lavoro. Perciò, se stessi ad aspettare l’ispirazione starei fresca… Jack London diceva che bisogna inseguirla con un bastone, e io concordo. Quando ci sono deadline da rispettare, o anche solo quando davvero si vuole concludere una storia, l’unica è andare avanti anche quando manca la fiducia, la voglia, l’ispirazione, appunto. Arriveranno tutte quante, se si procede verso l’obiettivo senza gettare la spugna.
Detto questo, anch’io ho le mie storie «abortite» o messe in stand by in attesa del momento giusto (una, che avevo abbozzato nel 2009, troverà probabilmente il momento della sua stesura nel 2015 o 2016, conclusi i progetti precedenti, perché ai tempi, semplicemente, non avevo ancora la maturità necessaria per affrontarla – e perché un’altra si era conquistata la precedenza a forza!) L’essenziale è capire quando interrompere un romanzo è la cosa giusta da fare (perché la trama non è valida, perché non è il momento, perché non si sono ancora raccolti sufficienti elementi per poterlo affrontare eccetera) e quando invece si tratta solo di sconforto da superare.

Scrivere è un po’ come prendere il treno, sai bene che stai per intraprendere un viaggio, ma non sempre sei sicuro di arrivare o di conoscere veramente il percorso che stai iniziando… Ti sei mai sorpresa di ciò che stessi scrivendo?
Sono più le volte che mi sorprendo che quelle in cui ho tutto sotto controllo! Scherzi a parte, non riesco proprio a iniziare una storia già con la scaletta bella pronta e tutta intera, le idee migliori mi vengono quando conosco abbastanza i personaggi da far sì che «prendano vita» e mi guidino loro. Quando inizio un romanzo, in genere devo avere lo spunto di partenza, un’idea del finale – che potrebbe cambiare, prima di arrivarci, ma mi dà comunque una direzione verso cui tendere – e almeno un personaggio che mi prende abbastanza da cominciare a sentirlo parlare anche quando non deve… da poterci tenere, insomma. Da questi tre elementi comincio la stesura, con pause, accelerazioni, cambi, dubbi e così via. A volte rimugino per giorni su una parte che mi rende dubbiosa, finché clic, i pezzi vanno a posto da soli e s’incastrano in modi inaspettati… ecco, quella è magia. In misura maggiore o minore capita in tutti i libri. Altre volte sono i personaggi stessi che mi stupiscono, rivelando aspetti che non avevo immaginato del loro carattere o inventandosi dei dialoghi che mi sorprendono… Vorrei avere nella vita la prontezza verbale che hanno certi di loro! Ma se dicessi quello che mi passa per la testa con il sarcasmo che anima alcuni di loro, mi toglierei delle soddisfazioni ma finirei anche per farmi menare da qualcuno…

Ci sono centinaia di scuole di scrittura creativa, manuali… alcuni sostengono che per scrivere bene bisogna leggere bene (o meglio leggere libri di un certo spessore). Nel tuo caso qual è il percorso che ti ha permesso di scrivere?
Prima di tutto, leggere tanto e di tutto, fin da quando ero piccola. Poi, scrivere tanto e per anni. Quando ho iniziato a pubblicare avevo ancora un monte di cose da imparare, ma ho sempre cercato di migliorare, leggendo – ebbene sì – anche i famosi/famigerati manuali. Quindi, direi si tratta di un misto di pratica, tanta lettura e studio per affinare quello che era grezzo. Ancora oggi leggo nuovi manuali, sia perché, semplicemente, parlano di qualcosa che mi piace: scrittura, lettura, libri! Sia perché, anche se adesso è difficile che ne trovi uno del tutto «nuovo», per me, qualche spunto, un suggerimento utile, una tecnica alternativa da sperimentare può sempre saltar fuori. Insomma, c’è sempre da imparare e da migliorare. In generale, comunque, la prima stesura è fatta per scoprire la storia, punto e basta; modifiche, revisioni, limature eccetera sono per la fase successiva.

Scrivere è un percorso lungo e tortuoso, ma non si conclude con la semplice stesura di un romanzo. Arrivano le revisioni, la ricerca e soppressione dei refusi, delle ripetizioni che sembrano non terminare mai, e se si credeva che la fatica fosse solo nella stesura ci si sbaglia di grosso. Come hai vissuto le tue prime revisioni o come vivi quelle delle tue ultime opere?
Mi verrebbe da dire: farlo da soli per inviare un manoscritto o partecipare a un’antologia è un gioco, farlo con un editor che ti spreme pagina per pagina perché poi quel libro finirà nelle librerie è un’altra faccenda! Con questo non sto assolutamente disprezzando il lavoro di chi si autopubblica, lungi da me, anche perché molti di loro passano attraverso le fasi di editing, prima di proporre i propri testi: intendo dire che l’esperienza di editare Angelize è stata molto più intensa rispetto a qualsiasi altra revisione io abbia fatto in precedenza. Anche considerando che io non sono comunque mai soddisfatta di quello che scrivo: posso amarlo, ma ogni volta che lo rileggo mi dico «però avrei potuto cambiare qui, aggiungere là…» Solo che, a un certo punto, occorre fermarsi e lasciare che la storia vada per il mondo, così come occorre accettare di rinunciare a scene o personaggi che ami, se non contribuiscono nel modo giusto al romanzo.
Posso comunque solo ringraziare, oltre ovviamente a Fabbri e a tutta la redazione, i Betamartiri che ti dicevo sopra, che hanno pazienza infinita nel leggermi e consigliarmi: diversi amici mi hanno dato il loro parere, ma voglio citare almeno le Socie Valentina Coscia, autrice di Ultimo orizzonte, Alessia e Sammy, Marina e, last but not least, come detto, Luca Tarenzi, che mi ha anche aiutato moltissimo a imparare a muovermi nel mondo dell’editoria tradizionale, dopo che sono riuscita ad approdarci. Anche perché abbiamo parecchi gusti in comune e siamo quasi concittadini, quindi capita spesso di confrontarsi sulle rispettive storie, sui punti difficili da superare, sul mondo dell’editoria, su libri e film da consigliarci a vicenda e così via.

Hai scritto un libro, l’hai revisionato con la massima cura ed è giunto il momento di darlo alle stampe… Come ti sei comportata con il tuo primo manoscritto?
Angelize è in realtà il… boh, settimo libro che scrivo, forse. Prima, qualche piccola pubblicazione e tanti romanzi rimasti nel metaforico cassetto del mio hard disk – e lì devono restare, beninteso! Ho tentato per anni di trovare la strada per una casa editrice il più possibile importante e quando la fatidica telefonata da Fabbri è arrivata, una sera, dopo due giorni che avevo inviato via mail quello e un altro romanzo in valutazione, semplicemente non sono riuscita a crederci. Tant’è che ripetevo «ma siete sicuri? Cioè, davvero?» Poi ho fatto io un giro di telefonate, alle Socie, ai miei, per informarli, senza smettere di camminare avanti e indietro per casa…
In precedenza, ho avuto qualche esperienza con piccoli editori. Erano testi immaturi e ora li riscriverei da zero, ma, allo stesso tempo, non rinnego nulla perché sono stati un gradino per arrivare a partecipare ad antologie, da uno di quei racconti scritti per una raccolta mi è venuta poi l’idea per Angelize… e grazie a quei libri ho conosciuto gli amici e colleghi che ho citato. Insomma, ogni passo, per quanto piccolo, è importante.

Sottoporre il proprio manoscritto ad una CE oppure decidere di optare per il self publishing non è scelta da poco: in molti credono troppo nel proprio operato e altri credono troppo poco in ciò che scrivono. Quali sono i tuoi consigli o le esperienze in merito?
Dunque, a parte scrivere, io collaboro con diversi editori e studi editoriali, e svolgo vari compiti (dall’editing alla revisione, dalla traduzione alla valutazione eccetera). Perciò, ho avuto la possibilità di leggere tantissimi manoscritti «non richiesti», ovvero inviati spontaneamente a studi ed editori da parte degli autori. Perciò, di errori ne ho visti una caterva: da coloro che inviano romanzi gialli a chi pubblica solo rosa (per fare un esempio), a coloro che spediscono testi resi illeggibili dagli errori di grammatica. Perciò, attenzione all’italiano e, anche, a come ci si propone: cominciate con un testo corretto e una lettera di presentazione (breve) con sinossi (ancora una volta: breve) inviati a editori che abbiano un catalogo compatibile con quello che volete proporre. Senza avere fretta, ma perseguendo l’obiettivo con tenacia.

Ormai il settore del Self publishing è in forte aumento, poi con la cultura dell’e-book, sono sempre di più gli autori emergenti che decidono di scegliere la strada dell’auto-pubblicarsi invece di attendere che sia una CE ad investire su di loro, tu cosa ne pensi?
Non ho esperienza personale, per quanto riguarda questo argomento, ma conosco autori di notevole bravura che percorrono questo cammino. Credo che l’autopubblicazione sia una possibilità validissima, magari per esplorare forme (l’antologia, il racconto lungo) o generi che difficilmente trovano spazio sul mercato tradizionale. Tuttavia, credo anche che sia necessario essere consapevoli di quello che offre e dei problemi che comporta l’autopubblicazione: per esempio, la mancanza di una promozione organizzata e il pericolo di perdersi nel «rumore di fondo» creato dalla grandissima quantità di autori che scelgono questa strada, anche, purtroppo, appassionati di scrittura sedotti dalla possibilità di farsi leggere quando, magari, non hanno ancora l’esperienza per comporre un’opera matura. Anche nell’editoria tradizionale è difficile emergere, ma c’è da considerare che i lettori di ebook e opere autopubblicate, in Italia, sono una nicchia all’interno di un pubblico generale di lettori già poco numeroso di suo, il che è un ulteriore ostacolo. Poi, libri validi e libri pessimi si trovano sia sugli scaffali delle librerie sia tra gli autopubblicati, com’è inevitabile. La tenacia è necessaria in ogni caso, qualsiasi sia la strada che si sceglie.

Parliamo delle tue storie, abbiamo visto cosa hai scritto, come lo hai fatto, ma non abbiamo parlato seriamente di cosa realmente scrivi… Ti prego, cosa celi tra le tue pagine?
Quello che si cela tra le mie pagine ci arriva durante la stesura, in maniera naturale… non scrivo con l’idea pregressa di proporre manifesti e lanciare messaggi in codice! Immaginare storie per me è inevitabile come respirare. Il mio scopo non è sfruttare i libri per affrontare grandi temi o dare lezioni a qualcuno; i «temi» di una storia dovrebbero emergere naturalmente dalla narrazione, non essere il frutto di prediche. Troppo spesso si dimentica che un libro deve prima di tutto appassionare e che questo – Tolkien direbbe «l’evasione del prigioniero, non la fuga del disertore» – non significa affatto sminuire il valore di un’opera. Io scrivo soprattutto urban fantasy e non lo considero affatto «roba poco seria» o «da ragazzini», come troppo spesso si pensa in Italia (ahimè), anzi, può essere profondo ed efficace quanto qualsiasi altro tipo di romanzo; il valore di un libro non ha nulla a che vedere con il suo genere. Al di là di questo, io scrivo perché mi diverto un sacco a farlo, perché voglio scoprire cosa accadrebbe «se», perché voglio appassionare i lettori come i romanzi che adoro appassionano me. La parte che amo di più è creare i personaggi, vederli prendere vita finché diventano persone che posso immaginare reali… e seguirli mentre affrontano difficoltà, errori, sconfitte e cercano un modo per cavarsela, per superare gli ostacoli e le proprie stesse debolezze. Io scrivo i libri che vorrei leggere e mi racconto storie che appassionano me per prima, su personaggi per cui faccio il tifo io stessa. E grazie a loro scopro anche le mie ossessioni, le mie paure.
Come dire, non voglio dare risposte, voglio scoprire quali domande pormi. E godermi il viaggio nel frattempo.

Perché scrivi?
Scrivo perché non posso fare a meno di incontrare personaggi e vedere racconti che nascono anche quando non me lo aspetto. Voglio vivere di quello che amo, le storie, e voglio esplorarle, emozionarmi… e cosa c’è di più bello che trasformare una passione nel proprio lavoro? Voglio condividere – e convivere con – ciò che mi appassiona, le vicende dei personaggi che ho in mente. Voglio raccontare fantasie e schiacciare sulla pagina i miei incubi. Voglio avere una voce, perché non poter scrivere, non poter far leggere quello che scrivo sarebbe come cercare di gridare quando si è imbavagliati. Voglio regalare a chi mi legge una parte di me.

In un era di Grandi Fratelli, di Masterchef e di Fattori X c’è un solo elemento che eleva i libri ad autentici capolavori o a semplice carta straccia (per non dire igienica): la critica… Cosa pensi sinceramente delle opinioni degli esperti del settore, dei blogger autoincoronati a esperti del settore, dei lettori occasionali che però esprimono il loro giudizio alla rete?
Premessa: qualsiasi libro, il mio, quello di Pinco Pallino e quello di un Premio Nobel per la letteratura, troverà qualcuno che lo ama, qualcuno che lo detesta, qualcuno che non lo considera nemmeno. E questo è inevitabile, fa parte delle regole del gioco. Così come è inevitabile che chiunque pubblichi debba prepararsi a sopravvivere tanto alle critiche quanto all’entusiasmo, senza deprimersi per le prime o montarsi la testa per il secondo, e chiunque ha il diritto di esprimere la propria opinione. Per quanto mi riguarda, non entro mai nel merito delle recensioni che mi vengono fatte, se anche mi capitano sotto gli occhi: qualche volta ho ringraziato, se ero personalmente in contatto con chi le aveva scritte, e naturalmente rispondo a chiunque mi venga a cercare via mail o sulle mie pagine social o sul mio blog; ma non mi sognerei mai di polemizzare o offendermi con chi dovesse criticare un mio libro. Se leggo una recensione, cerco di ricavarne quello che può essere utile e scrollarmi di dosso il resto, tutto qui. Per il resto, non si può generalizzare: ci sono «addetti ai lavori» competenti e altri no, blogger che apprezzo e altri meno… Una cosa è importante: quello che spesso vediamo sono le opinioni di chi si esprime su internet, ma questa è solo una minoranza del pubblico che, spesso, non scrive on line e si limita a sbirciare gli scaffali della libreria vicino a casa. Insomma, una stroncatura su un blog non vuol dire che nessuno comprerà quel romanzo, così come decine di commenti entusiasti non significano vendite assicurate. La realtà è meno «virtuale» di quel che sembra.

Ti senti davvero uno scrittore? Ti sei mai chiesto se sei veramente tale?
Definire chi è davvero uno scrittore non è affatto facile. Me lo sono chiesto in passato, quando cercavo uno sbocco per le mie storie e non lo trovavo. Ora, posso solo dire questo: scrivere è l’unica che ho sempre saputo di voler fare, da più di metà della mia vita ormai. È l’unica stella fissa, l’unico desiderio che non è mai cambiato, per me – e sono una che ha cambiato praticamente tutto, nel corso della propria esistenza, e continuamente cerca e fa nuove esperienze e si interroga e va avanti a esplorare. Scrivo nel modo migliore che posso, con la massima passione e il massimo impegno. Di più non posso dire.

In conclusione, sei quello che sei, ti sei mostrato attraverso queste domande e tramite le tue esperienze e la tua passione per la scrittura, per concludere vorremmo sapere qualcosa di ciò che vedi nel tuo domani… Raccontaci chi sarai e cosa stai facendo per esserlo…
Il futuro è imprevedibile e ampio e se tre anni fa mi avessero detto quello che sarebbe successo nella mia vita non ci avrei creduto. Quindi non faccio pronostici, ma ho le mie speranze. Vorrei continuare a scrivere e pubblicare. Vorrei poter dedicare più tempo possibile alla scrittura, che ora è uno dei tanti lavori che faccio. Vorrei continuare a viaggiare, sperimentare, scoprire. Vorrei essere il più serena possibile e il più felice possibile con le persone che amo.
Nell’immediato, prima di tutto c’è l’editing della seconda parte di Angelize, che è un romanzo diviso in due; poi, una serie di romanzi (due già scritti, uno a metà, un paio solo abbozzati come idee) che sono ciascuno autoconclusivo, ma condividono l’ambientazione e alcuni personaggi. E mentre attendo che arrivi il loro turno di pubblicazione, esploro un paio di ambientazioni molto diverse, ma entrambe storiche, per qualcosina di insolito rispetto a quello che ho scritto finora, che mi frulla in testa da un po’… ma è ancora presto per parlarne!
Grazie mille per le tue domande e un saluto!

Alla prossima settimana per scoprire un nuovo scrittore…

Vi ricordo che supportare i nostri scrittori non significa mettere in secondo piano quelli stranieri, ma serve a ricordarci che i best seller possono anche arrivare da un compaesano e non solo da quelle scrittrici che fanno i miliardi oltre oceano!
Comprare un libro Made in Italy aiuta il mondo della letteratura, e permette a piccoli e grandi talenti di andare avanti e credere nel proprio operato. Chi non compra o discrimina le opere Made in Italy probabilmente non sa cosa si sta perdendo!

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